Julio 04, 2026

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Qualche volta per essere ricordati o, per lo meno, per essere compresi non c’è bisogno di affondi enciclopedici o di numeri da capogiro. A dimostrarlo è una quota rilevante delle partecipazioni nazionali alla Biennale Architettura 2025, che spesso contando su un’unica – chiarissima, mai banale – traiettoria tematica, riescono a restituire gli esiti di ricerche in corso da mesi, se non addirittura anni, con set-up efficaci e pienamente “esperibili”. Nella complessiva esperienza di visita della 19. Mostra Internazionale di Venezia, segnata da un discreto sforzo in termini di resistenza fisica e mentale, quest’anno i 66 stati partecipanti concedono ai visitatori alcune soddisfazioni, tra impegno, militanza, stimoli sensoriali e… tanta terra. Accanto a quello che potremmo definire come il “trend cantieri aperti”, variamente modulato tra Francia, Danimarca e l’ormai sventrato e irriconoscibile Padiglione Centrale, si innesta l’ascesa dell’elemento terra: decomposta o integra, è presente in zolle, maxi blocchi, mattoni che formano torri per evocare l’architettura marocchina, o come essenziale supporto per gli immancabili alberi e per gli esemplari di pomodori da coltivare in serre sperimentali. E non manca neppure il sofferente binomio terra-ecocidio, con il Padiglione Libano che denuncia il (forse) irrecuperabile degrado ambientale del proprio territorio, devastato anche dai conflitti. Almeno in dieci si distinguono: ecco i padiglioni più convincenti della Biennale Architettura 2025.

Danimarca – il padiglione che ricostruisce se stesso

biennale giardini danimarca ph irene fanizza 86 I 10 migliori padiglioni alla Biennale Architettura 2025 di Venezia
biennale giardini danimarca ph irene fanizza

Ci pensa la Danimarca a risollevare dalla delusione gli umarell che, varcando la soglia dei Giardini, speravano di saperne di più sul futuro aspetto architettonico del Padiglione Centrale, completamente occultato dal ponteggio e dalla maxi infografica autoreferenziale sulla Biennale. Sotto gli occhi di custodi con gilet ad alta visibilità, va in scena il (necessario) recupero dell’edificio risalente agli Anni Cinquanta, adottando un approccio che rivaluta l’esistente: “Ogni elemento costruito all’interno del padiglione è realizzato con materiali reperiti in loco durante la ristrutturazione”, rivendica il curatore.

Paesi Bassi – un vero bar sport del futuro (speriamo)

biennale giardini olanda ph irene fanizza 66 I 10 migliori padiglioni alla Biennale Architettura 2025 di Venezia
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Il gioco è sempre una cosa seria. Lo ricorda pure il Padiglione Paesi Bassi, che si trasforma in bar sport e tra un “tavolo da calcetto fluido” e campi da gioco riconfigurati indaga come l’architettura, per rispondere alle regole sportive, finisca per generare spazi sia escludenti sia comunitari. La sciarpa da vero tifoso è già un gadget cult (anche grazie al freddo dei primi giorni di opening).

Polonia – odiati e amati estintori

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Contornato da conchiglie e sassolini, l’estintore nella nicchia del Padiglione Polonia è forse uno dei soggetti più fotografati ai Giardini: un’imprevedibile celebrazione di uno strumento ormai previsto ovunque dalle normative di sicurezza. Quest’ultimo tema è trattato senza la consueta rigida serietà, in un percorso intervallato da alcune brillanti rielaborazioni di credenze e riti ancora sentiti e diffusi nel Paese.

Giappone – in dialogo proficuo con l’intelligenza artificiale

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Dimenticate i silenzi degli spazi pubblici giapponesi e la sobrietà poetica della sua architettura: nel Padiglione Giappone, alcune componenti della struttura (incluso l’albero interno) rompono il mutismo e prendono la parola per dialogare con cinque persone. Quello in corso è un esperimento umano-non umano, che apre il campo a nuovi modi di considerare l’intelligenza artificiale.

