Qualche volta per essere ricordati o, per lo meno, per essere
compresi non c’è bisogno di affondi enciclopedici o di numeri da
capogiro. A dimostrarlo è una quota rilevante delle partecipazioni
nazionali alla Biennale Architettura 2025, che spesso
contando su un’unica – chiarissima, mai banale – traiettoria
tematica, riescono a restituire gli esiti di ricerche in corso da
mesi, se non addirittura anni, con set-up efficaci e pienamente
“esperibili”. Nella complessiva esperienza di visita della 19.
Mostra Internazionale di Venezia, segnata da un discreto sforzo in
termini di resistenza fisica e mentale, quest’anno i 66 stati
partecipanti concedono ai visitatori alcune soddisfazioni,
tra impegno, militanza, stimoli sensoriali e… tanta terra.
Accanto a quello che potremmo definire come il “trend cantieri
aperti”, variamente modulato tra Francia, Danimarca e l’ormai
sventrato e irriconoscibile Padiglione Centrale, si innesta
l’ascesa dell’elemento terra: decomposta o integra, è presente in
zolle, maxi blocchi, mattoni che formano torri per evocare
l’architettura marocchina, o come essenziale supporto per gli
immancabili alberi e per gli esemplari di pomodori da coltivare in
serre sperimentali. E non manca neppure il sofferente binomio
terra-ecocidio, con il Padiglione Libano che denuncia il (forse)
irrecuperabile degrado ambientale del proprio territorio, devastato
anche dai conflitti. Almeno in dieci si
distinguono: ecco i padiglioni più convincenti della
Biennale Architettura 2025.
Danimarca – il padiglione che
ricostruisce se stesso
biennale giardini danimarca
ph irene fanizza
Ci pensa la Danimarca a risollevare dalla delusione gli umarell
che, varcando la soglia dei Giardini, speravano di saperne di più
sul futuro aspetto architettonico del Padiglione Centrale,
completamente occultato dal ponteggio e dalla maxi infografica
autoreferenziale sulla Biennale. Sotto gli occhi di custodi con
gilet ad alta visibilità, va in scena il (necessario) recupero
dell’edificio risalente agli Anni Cinquanta, adottando un approccio
che rivaluta l’esistente: “Ogni elemento costruito all’interno
del padiglione è realizzato con materiali reperiti in loco durante
la ristrutturazione”, rivendica il curatore.
Paesi Bassi – un vero bar sport del
futuro (speriamo)
biennale giardini paesi
bassi ph irene fanizza
Il gioco è sempre una cosa seria. Lo ricorda pure il Padiglione
Paesi Bassi, che si trasforma in bar sport e tra un “tavolo da
calcetto fluido” e campi da gioco riconfigurati indaga come
l’architettura, per rispondere alle regole sportive, finisca per
generare spazi sia escludenti sia comunitari. La sciarpa da vero
tifoso è già un gadget cult (anche grazie al freddo dei primi
giorni di opening).
Polonia – odiati e amati
estintori
biennale giardini polonia ph
irene fanizza
Contornato da conchiglie e sassolini, l’estintore nella nicchia
del Padiglione Polonia è forse uno dei soggetti più fotografati ai
Giardini: un’imprevedibile celebrazione di uno strumento ormai
previsto ovunque dalle normative di sicurezza. Quest’ultimo tema è
trattato senza la consueta rigida serietà, in un percorso
intervallato da alcune brillanti rielaborazioni di credenze e riti
ancora sentiti e diffusi nel Paese.
Giappone – in dialogo proficuo con
l’intelligenza artificiale
biennale giardini giappone
ph irene fanizza
Dimenticate i silenzi degli spazi pubblici giapponesi e la
sobrietà poetica della sua architettura: nel Padiglione Giappone,
alcune componenti della struttura (incluso l’albero interno)
rompono il mutismo e prendono la parola per dialogare con cinque
persone. Quello in corso è un esperimento umano-non umano, che apre
il campo a nuovi modi di considerare l’intelligenza
artificiale.
Ungheria – evviva gli architetti che
non fanno più gli architetti
biennale giardini ungheria
ph irene fanizza
“NO is more” è il motto, riprodotto a caratteri cubitali, sulla
facciata interna del Padiglione Ungheria, che provocatoriamente
punta a ispirare i visitatori con le storie di persone, formatesi
sì in architettura, ma divenute un riferimento lasciando la
disciplina. Il tutto tra scrivanie in cui manichini di colore rosso
sembrano all’apparenza intenti a disegnare al pc. Le intelligenze
architettoniche usate altrove
Kosovo – il Paese che sta cambiando la
sua agricoltura a causa della crisi climatica
biennale arsenale kosovo ph
irene fanizza
Ci sono “architetture da ascoltare”, come nei padiglioni
Lussemburgo e Irlanda, e territori (in trasformazione) da annusare.
È quanto avviene con il progetto del Kosovo, che punta sul potere
dell’olfatto di far riaffiorare memorie individuali e collettive.
Al di sopra di un pavimento ricoperto con terra da due pianure del
Kosovo, un sistema di diffusori di profumi. Ciascuno odore “funge
da nodo temporale in un assemblaggio ritmico di cambiamento”, che
vuole porre in evidenza le metamorfosi rurali in corso nel Paese.
Tra raccolti che scompaiono, fioriture ritardate ed colture
emergenti.
Messico – anche il Messico ha le sue
barene
biennale arsenale messico ph
irene fanizza
Semi alla mano per contribuire all’esperimento in corso nel
Padiglione Messico, dominato da una chinampa vivente, ovvero un
ancestrale sistema agricolo, tipico dei laghi poco profondi,
formato da massi di terra, fango e sedimenti. Con una versione
omologa destinata a galleggiare nella Laguna (che anche lei ha le
sue chinampe: le barene), il progetto (analogamente a quello degli
Emirati Arabi Uniti) affronta la questione della produzione
agroalimentare in una fase di vulnerabilità climatica come quella
attuale.
Macedonia del Nord – tutto il
brutalismo da vedere a Skopje
Macedonia del Nord Foto via
Biennale 2025
Skopje, 1963: un terremoto di magnitudine 6,1 pone fine a
migliaia di vite, causando ingenti danni. Il percorso di
ricostruzione, di matrice brutalista, cambia il volto della
capitale, ridisegnandone l’identità e influenzando anche le
successive generazioni di progettisti del Paese. “Brutalissimo” e
monocromatico, il padiglione si lascia attraversare da una sorta di
“strada concettuale della conoscenza” in cui selezionati dieci
progetti si fronteggiano e “scambiano” formazioni.
Cipro – un padiglione dedicato ai
muretti a secco
(to the stones) we lent you
our breath and you whispered it back to the earth, 2025 @ Cyprus
Pavilion. Photo Demetris Loutsios
Cosa c’è di più intelligente di un muro a secco? Semplice,
economico, risolutivo, riciclabile in qualsiasi momento. Costruire
con le pietre a secco è una autentica arte e dopo aver visitato le
varie tappe del Padiglione Cipro (con le geniali illustrazioni alle
pareti) ne sarete pienamente convinti
Bahrain – abbiamo bisogno di produrre
frescura
biennale arsenale bahrain ph
irene fanizza
In un’involontaria risposta al caldo umido della prima sala
della Mostra Internazionale di Carlo Ratti, il Regno contrappone la
versione in scala 1:1 di un sistema a basso costo per il
raffrescamento passivo. Un metodo basato sulla circolazione diretta
dell’aria nel sottosuolo, considerata più efficace nei climi aridi
rispetto alle strategie geotermiche basate sull’acqua.
Uno stile nato nelle periferie urbane dell’Africa centrale che
arriva al MET di New York come manifesto di resistenza
estetica. Superfine: Tailoring Black Style è il
tema del MET Gala
2025 che inaugura la mostra omonima curata dal Costume
Institute. Uno scenario che richiama visioni estetiche complesse,
radicate nella storia postcoloniale e trasformate in linguaggio
contemporaneo. Tra le immagini che più hanno anticipato e ispirato
questa riflessione, quelle di Daniele
Tamagni (Milano, 1975 – 2017), fotografo italiano
scomparso prematuramente che ha documentato per primo il fenomeno
dei sapeur di Brazzaville. Per Artribune, grazie
alla collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, una gallery
esclusiva di immagini e contributi inediti.
La fotografia come linguaggio
di resistenza: l’opera di Daniele
Tamagni
Nel 2009, con Gentlemen of Bacongo, Tamagni ha
costruito un progetto visivo destinato a ridefinire la fotografia
di moda e documentaria. Le sue immagini hanno offerto al pubblico
internazionale uno sguardo inedito sulla SAPE (Société des
Ambianceurs et des Personnes Élégantes), movimento culturale nato
in Congo. Un lavoro che ha trovato riconoscimento nei principali
premi internazionali e ha ispirato moda, musica e arti visive.
Attraverso uno sguardo rispettoso e partecipe, Tamagni ha
trasformato l’estetica in narrazione politica: nei suoi scatti,
ogni dettaglio sartoriale diventa simbolo di autodeterminazione.
Come ha ricordato la photo editor e curatrice Chiara Bardelli
Nonino nella monografia Style is Life, Tamagni non si
limitava a fotografare: conosceva i suoi soggetti, ne raccoglieva
storie e sogni, costruendo legami autentici.
Giovane sapeur di Bacongo si
esibisce di fronte a giovani ammiratori 2008. Copyright Daniele
Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
Testimonianze inedite sul
lavoro di Daniele Tamagni
“Daniele era attratto dalle controculture e dallo stile come
linguaggio di libertà. Cercava sogni e identità prima ancora delle
immagini”, racconta oggi suo padre Giordano
Tamagni, promotore della Daniele Tamagni
Foundation. “Gentlemen of Bacongo non è solo un
libro fotografico, è un archivio culturale. Più di 20.000 copie
vendute, traduzioni in più lingue e un impatto fortissimo su moda e
pubblicità: da Paul Smith a Solange Knowles, fino alla campagna
Guinness con i sapeur”. Michael Hoppen, gallerista londinese che ha
lanciato Tamagni nel 2009, ricorda: “Daniele sapeva rendersi
invisibile per cogliere l’autenticità dei suoi soggetti. Le sue
immagini sono attuali come allora. Riusciva a dirigere la loro
performance senza mai imporsi, restando al tempo stesso partecipe e
discreto”. Debora Willis, fotografa e docente
alla New York University, sottolinea: “Tamagni ha mostrato che
il personale è politico. Ha cercato visibilità dove nessuno
guardava e ha trasformato lo stile in una forma di affermazione
identitaria. Le sue fotografie sono un esempio di resistenza e
libertà”.
1
/ 8Lahlande il giovane posa nella sua stanza con sigaro
2007.Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano
Tamagni2
/ 8Lahlande il giovane mostra le sue preziose scarpe
italiane 2007.Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano
Tamagni3
/ 8Ange Mouzieto si allaccia la giacca nel cortile di casa
2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano
Tamagni4
/ 8Salvador Hassan con sigaro acceso 2007. Copyright
Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni5
/ 8Michel con bastone da passeggio 2007.Copyright Daniele
Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni6
/ 8Anselme Badiano, cappellano dell’esercito in borghese
con maschera 2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano
Tamagni7
/ 8Sapeur con abito coloniale militare e simboli francesi
mostra una tour Eiffel 2008. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy
Giordano Tamagni8
/ 8Lamame ‘le parisien’ passeggia con ombrello e
farfallina rosa 2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano
Tamagni
MET Gala 2025: l’estetica
sapeur al centro della scena
internazionale
Il MET Gala 2025 ha acceso i
riflettori su un fenomeno fino a ieri marginale nei circuiti
ufficiali della moda. Ispirata al saggio Slaves to
Fashion di Monica L. Miller, la mostra newyorkese (fino
al 26 ottobre 2025) presenta capi storici
dei sapeur accanto a pezzi d’alta moda
contemporanea. In questa risonanza culturale, le fotografie di
Tamagni, pur non ufficialmente in mostra, sono riconosciute come
fondamentali. Il suo sguardo ha costruito un ponte tra moda,
estetica postcoloniale e resistenza identitaria, contribuendo a
definire una nuova genealogia visiva della moda
afro-diasporica.