Ungheria – evviva gli architetti che non fanno più gli architetti

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“NO is more” è il motto, riprodotto a caratteri cubitali, sulla facciata interna del Padiglione Ungheria, che provocatoriamente punta a ispirare i visitatori con le storie di persone, formatesi sì in architettura, ma divenute un riferimento lasciando la disciplina. Il tutto tra scrivanie in cui manichini di colore rosso sembrano all’apparenza intenti a disegnare al pc. Le intelligenze architettoniche usate altrove

Kosovo – il Paese che sta cambiando la sua agricoltura a causa della crisi climatica

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Ci sono “architetture da ascoltare”, come nei padiglioni Lussemburgo e Irlanda, e territori (in trasformazione) da annusare. È quanto avviene con il progetto del Kosovo, che punta sul potere dell’olfatto di far riaffiorare memorie individuali e collettive. Al di sopra di un pavimento ricoperto con terra da due pianure del Kosovo, un sistema di diffusori di profumi. Ciascuno odore “funge da nodo temporale in un assemblaggio ritmico di cambiamento”, che vuole porre in evidenza le metamorfosi rurali in corso nel Paese. Tra raccolti che scompaiono, fioriture ritardate ed colture emergenti.

Messico – anche il Messico ha le sue barene

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biennale arsenale messico ph irene fanizza

Semi alla mano per contribuire all’esperimento in corso nel Padiglione Messico, dominato da una chinampa vivente, ovvero un ancestrale sistema agricolo, tipico dei laghi poco profondi, formato da massi di terra, fango e sedimenti. Con una versione omologa destinata a galleggiare nella Laguna (che anche lei ha le sue chinampe: le barene), il progetto (analogamente a quello degli Emirati Arabi Uniti) affronta la questione della produzione agroalimentare in una fase di vulnerabilità climatica come quella attuale.

Macedonia del Nord – tutto il brutalismo da vedere a Skopje

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Macedonia del Nord Foto via Biennale 2025

Skopje, 1963: un terremoto di magnitudine 6,1 pone fine a migliaia di vite, causando ingenti danni. Il percorso di ricostruzione, di matrice brutalista, cambia il volto della capitale, ridisegnandone l’identità e influenzando anche le successive generazioni di progettisti del Paese. “Brutalissimo” e monocromatico, il padiglione si lascia attraversare da una sorta di “strada concettuale della conoscenza” in cui selezionati dieci progetti si fronteggiano e “scambiano” formazioni.

Cipro – un padiglione dedicato ai muretti a secco

to the stones we lent you our breath and you whispered it back to the earth 2025 cyprus pavilion photo demetris loutsios 1 I 10 migliori padiglioni alla Biennale Architettura 2025 di Venezia
(to the stones) we lent you our breath and you whispered it back to the earth, 2025 @ Cyprus Pavilion. Photo Demetris Loutsios

Cosa c’è di più intelligente di un muro a secco? Semplice, economico, risolutivo, riciclabile in qualsiasi momento. Costruire con le pietre a secco è una autentica arte e dopo aver visitato le varie tappe del Padiglione Cipro (con le geniali illustrazioni alle pareti) ne sarete pienamente convinti

Bahrain – abbiamo bisogno di produrre frescura

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In un’involontaria risposta al caldo umido della prima sala della Mostra Internazionale di Carlo Ratti, il Regno contrappone la versione in scala 1:1 di un sistema a basso costo per il raffrescamento passivo. Un metodo basato sulla circolazione diretta dell’aria nel sottosuolo, considerata più efficace nei climi aridi rispetto alle strategie geotermiche basate sull’acqua.

Valentina Silvestrini

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Uno stile nato nelle periferie urbane dell’Africa centrale che arriva al MET di New York come manifesto di resistenza estetica. Superfine: Tailoring Black Style è il tema del MET Gala 2025 che inaugura la mostra omonima curata dal Costume Institute. Uno scenario che richiama visioni estetiche complesse, radicate nella storia postcoloniale e trasformate in linguaggio contemporaneo. Tra le immagini che più hanno anticipato e ispirato questa riflessione, quelle di Daniele Tamagni (Milano, 1975 – 2017), fotografo italiano scomparso prematuramente che ha documentato per primo il fenomeno dei sapeur di Brazzaville. Per Artribune, grazie alla collaborazione con la Daniele Tamagni Foundation, una gallery esclusiva di immagini e contributi inediti.