Le mostre 2025: Dakar e Trento
raccontano Daniele Tamagni
Nel 2025 la Daniele Tamagni Foundation rilancia il
progetto Style is Life con due importanti
mostre: a Dakar e a Trento. A Dakar, dal 15 maggio, la mostra sarà
ospitata al Musée Théodore Monod d’Art Africain e all’Istituto
Italiano di Cultura. Il programma prevede inaugurazioni, tavole
rotonde e workshop con fotografi e curatori africani
come Aïda Muluneh, Adama
Paris e Malick Welli. A Trento,
presso la Galleria Civica del Mart, l’esposizione sarà curata
da Gabriele
Lorenzoni, con Bardelli
Nonino e Muluneh, e resterà
aperta fino al 6 luglio.
Donna sapeur ingioiellata in
un bar di Poto Poto 2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy
Giordano Tamagni
Daniele Tamagni Foundation:
formazione, archivio e memoria
Oltre alle mostre, la fondazione promuove
il Daniele Tamagni Grant, borsa di studio per
giovani fotografi africani, già assegnata a quattro autori in
collaborazione con il Market Photo Workshop di Johannesburg.
L’iniziativa sostiene la produzione di progetti legati all’identità
e al cambiamento sociale. Dal 2021 è attivo un
archivio digitale, accessibile pubblicamente, che
raccoglie tutto il lavoro di Tamagni, pubblicato e inedito. Una
risorsa preziosa per ricercatori, curatori, studenti e giornalisti,
oggi utilizzata anche in programmi formativi in scuole come lo IED
e lo stesso Market Photo Workshop. Daniele Tamagni ha fatto della
fotografia uno strumento di narrazione identitaria, dando volto e
dignità a espressioni culturali troppo a lungo marginalizzate. Con
le sue immagini, ha riscritto le regole della moda e del reportage.
Oggi, il suo archivio è una risorsa viva, al centro di una
riflessione internazionale su estetica, politica e memoria. Alessia Caliendo
Investimento sul digitale e scommessa sul partenariato
pubblico-privato. Sono questi gli elementi su cui poggia
l’iniziativa Crea valore, investi con noi, promossa
dall’Agenzia del Demanio per incoraggiare la
valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico italiano.
Il progetto “Crea valore” dell’Agenzia
del Demanio
Nella pratica, il Demanio ha approntato una piattaforma digitale
accessibile agilmente online che, per ora, contiene una prima
selezione di immobili – poco meno di 400 – distribuiti su tutto il
territorio nazionale e scelti con l’obiettivo di creare sinergie
tra gli interessi degli operatori di mercato, profit e no profit, e
l’offerta immobiliare dell’Agenzia, orientando le operazioni verso
la valorizzazione e la riqualificazione urbana. L’operazione
rientra infatti nell’ambito delle attività condotte dalla Cabina di
Regia sulla valorizzazione degli immobili pubblici, istituita
presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze “per
aumentare la fruibilità dei dati sul nostro patrimonio, nell’ottica
di massimizzare operazioni di riqualificazione urbana e generare
valore sui territori”, spiega il Sottosegretario al MEF,
Lucia Albano.
Il Demanio cerca investitori per
valorizzare gli immobili pubblici
Sul sito dell’Agenzia del Demanio, quindi, una sezione dedicata
presenta gli immobili in funzione della loro possibile destinazione
d’uso (culturale-turistico, social/senior housing, residenze
universitarie e destinazioni miste) con un corredo di immagini e
dati sulla tipologia, dimensione, ubicazione e stato manutentivo,
per aiutare il potenziale investitore a valutare il proprio
interesse e, in caso, richiedere ulteriori informazioni e supporto.
A disposizione degli utenti, una mappa interattiva colloca
visivamente gli immobili sul territorio nazionale: è la Sicilia, in
questa prima fase, la regione più rappresentata, con 67 beni a
disposizione per operazioni di valorizzazione, recupero e
rifunzionalizzazione. Seguono il Lazio (54) e poi Lombardia,
Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, tutte sopra le 30 unità. Di poco
staccata, sempre in doppia cifra, la Toscana, con 26 immobili.
In totale sono 18 le regioni presenti, mentre al
momento non risultano immobili digitalizzati in Valle d’Aosta e
Trentino-Alto Adige. L’invito del Demanio è rivolto a
investitori privati, nazionali e internazionali: “Disporre di
informazioni puntuali sull’ubicazione e sulle caratteristiche degli
immobili contribuisce ad attrarre investimenti, sia da parte di
soggetti pubblici che privati”, sottolinea Albano. Sul lungo
periodo, l’obiettivo è quello di produrre effetti positivi anche
sul tessuto urbano e sociale: “L’alleanza che stiamo stringendo
con gli enti del territorio permetterà di dare maggiori certezze
agli investimenti anche di lungo periodo.” evidenzia in merito
la direttrice dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal
Verme“La logica è di accompagnare investitore e
territorio nelle opportunità e nell’esigenza di utilizzare gli
immobili pubblici per eliminare qualsiasi forma di abbandono e
degrado, per dargli nuove funzioni coerenti con il mutato
contesto. L’immobile diventa un motore di rigenerazione
urbana, il suo riuso risponde al mercato, crea sviluppo, benessere
e impatti positivi per la collettività”.
Palazzo del Senato, Milano.
La facciata di Francesco Maria Richini
I 383 immobili pubblici presenti sulla
vetrina online del Demanio
E i primi immobili individuati testimoniano la varietà e le
potenzialità del patrimonio immobiliare pubblico italiano. Tra le
proposte digitalizzate, infatti, spiccano tanto architetture
moderne che edifici storici, o siti paesaggistici: dalla Vela incompiuta di Calatrava, alla periferia di
Roma, alla Basilica di Superga che sovrasta Torino (dov’è
in corso un restauro milionario); dall’Abbazia di San Cassiano in
Umbria all’area di Porta Portese, sede dello storico mercato
domenicale all’aperto di Roma. E ancora il Palazzo del Senato di Milano (già oggetto di
recenti investimenti per valorizzazione), due isolotti nella Laguna
di Venezia, la sede dell’Archivio di Stato di Napoli, gli ex
magazzini del sale di Chioggia, molte ex caserme e case
circondariali. Nessuno di questi beni immobiliari – 383 in totale –
è in vendita, e invece, se l’iniziativa avrà successo, potrà
beneficiare di investimenti volti a propiziare una rinascita sempre
nell’alveo del patrimonio pubblico. Il lancio del progetto Crea
Valore si accompagna alla messa online di altre due sezioni
inedite, entrambe pensate come piattaforme interattive trasparenti:
Immobili di proprietà
ed in uso dello Stato e Piani
Città. La prima è una mappa che localizza gli
edifici di proprietà e in uso dello Stato per fornire una
panoramica accessibile del portafoglio immobiliare pubblico (anche
quello escluso dalla prima fase di Crea Valore). La seconda
illustra invece i progetti di trasformazione urbana in corso,
offrendo dettagli sugli immobili coinvolti nei Piani Città degli
immobili pubblici e sulle iniziative attuate, evidenziando le
opportunità di sviluppo e valorizzazione del patrimonio. Livia Montagnoli Scopri di più
È la figlia maggiore di Ludovico Corrao,
senatore, avvocato, mecenate, visionario, più volte sindaco di
Gibellina tra il 1969 e il 1994. E di Gibellina, Francesca
Corrao, da giovanissima ha visto la caduta, le macerie del
Belìce, poi l’impegno di DaniloDolci, Leonardo Sciascia,
RenatoGuttuso,
CarloLevi. E così la lenta
ripartenza, fra arte, cultura e resistenza civile, in una Sicilia
piegata dall’inefficienza politica, dal clientelismo, dalla peste
della criminalità organizzata. Nata a Palermo, conobbe da vicino
quel territorio colpito nel ‘69 dalla sciagura del sisma, luoghi
che suo padre volle trasformare in simboli di bellezza, nel nome di
una battaglia politico-culturale intitolata all’internazionalità,
all’utopia, al senso di comunità, alla sperimentazione. Lì vide la
luce l’immacolata distesa del Grande Cretto, sigillo e
sudario di rovine per sempre sottratte alla vista, e lì nacque
Gibellina Nuova, progetto urbanistico controverso ed ambizioso,
figlio di una visione radicale e differente.
Cresciuta frequentando artisti del calibro di
Isgrò, Pomodoro,
Schifano, Scialoja,
Burri, Consagra, che del Senatore
erano amici oltre che compagni di avventure, Francesca Corrao è
oggi una fine arabista, professoressa ordinaria alla LUISS di Roma.
Laureatasi all’Università La Sapienza, con un Dottorato in
Filologia e studi storici del Mondo arabo, ottenne un Master in
Studi Arabi presso l’American University del Cairo. Questo il suo
universo, fatto di collaborazioni con atenei italiani e stranieri,
di pubblicazioni, conferenze e studi sul Mediterraneo, sull’Islam,
sulla poesia araba e il teatro orientale, sugli aspetti culturali e
sociali del Medio Oriente.
1 / 7Ludovico Corrao, il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano e Francesca Corrao. Ph. Archivio Fondazione
Orestiadi2 / 7Francesca Corrao con il poeta Adonis. Venezia, Biennale
Teatro 20083 / 7Ludivico Corrao con con la figlia Francesca (sulla dx)
e con due poetesse, l’agerina Zaynab al Awaj e la marocchina Wafa
al Amrani4 / 7Francesca Corrao con Leonardo Sciascia a Gibellina nel
19885 / 7Ludovico e Francesca Corrao con il Re del Marocco. Ph.
Archivio Fondazione Orestiadi6
/ 7Ludovico Corrao, Francesca Benedetti e Emilio Isgrò
alla fine dello spettacolo ‘Gibella del martirio’ di Isgrònnel,
1982. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi7 / 7Francesca Corrao, al centro, con lo staff Fondazione
Orestiadi. Tra gli altri, Enzo Fiammetta (accanto a Francesca) e
Antonella Corrao (a dx)
Francesca Corrao e la
presidenza della Fondazione Orestiadi
A lei è passata, pochi mesi fa, la Presidenza della Fondazione
Orestiadi, ruolo già ricoperto tra il 2011 e il 2013. Eredità del
senatore Corrao, con l’omonimo Festival, la Fondazione si è
scontrata via via con importanti difficoltà economiche e di
gestione. All’ultimo decennio di rilancio e di ritrovata prosperità
ha certo contributo fortemente Calogero Pumilia,
politico di lungo corso e uomo sensibile all’impegno culturale per
il territorio: eletto presidente dal 2015, ha comunicato le sue
dimissioni a gennaio 2025. Pumilia ci ha raccontato le sue ragioni. Oggi
Francesca Corrao risponde, sfilandosi dalle polemiche per dare
priorità ad altro: il futuro di Gibellina e
l’impegno per una centralità culturale ulteriormente
rafforzata.