La fotografia come linguaggio di resistenza: l’opera di Daniele Tamagni 

Nel 2009, con Gentlemen of Bacongo, Tamagni ha costruito un progetto visivo destinato a ridefinire la fotografia di moda e documentaria. Le sue immagini hanno offerto al pubblico internazionale uno sguardo inedito sulla SAPE (Société des Ambianceurs et des Personnes Élégantes), movimento culturale nato in Congo. Un lavoro che ha trovato riconoscimento nei principali premi internazionali e ha ispirato moda, musica e arti visive. Attraverso uno sguardo rispettoso e partecipe, Tamagni ha trasformato l’estetica in narrazione politica: nei suoi scatti, ogni dettaglio sartoriale diventa simbolo di autodeterminazione. Come ha ricordato la photo editor e curatrice Chiara Bardelli Nonino nella monografia Style is Life, Tamagni non si limitava a fotografare: conosceva i suoi soggetti, ne raccoglieva storie e sogni, costruendo legami autentici.

04 giovane sapeur di bacongo si esibisce di fronte a giovani ammiratori 2008 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
Giovane sapeur di Bacongo si esibisce di fronte a giovani ammiratori 2008. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni

Testimonianze inedite sul lavoro di Daniele Tamagni

Daniele era attratto dalle controculture e dallo stile come linguaggio di libertà. Cercava sogni e identità prima ancora delle immagini”, racconta oggi suo padre Giordano Tamagni, promotore della Daniele Tamagni Foundation. “Gentlemen of Bacongo non è solo un libro fotografico, è un archivio culturale. Più di 20.000 copie vendute, traduzioni in più lingue e un impatto fortissimo su moda e pubblicità: da Paul Smith a Solange Knowles, fino alla campagna Guinness con i sapeur”.
Michael Hoppen, gallerista londinese che ha lanciato Tamagni nel 2009, ricorda: “Daniele sapeva rendersi invisibile per cogliere l’autenticità dei suoi soggetti. Le sue immagini sono attuali come allora. Riusciva a dirigere la loro performance senza mai imporsi, restando al tempo stesso partecipe e discreto”. Debora Willis, fotografa e docente alla New York University, sottolinea: “Tamagni ha mostrato che il personale è politico. Ha cercato visibilità dove nessuno guardava e ha trasformato lo stile in una forma di affermazione identitaria. Le sue fotografie sono un esempio di resistenza e libertà”.

09 lahlande il giovane posa nella sua stanza con sigaro 2007copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni1 / 8
Lahlande il giovane posa nella sua stanza con sigaro 2007.Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
08 lahlande il giovane mostra le sue preziose scarpe italiane 2007copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni2 / 8
Lahlande il giovane mostra le sue preziose scarpe italiane 2007.Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
07 ange mouzieto si allaccia la giacca nel cortile di casa 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni3 / 8
Ange Mouzieto si allaccia la giacca nel cortile di casa 2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
06 salvador hassan con sigaro acceso 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni4 / 8
Salvador Hassan con sigaro acceso 2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
05 michel con bastone da passeggio 2007copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni5 / 8
Michel con bastone da passeggio 2007.Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
03 anselme badiano cappellano dellesercito in borghese con maschera 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni6 / 8
Anselme Badiano, cappellano dell’esercito in borghese con maschera 2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
02 sapeur con abito coloniale militare e simboli francesi mostra una tour eiffel 2008 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni7 / 8
Sapeur con abito coloniale militare e simboli francesi mostra una tour Eiffel 2008. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
01 lamame le parisien passeggia con ombrello e farfallina rosa 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni8 / 8
Lamame ‘le parisien’ passeggia con ombrello e farfallina rosa 2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni
09 lahlande il giovane posa nella sua stanza con sigaro 2007copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
08 lahlande il giovane mostra le sue preziose scarpe italiane 2007copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
07 ange mouzieto si allaccia la giacca nel cortile di casa 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
06 salvador hassan con sigaro acceso 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
05 michel con bastone da passeggio 2007copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
03 anselme badiano cappellano dellesercito in borghese con maschera 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
02 sapeur con abito coloniale militare e simboli francesi mostra una tour eiffel 2008 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
01 lamame le parisien passeggia con ombrello e farfallina rosa 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni

MET Gala 2025: l’estetica sapeur al centro della scena internazionale 

Il MET Gala 2025 ha acceso i riflettori su un fenomeno fino a ieri marginale nei circuiti ufficiali della moda. Ispirata al saggio Slaves to Fashion di Monica L. Miller, la mostra newyorkese (fino al  26 ottobre 2025) presenta capi storici dei sapeur accanto a pezzi d’alta moda contemporanea. In questa risonanza culturale, le fotografie di Tamagni, pur non ufficialmente in mostra, sono riconosciute come fondamentali. Il suo sguardo ha costruito un ponte tra moda, estetica postcoloniale e resistenza identitaria, contribuendo a definire una nuova genealogia visiva della moda afro-diasporica.

Le mostre 2025: Dakar e Trento raccontano Daniele Tamagni 

Nel 2025 la Daniele Tamagni Foundation rilancia il progetto Style is Life con due importanti mostre: a Dakar e a Trento. A Dakar, dal 15 maggio, la mostra sarà ospitata al Musée Théodore Monod d’Art Africain e all’Istituto Italiano di Cultura. Il programma prevede inaugurazioni, tavole rotonde e workshop con fotografi e curatori africani come Aïda Muluneh, Adama Paris e Malick Welli. A Trento, presso la Galleria Civica del Mart, l’esposizione sarà curata da Gabriele Lorenzoni, con Bardelli Nonino e Muluneh, e resterà aperta fino al 6 luglio.

10 donna sapeur ingioiellata in un bar di poto poto 2007 copyright daniele tamagni courtesy giordano tamagni Cos’è il dandismo nero celebrato a New York e cosa c’entra il fotografo Daniele Tamagni
Donna sapeur ingioiellata in un bar di Poto Poto 2007. Copyright Daniele Tamagni, Courtesy Giordano Tamagni

Daniele Tamagni Foundation: formazione, archivio e memoria 

Oltre alle mostre, la fondazione promuove il Daniele Tamagni Grant, borsa di studio per giovani fotografi africani, già assegnata a quattro autori in collaborazione con il Market Photo Workshop di Johannesburg. L’iniziativa sostiene la produzione di progetti legati all’identità e al cambiamento sociale. Dal 2021 è attivo un archivio digitale, accessibile pubblicamente, che raccoglie tutto il lavoro di Tamagni, pubblicato e inedito. Una risorsa preziosa per ricercatori, curatori, studenti e giornalisti, oggi utilizzata anche in programmi formativi in scuole come lo IED e lo stesso Market Photo Workshop. Daniele Tamagni ha fatto della fotografia uno strumento di narrazione identitaria, dando volto e dignità a espressioni culturali troppo a lungo marginalizzate. Con le sue immagini, ha riscritto le regole della moda e del reportage. Oggi, il suo archivio è una risorsa viva, al centro di una riflessione internazionale su estetica, politica e memoria.
Alessia Caliendo

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Investimento sul digitale e scommessa sul partenariato pubblico-privato. Sono questi gli elementi su cui poggia l’iniziativa Crea valore, investi con noi, promossa dall’Agenzia del Demanio per incoraggiare la valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico italiano.