Il 2026 sarà un anno strategico. Gibellina è la prima “Capitale dell’Arte Contemporanea”
incoronata dal Ministero dei Beni Culturali sulla scorta del
progetto Portami il futuro, scritto da Roberto
Albergoni con la sua Fondazione MeNo. Un titolo che si
somma a quello di “Capitale italiana della cultura”, assegnato per il 2025 ad Agrigento (anche qui
su progetto di Albergoni), con esiti fin qui deludenti, meccanismi
inceppati e ritardi clamorosi. A Gibellina però la storia
sembra essere diversa: i fondi sono regionali, oltre che
ministeriali, ma l’ingerenza della politica non si avverte, i
lavori in corso procedono, la macchina è rodata e la speranza è che
il 2026 possa rappresentare un reale momento di aggregazione, di
ricerca e di produzione culturale.
Ludovico Corrao
Quando Ludovico Corrao morì, il grande artista e poeta
Emilio Isgrò – che sulle macerie di Gibellina
aveva messo in scena negli anni Ottanta la sua trilogia di Eschilo
– scrisse una commossa orazione funebre (I funerali di
Corrao, Aragno Editore, 2013). Il poemetto si chiudeva così:
“E del resto lo sai amico buono, / mia titubanza storica, mia
carità infinita. / Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato
l’aria. / T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia”.
Lo slancio civico di Isgrò, la sua vibrante scrittura lirica, erano
qui attestato d’amore e denuncia sferzante, nella rabbia di chi
conosceva e conosce, dell’isola, tutta l’ingratitudine, i
fallimenti, l’indifferenza, l’irredimibile colpa. Eppure non
smisero, certuni, di costruire e di produrre visioni, di imbarcarsi
in sfide altissime, senza certezze e senza paracadute. Nel ricordo
di quell’incoscienza virtuosa, ove fiorirono miracoli, errori e
ancora nuove intuizioni, il progetto odierno per Gibellina trova un
senso speciale. Portando il futuro fin dentro la storia, e
viceversa.
Francesca
Corrao
L’intervista a Francesca
Corrao
Partiamo dalla nota polemica. L’Onorevole Pumilia ci ha
parlato con amarezza di una rottura con il Cda della Fondazione,
preludio delle sue dimissioni: cosa è
accaduto? Come già dichiarato, in
seno al Cda non sono sorti dissapori tanto importanti da
giustificare le dimissioni, che ci hanno sorpreso anche per le
esternazioni che abbiamo poi letto sui giornali e che ancora non
comprendiamo.
Pumilia ci ha detto che il rischio oggi è di ritrovarsi
una “Capitale belicina del contemporaneo”. Come gli
risponde? L’attenzione alle altre culture fa parte del
mio curriculum: per anni ho vissuto e studiato presso istituzioni
straniere come l’American University in Cairo, ho anche insegnato e
sono stata Visiting professor in vari Atenei tra cui Harvard.
Durante il mio primo incarico alla Fondazione Orestiadi (2011-2013)
ho organizzato, tra le altre, la mostra “L’Islam in Sicilia” e “Le
Trame Mediterranee”. Per la Fondazione ho pubblicato le poesie e i
saggi dei convegni da me organizzati dal 1987 con poeti tra cui
Valerio Magrelli, il siriano Adonis, e l’indiano Battacharia. Ho
invitato artisti noti come l’algerino Rashid Kouraishi e l’egiziano
‘Adel al-Siwi. A marzo abbiamo accolto in residenza la francese
Hèlén Berenger e a maggio si inaugura la mostra della svizzera Rita
Ernst.
Perché si è scelto di interrompere le attività presso le
Fabbriche Chiaramontane di Agrigento? Davvero l’investimento era
eccessivo, a fronte dei cospicui finanziamenti ricevuti dalla
Regione per la Fondazione e di quello mirato, concordato con il
Parco della Valle dei Templi? Secondo
le previsioni dell’ex presidente Pumilia avremmo dovuto ricevere
dei contributi che in gran parte non sono arrivati, ottenendo
l’inserimento del progetto “Fabbriche Chiaramontane della
Fondazione Orestiadi” nelle attività di Agrigento Capitale,
prospettiva che non si è più consolidata. La sede ha invece
maturato solo costi. Peraltro il contributo della Fondazione
Orestiadi concesso dall’attuale finanziaria regionale prevede che
lo stesso debba essere vincolato ad attività da svolgersi
unicamente nel comprensorio di Gibellina e realizzate attraverso il
Comune di Gibellina. Pertanto non vi sono in atto risorse da
destinare al progetto su Agrigento. Dovendo tutelare l’equilibrio
economico-finanziario della Fondazione abbiamo ritenuto non vi
fossero più i presupposti per proseguire.
Gibellina, Baglio Di
Stefano, Fondazione Oresrtiadi e Museo delle Trame Mediterranee.
Sul fondo la Montagna di sale di Paladino
Memorie e nuove sfide per Gibellina e le
Orestiadi
Come sarà la Fondazione Orestiadi della presidenza
Corrao? Valori, obiettivi, governance. I valori che
promuoviamo sono quelli del dialogo tra le arti e le culture, a
partire dal Mediterraneo, per estenderli al resto del mondo. Mentre
continua l’attività artistica –ricordo la 44° edizione del Festival
delle Orestiadi, dal 27 giugno al 2 agosto – stiamo rilanciando
l’alta formazione. Abbiamo ripreso le collaborazioni con le
Università e le Accademie, pubbliche e private. Quindi più
seminari e laboratori rivolti a un pubblico
internazionale, favorendo scambi utili ai giovani per affinare la
loro formazione con gli artisti. Punteremo sulle residenze
artistiche, che sono un ottimo strumento per attrarre cultura e
creare sviluppo.
Rispetto alla gestione, stiamo lavorando per un rafforzamento e un
efficientamento in termini anche di accessi e risorse: da aprile il
Museo delle Trame Mediterranee è aperto finalmente in
orario continuato. Il che ha significato, numeri alla
mano, un incremento degli ingressi (più che raddoppiati), con un
impatto positivo anche sugli incassi, che ricompensa ampiamente
l’investimento sul personale aggiuntivo. E così, anche sul fronte
del Festival, stiamo intervenendo per aumentare l’impatto economico
diretto. Infine, un sogno nel cassetto: fare emergere nel
territorio più capacità manageriali nel settore del turismo
culturale e della comunicazione della cultura. Gibellina, con la storia di suo padre, parla di un’idea del
contemporaneo che poggia sulla relazione tra artisti, opere e
territorio, nel segno della rinascita. Cos’è per lei questo luogo e
cosa significa investire in Sicilia? La rinascita
avviata da Corrao ha dato ai giovani l’opportunità di incontrare
artisti italiani e stranieri a Gibellina. Gli artigiani hanno
lavorato con Accardi, Consagra, Pomodoro; i ragazzi delle scuole e
la cittadinanza hanno ascoltato le poesie di Isgrò, Scialoja e
Adonis. Nel crescere con gli artisti si è data a molti giovani di
allora – tra cui il personale, i collaboratori e gli amici – la
possibilità di assumersi responsabilità a vario
livello, realizzando opere o gestendo eventi.
Oggi, con le residenze, le iniziative mirate per le scuole e le
biblioteche, le collaborazioni con musei nazionali e
internazionali, con Gibellina Photoroad, biennale
internazionale di fotografia site-specific, e con le proposte del
Ministero e delle sovrintendenze, vogliamo coinvolgere sempre di
più un pubblico giovane per avvicinarlo alle
bellezze dell’arte e dell’ambiente. Puntiamo a “portarlo nel
futuro”.
Arnaldo Pomodoro, Macchine
sceniche per le Orestiadi
Gibellina ha vinto il titolo di Capitale italiana
dell’arte contemporanea con il progetto della fondazione MeNo:
spieghiamo come funzionerà la macchina nella fase
esecutiva. Premetto che l’organizzazione spetta al
Comune di Gibellina, titolare del progetto, che opera – come sempre
fatto – in stretta e funzionale sinergia con la Fondazione
Orestiadi, in qualità di partner. Il team che ha redatto il
progetto vincitore è al lavoro. Molte attività saranno realizzate
nella valle del Belice e nella provincia di Trapani, per
coinvolgere il territorio e fare crescere altre realtà locali, con
l’obiettivo di lasciare competenze utili a consolidare lo sviluppo
del turismo culturale.
È un modello diverso rispetto ad Agrigento, per cui si
sono costituite una fondazione ad hoc e una cabina di regia
regionale. Sarà più efficiente, più funzionale? Che clima si
respira? Certo si tratta di un progetto che ha altre
opportunità e problematiche, perché la realtà è diversa: Gibellina
ha 5mila opere e circa 4.500 abitanti, senza avere i visitatori del
Parco agrigentino, e un turismo ancora da lanciare. Ma a Gibellina
esiste una Fondazione di pregio con un’esperienza consolidata nella
gestione dell’arte contemporanea, e la cooperazione tra Comune e
Fondazione è rodata da tempo. Il clima tra i promotori è di grande
entusiasmo, siamo in un certo qual modo tutti “figli” di Corrao e
con questo impegno ci sentiamo investiti dalla responsabilità di
portare avanti il sogno mediterraneo, di cui questo importante
riconoscimento è un po’ il sigillo.
Cosa secondo lei non ha funzionato ad
Agrigento?
Vorrei vedere il lato positivo, piuttosto. Direi che finalmente
Agrigento ha ingranato la marcia, entrando nel pieno dell’attività.
Confido in ciò che è meno noto, ma c’è: intelligenza, creatività e
voglia di lavorare insieme per il bene di tutti. Sembrerò
idealista, ma mio padre ha dimostrato che ci sono uomini e donne di
buona volontà capaci di realizzare grandi cose, come è accaduto a
lui e chi lo ha accompagnato in quell’arduo percorso 50 anni fa.
Ora è più fattibile, perché, come dimostra il conferimento del
titolo, c’è molta più attenzione al contemporaneo. E poi a guida
del progetto di Agrigento è stata chiamata una Prefetta e a
Gibellina il board è a maggioranza femminile. Credo nella
pragmaticità risolutiva delle donne e nel giusto clima di
cooperazione che si è instaurato anche con l’amministrazione
comunale e regionale.
Come ha interpretato il passo indietro di Albergoni a
Gibellina, dopo Agrigento? Se lo aspettava? Per la fondazione MeNo
resta comunque Andrea Cusumano, nel ruolo di direttore artistico.
Si pensa a una nuova figura di coordinamento generale?
Non ne sapevo nulla. So che il Sindaco – a cui compete – si è già
mosso a livello amministrativo e che sta valutando i curricula.
Gibellina e La città di
Tebe di Pietro Consagra. Ph. Luca Savettiere
Gibellina Capitale 2026.
Lavori in corso
Intanto come procedono i preparativi per il 2026?
Parliamo delle attività avviate nel 2025. Abbiamo già
avviato le residenze degli artisti, in vista delle mostre: ad
aprile Nunzio Di Stefano, a maggio Renata Boero e a giugno
Francesco De Grandi, poi Anna Lorenzetti. Emilio Isgrò, a cui sarà
conferita la cittadinanza onoraria di Gibellina a
fine giugno, sta preparando una sorpresa. A luglio il teatro del
Festival delle Orestiadi, in autunno la mostra Progetto
mediterraneo a Tunisi e due mostre di presentazione della
Capitale del contemporaneo a Milano e a Palermo.
Cosa vedremo l’anno prossimo?