Il progetto “Crea valore” dell’Agenzia del Demanio

Nella pratica, il Demanio ha approntato una piattaforma digitale accessibile agilmente online che, per ora, contiene una prima selezione di immobili – poco meno di 400 – distribuiti su tutto il territorio nazionale e scelti con l’obiettivo di creare sinergie tra gli interessi degli operatori di mercato, profit e no profit, e l’offerta immobiliare dell’Agenzia, orientando le operazioni verso la valorizzazione e la riqualificazione urbana. L’operazione rientra infatti nell’ambito delle attività condotte dalla Cabina di Regia sulla valorizzazione degli immobili pubblici, istituita presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze “per aumentare la fruibilità dei dati sul nostro patrimonio, nell’ottica di massimizzare operazioni di riqualificazione urbana e generare valore sui territori”, spiega il Sottosegretario al MEF, Lucia Albano. 

Il Demanio cerca investitori per valorizzare gli immobili pubblici

Sul sito dell’Agenzia del Demanio, quindi, una sezione dedicata presenta gli immobili in funzione della loro possibile destinazione d’uso (culturale-turistico, social/senior housing, residenze universitarie e destinazioni miste) con un corredo di immagini e dati sulla tipologia, dimensione, ubicazione e stato manutentivo, per aiutare il potenziale investitore a valutare il proprio interesse e, in caso, richiedere ulteriori informazioni e supporto. A disposizione degli utenti, una mappa interattiva colloca visivamente gli immobili sul territorio nazionale: è la Sicilia, in questa prima fase, la regione più rappresentata, con 67 beni a disposizione per operazioni di valorizzazione, recupero e rifunzionalizzazione. Seguono il Lazio (54) e poi Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, tutte sopra le 30 unità. Di poco staccata, sempre in doppia cifra, la Toscana, con 26 immobili. In totale sono 18 le regioni presenti, mentre al momento non risultano immobili digitalizzati in Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. L’invito del Demanio è rivolto a investitori privati, nazionali e internazionali: “Disporre di informazioni puntuali sull’ubicazione e sulle caratteristiche degli immobili contribuisce ad attrarre investimenti, sia da parte di soggetti pubblici che privati”, sottolinea Albano. Sul lungo periodo, l’obiettivo è quello di produrre effetti positivi anche sul tessuto urbano e sociale: “L’alleanza che stiamo stringendo con gli enti del territorio permetterà di dare maggiori certezze agli investimenti anche di lungo periodo.” evidenzia in merito la direttrice dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal Verme “La logica è di accompagnare investitore e territorio nelle opportunità e nell’esigenza di utilizzare gli immobili pubblici per eliminare qualsiasi forma di abbandono e degrado, per dargli nuove funzioni coerenti con il mutato contesto. L’immobile diventa un motore di rigenerazione urbana, il suo riuso risponde al mercato, crea sviluppo, benessere e impatti positivi per la collettività”.

palazzo del senato milano la facciata di francesco maria richini 1 Il Demanio italiano finalmente cerca investitori per valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico
Palazzo del Senato, Milano. La facciata di Francesco Maria Richini

I 383 immobili pubblici presenti sulla vetrina online del Demanio

E i primi immobili individuati testimoniano la varietà e le potenzialità del patrimonio immobiliare pubblico italiano. Tra le proposte digitalizzate, infatti, spiccano tanto architetture moderne che edifici storici, o siti paesaggistici: dalla Vela incompiuta di Calatrava, alla periferia di Roma, alla Basilica di Superga che sovrasta Torino (dov’è in corso un restauro milionario); dall’Abbazia di San Cassiano in Umbria all’area di Porta Portese, sede dello storico mercato domenicale all’aperto di Roma. E ancora il Palazzo del Senato di Milano (già oggetto di recenti investimenti per valorizzazione), due isolotti nella Laguna di Venezia, la sede dell’Archivio di Stato di Napoli, gli ex magazzini del sale di Chioggia, molte ex caserme e case circondariali. Nessuno di questi beni immobiliari – 383 in totale – è in vendita, e invece, se l’iniziativa avrà successo, potrà beneficiare di investimenti volti a propiziare una rinascita sempre nell’alveo del patrimonio pubblico. Il lancio del progetto Crea Valore si accompagna alla messa online di altre due sezioni inedite, entrambe pensate come piattaforme interattive trasparenti: Immobili di proprietà ed in uso dello Stato e Piani Città.  La prima è una mappa che localizza gli edifici di proprietà e in uso dello Stato per fornire una panoramica accessibile del portafoglio immobiliare pubblico (anche quello escluso dalla prima fase di Crea Valore). La seconda illustra invece i progetti di trasformazione urbana in corso, offrendo dettagli sugli immobili coinvolti nei Piani Città degli immobili pubblici e sulle iniziative attuate, evidenziando le opportunità di sviluppo e valorizzazione del patrimonio.
Livia Montagnoli
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È la figlia maggiore di Ludovico Corrao, senatore, avvocato, mecenate, visionario, più volte sindaco di Gibellina tra il 1969 e il 1994. E di Gibellina, Francesca Corrao, da giovanissima ha visto la caduta, le macerie del Belìce, poi l’impegno di Danilo Dolci, Leonardo Sciascia, Renato Guttuso, Carlo Levi. E così la lenta ripartenza, fra arte, cultura e resistenza civile, in una Sicilia piegata dall’inefficienza politica, dal clientelismo, dalla peste della criminalità organizzata. Nata a Palermo, conobbe da vicino quel territorio colpito nel ‘69 dalla sciagura del sisma, luoghi che suo padre volle trasformare in simboli di bellezza, nel nome di una battaglia politico-culturale intitolata all’internazionalità, all’utopia, al senso di comunità, alla sperimentazione. Lì vide la luce l’immacolata distesa del Grande Cretto, sigillo e sudario di rovine per sempre sottratte alla vista, e lì nacque Gibellina Nuova, progetto urbanistico controverso ed ambizioso, figlio di una visione radicale e differente.
Cresciuta frequentando artisti del calibro di Isgrò, Pomodoro, Schifano, Scialoja, Burri, Consagra, che del Senatore erano amici oltre che compagni di avventure, Francesca Corrao è oggi una fine arabista, professoressa ordinaria alla LUISS di Roma. Laureatasi all’Università La Sapienza, con un Dottorato in Filologia e studi storici del Mondo arabo, ottenne un Master in Studi Arabi presso l’American University del Cairo. Questo il suo universo, fatto di collaborazioni con atenei italiani e stranieri, di pubblicazioni, conferenze e studi sul Mediterraneo, sull’Islam, sulla poesia araba e il teatro orientale, sugli aspetti culturali e sociali del Medio Oriente.

Ludovico Corrao, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Francesca Corrao. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi1 / 7
Ludovico Corrao, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Francesca Corrao. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi
Francesca Corrao con il poeta Adonis. Venezia, Biennale Teatro 20082 / 7
Francesca Corrao con il poeta Adonis. Venezia, Biennale Teatro 2008
Ludivico Corrao con con la figlia Francesca (sulla dx) e con due poetesse, l'agerina Zaynab al Awaj e la marocchina Wafa al Amrani3 / 7
Ludivico Corrao con con la figlia Francesca (sulla dx) e con due poetesse, l’agerina Zaynab al Awaj e la marocchina Wafa al Amrani
Francesca Corrao con Leonardo Sciascia a Gibellina nel 19884 / 7
Francesca Corrao con Leonardo Sciascia a Gibellina nel 1988
Ludovico e Francesca Corrao con il Re del Marocco. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi5 / 7
Ludovico e Francesca Corrao con il Re del Marocco. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi
Ludovico Corrao, Francesca Benedetti e Emilio Isgrò alla fine dello spettacolo 'Gibella del martirio' di Isgrònnel, 1982. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi6 / 7
Ludovico Corrao, Francesca Benedetti e Emilio Isgrò alla fine dello spettacolo ‘Gibella del martirio’ di Isgrònnel, 1982. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi
Orestiadi. Tra gli altri, Enzo Fiammetta (accanto a Francesca) e Antonella Corrao (a dx)7 / 7
Francesca Corrao, al centro, con lo staff Fondazione Orestiadi. Tra gli altri, Enzo Fiammetta (accanto a Francesca) e Antonella Corrao (a dx)
Ludovico Corrao, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Francesca Corrao. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi
Francesca Corrao con il poeta Adonis. Venezia, Biennale Teatro 2008
Ludivico Corrao con con la figlia Francesca (sulla dx) e con due poetesse, l'agerina Zaynab al Awaj e la marocchina Wafa al Amrani
Francesca Corrao con Leonardo Sciascia a Gibellina nel 1988
Ludovico e Francesca Corrao con il Re del Marocco. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi
Ludovico Corrao, Francesca Benedetti e Emilio Isgrò alla fine dello spettacolo 'Gibella del martirio' di Isgrònnel, 1982. Ph. Archivio Fondazione Orestiadi
Orestiadi. Tra gli altri, Enzo Fiammetta (accanto a Francesca) e Antonella Corrao (a dx)