L’idea del progetto è “Portami il futuro”, quindi quale migliore
occasione per realizzare assieme agli artisti un lavoro di
rilancio? L’arte aggiunge un tocco di poesia e di coraggio alla
visione della realtà. Per il 2026 sono previste le mostre
frutto delle residenzeartistiche realizzate
quest’anno, non solo a Gibellina ma in tutto il territorio
del Belice e della provincia di Trapani. Le attività già avviate
con le scuole locali saranno estese ad altri
Istituti della Provincia. Tra i progetti alcuni mirano a
sensibilizzare i più giovani sulla bellezza della natura e sul
rispetto dell’ambiente, lavorando insieme al
Gran Paradis International Film Festival. Poi ricordo i
percorsi di lettura delle Biblioteche e il Festival di Giufà
nel Belìce, da cui è nata la collaborazione con il Festival
nazionale Illustramente, che promuove il premio Giufà
viene dal mare, dedicato al disegno e alla narrativa
aneddotica per giovani. Stiamo anche pensando di realizzare eventi
di poesia, per riavvicinare questa antica arte
alle nuove generazioni.
È chiaro che il tema le stia molto a cuore. Ci dica
meglio, dunque: quanto e come state lavorando sulla partecipazione,
sull’inclusione di persone, associazioni, realtà
locali? Qui il concetto di residenza si coniuga anche
con il momento di laboratorio rivolto agli studenti. Ma se Scialoja
e Schifano lavoravano con i ragazzi negli anni ’80, oggi i
laboratori mirano a coinvolgere anche la
cittadinanza. Riguarderanno la pittura con Francesco
Impellizzeri, le performance di danza con Virgilio Sieni, la
“camminata” della “Squola” di Lorenzo Romito con gli Stalker, poi
le edizioni straordinarie del Festival di teatro delle Orestiadi e
di Gibellina Photoroad.
Ludovico Corrao (a sx) con
Alberto Burri
In questa avventura entusiasmante, certamente complessa,
tra i molti ricordi di suo padre cosa ritorna in lei più
spesso?
Sì, entusiasmante e piena di sfide che mi portano, nei momenti più
duri, a ricordare l’esempio di mio padre: per lui non esistevano le
“ferie”, lavorava sempre, e nei momenti più bui rilanciava con
nuove iniziative per dare a sé stesso e agli altri la
speranza: si deve continuare a sognare e
perseverare nel battersi per realizzare i propri obiettivi. Così
questi ricordi mi servirono nel mio primo mandato, quando ho tirato
fuori il coraggio per chiedere alla sovrintendenza l’autorizzazione
a vendere tre delle nostre opere per pagare gli stipendi; anche
lui, quando – gravemente malato – si era trovato in difficoltà,
dismise il tavolo da pranzo di casa. E come lui mi batto ogni
giorno per la Fondazione e per Gibellina, perché sento di avere un
debito di gratitudine, come tanti, verso quest’isola bellissima che
mi ha dato tanto.
In sintesi, generosità, dedizione totale e volontà
inscalfibile.
Mio padre era ironico, non serbava rancori, amava lavorare ai
grandi progetti con gli artisti per poi coinvolgere con entusiasmo
i giovani nei suoi sogni. Negli anni ha incoraggiato tante persone
in diversi campi, dal giornalismo all’editoria, dall’artigianato
alla produzione del vino. I frutti sono tangibili, il suo editore
sta per ripubblicare una nuova edizione de Il sogno
mediterraneo e il giovane produttore di allora è oggi un
mecenate erede della visione di mio padre a Gibellina. Oggi intorno
ai progetti della Fondazione sento tanta stima,
riconoscenza e attenzione dalla politica tutta,
quell’attenzione positiva che si ha per le cose che creano crescita
e sviluppo, fatte con dedizione e scrupolosità, sempre
nell’interesse collettivo. Questo dà alla Fondazione un grande
entusiasmo e la forza per ignorare – come avrebbe fatto mio padre –
qualche personale risentimento.
“Portami il futuro” si chiama il progetto per Gibellina
Capitale. Il dialetto siciliano non coniuga questo tempo verbale. E
il senso del futuro in Sicilia è stato sacrificato di continuo da
contingenze storiche e sociali. Le viene in mente un’opera in
particolare che per lei è metafora di questo concetto?
Me ne vengono in mente almeno quattro: un dono per il futuro è la
memoria del passato con l’opera realizzata da Isgrò per la messa in
scena di Gibella del Martirio, un lungo tavolo arrugginito
con lampade a olio e quaderni con i ricordi dei bambini di allora.
La Stella di Consagra, come indicazione perenne di
rinascita per il territorio del Belice. Il Cretto di
Burri, come memoriale di tutte le vittime delle calamità naturali e
militari: è il ricordo che trionfa, con la bellezza della vita che
continua. La quarta è la Montagna di Sale di Mimmo
Paladino, emblematica dello sforzo infinito che compie nella vita
chi ambisce ad alte vette.
Un’ultima domanda. I grandi eventi una tantum si
esauriscono – nel migliore dei casi – come splendidi spettacoli
pirotecnici. Spesso non resta niente in termini di eredità
strutturale, concreta. Cosa si augura in tal senso per Gibellina
Capitale? Come ho già detto lavoriamo per i giovani e
il territorio, e l’arte è potente nello stimolare l’empowerment.
Qui voglio riportare il risultato di una mia recente ricerca
accademica. A Boston, nel 1893, arrivava il grande poeta Jubran
Khalil Jubran, era un bambino ma imparò nelle scuole create dalle
istituzioni pubbliche in collaborazione con le associazioni gestite
dagli allievi del filosofo Ralph W. Emerson. Scoprì l’arte
ammirando i pregiati decori artistici della prima Public Library; e
poi la sua formazione fu seguita da artisti che lo aiutarono a
sviluppare il suo talento. Divenne noto al mondo per la sua opera
Il profeta, ma a renderlo celebre contribuirono i suoi
lettori e tra questi tutti coloro che come lui ebbero dalla scuola,
dalla biblioteca, dai musei e dagli artisti l’opportunità di
imparare ad apprezzare l’arte, la poesia, la musica. Da un caro
amico di mio padre, il filosofo educatore Daiskau Ikeda, ho
imparato che per educare i talenti ci vuole la
creatività dell’arte e che per costruire la pace
serve conoscere i valori e le culture degli altri popoli.
Uno spazio per la ricerca e la formazione continua nel
campo del fashion e delle arti performative che ripensa la
scuola di moda mettendo al centro le differenze culturali, il corpo
e la voce. Si tratta di (ß), un progetto in
continua evoluzione che trova casa negli spazi di
Motelsalieri, laboratorio del fashion designer e
creativo Fabio Quaranta in Via Passo Pordoi a
Milano, adesso luogo d’incontro per persone provenienti da contesti
sociali e culturali diversi. Una comunità, anche di quartiere
(siamo in zona Corvetto), possibile grazie a laboratori e
performance che generano interazioni e, di conseguenza, nuove
prospettive.
Il metodo di Motelsalieri (ß)
Con l’obiettivo di fare rete tra gli spazi indipendenti a
Milano, in relazione con realtà più affermate per immaginare nuovi
modelli di formazione e lavoro, Motelsalieri (ß) è
uno spazio di didattica diffusa che ripensa la
progettazione artistica mettendo al centro l’esperienza
umana, le differenze culturali e il corpo. Attraverso un
approccioperformativo, in
alternativa alle tradizionali lezioni frontali, e un modello basato
su laboratorie performance, ß
propone una formazione che privilegia la riflessione critica
collettiva e abbandona le formalità. È una nuova idea di scuola di
moda e pratiche non-creative.
I pianti e i lamenti dei
pesci fossili di e con Annamaria Ajmone, Veza Fernandez (in foto),
Stella Succi, Elena Vastano e Natália Trejbalová. Fotografie di
Alan Chies
Le origini di Motelsalieri (ß)
Il motivo? La mente dietro questa proposta progettuale
innovativa, Fabio Quaranta, con l’aiuto di Annamaria Ajmone,
Alberto Groja e Chiara Belardi, ma non solo, crede fortemente nel
“potere politico della moda come mezzo di espressione e
disciplina complessa, somma della cultura
dell’abito e dell’accessorio, dello studio del corpo che lo abita –
misure, postura, identità – e dell’architettura spazio/tempo in cui
si attiva”.
Istruzione di moda comunitaria? Si
può: il caso Motelsalieri (ß)
Le attività sono gratuite o a offerta libera, garantendo una
dimensione inclusiva e permettendo a chiunque di partecipare negli
spazi in Via Passo Pordoi 6. L’approccio circolare di ß crea un
nuovo concetto di scuola, intesa come forma di residenza–formazione
condivisa. L’artista invitato partecipa a tutte le fasi del
progetto, dai laboratori alle performance, fino ai momenti
informali, contribuendo a un’esperienza educativa
completa. Nel corso di dieci mesi, il progetto accoglierà un totale
di circa 20 professionisti che lavorano con l’abito e il corpo.
Le attività di Motelsalieri (ß)
Sono, però, due gli aggettivi che descrivono al meglio il
progetto: fluido e circolare. Gli artisti sono infatti invitati per
3 o 4 giorni, creando un’esperienza collettiva sostenibile
di ricerca grazie a laboratori aperti a tutti attraverso
open call (tra cui laboratori di cucito e di danza per amatori).
Oltre a questi, per favorire momenti teorici quanto pratici,
vengono organizzati incontri pubblici con ricercatori, teorici,
critici e professori che mettono a disposizione il proprio sapere
attraverso reading e conversazioni. Risultato: una
riflessione sui temi della moda e delle pratiche
performative. Ancora, Motelsalieri (ß) prevede performance
aperte, ossia eventi pubblici in cui gli artisti invitati
presentano il proprio lavoro, e momenti di condivisione informale
che affiancano le attività didattiche, come cene e momenti
conviviali che facilitano l’incontro tra persone di diverse origini
e competenze.
I pianti e i lamenti dei
pesci fossili di e con Annamaria Ajmone, Veza Fernandez (in foto),
Stella Succi, Elena Vastano e Natália Trejbalová. Fotografie di
Alan Chies
L’approccio di Motelsalieri (ß) alla
moda
L’approccio della scuola (β) alla moda si distingue per la sua
critica alle convenzioni del settore. L’accento
non è posto sulla creazione di nuovi prodotti, ma sull’analisi e la
rielaborazione delle dinamiche contemporanee attraverso pratiche
come il détournement e la copia. L’obiettivo non è più creare il
nuovo, ma comprendere e sovvertire i meccanismi alla base della
moda e del design, offrendo un’alternativa alla formazione
professionale tradizionale, spostando l’attenzione dall’output
finale all’esplorazione di processi, modelli e prototipi. Invece di
formare figure professionali standardizzate, (β) stimola lo
sviluppo di una visione critica e creativa, capace di interrogare e
ridefinire il presente e il passato attraverso pratiche
che non si limitano alla produzione di oggetti.
Il comitato scientifico di
Motelsalieri (ß)
A supporto della scuola, è attivo anche un comitato
scientifico che mette a disposizione le proprie
competenze, offrendo consulenza su aspetti teorici, metodologici e
organizzativi. Professionisti quali Giovanna Silva, Federico
Schott, Luca Trevisani, Maria Spadoni Battistoni, Simone Rossi,
Federico Antonini, Alessio Cancellieri, Silvia Costa e Federica
Jannuzzi contribuiranno ad affermare lo spazio come un
laboratorio curatoriale che privilegia l’esperienza pratica e lo
scambio, con un focus sulla moda e la formazione:
collettiva, comunitaria, umana, non-gerarchica e
anti-esclusiva. Giulio Solfrizzi
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