Francesca Corrao e la presidenza della Fondazione Orestiadi

A lei è passata, pochi mesi fa, la Presidenza della Fondazione Orestiadi, ruolo già ricoperto tra il 2011 e il 2013. Eredità del senatore Corrao, con l’omonimo Festival, la Fondazione si è scontrata via via con importanti difficoltà economiche e di gestione. All’ultimo decennio di rilancio e di ritrovata prosperità ha certo contributo fortemente Calogero Pumilia, politico di lungo corso e uomo sensibile all’impegno culturale per il territorio: eletto presidente dal 2015, ha comunicato le sue dimissioni a gennaio 2025. Pumilia ci ha raccontato le sue ragioni. Oggi Francesca Corrao risponde, sfilandosi dalle polemiche per dare priorità ad altro: il futuro di Gibellina e l’impegno per una centralità culturale ulteriormente rafforzata.
Il 2026 sarà un anno strategico. Gibellina è la prima “Capitale dell’Arte Contemporanea” incoronata dal Ministero dei Beni Culturali sulla scorta del progetto Portami il futuro, scritto da Roberto Albergoni con la sua Fondazione MeNo. Un titolo che si somma a quello di “Capitale italiana della cultura”, assegnato per il 2025 ad Agrigento (anche qui su progetto di Albergoni), con esiti fin qui deludenti, meccanismi inceppati e ritardi clamorosi. A Gibellina però la storia sembra essere diversa: i fondi sono regionali, oltre che ministeriali, ma l’ingerenza della politica non si avverte, i lavori in corso procedono, la macchina è rodata e la speranza è che il 2026 possa rappresentare un reale momento di aggregazione, di ricerca e di produzione culturale.

ludovico corrao Gibellina Capitale, verso il 2026. Parola a Francesca Corrao per la Fondazione Orestiadi
Ludovico Corrao

Quando Ludovico Corrao morì, il grande artista e poeta Emilio Isgrò – che sulle macerie di Gibellina aveva messo in scena negli anni Ottanta la sua trilogia di Eschilo – scrisse una commossa orazione funebre (I funerali di Corrao, Aragno Editore, 2013). Il poemetto si chiudeva così: “E del resto lo sai amico buono, / mia titubanza storica, mia carità infinita. / Non t’ha ucciso Sayfùl, non t’ha ammazzato l’aria. / T’ha ucciso la Sicilia per conto dell’Italia”.
Lo slancio civico di Isgrò, la sua vibrante scrittura lirica, erano qui attestato d’amore e denuncia sferzante, nella rabbia di chi conosceva e conosce, dell’isola, tutta l’ingratitudine, i fallimenti, l’indifferenza, l’irredimibile colpa. Eppure non smisero, certuni, di costruire e di produrre visioni, di imbarcarsi in sfide altissime, senza certezze e senza paracadute. Nel ricordo di quell’incoscienza virtuosa, ove fiorirono miracoli, errori e ancora nuove intuizioni, il progetto odierno per Gibellina trova un senso speciale. Portando il futuro fin dentro la storia, e viceversa.

francesca corrao 2 1 Gibellina Capitale, verso il 2026. Parola a Francesca Corrao per la Fondazione Orestiadi
Francesca Corrao

L’intervista a Francesca Corrao

Partiamo dalla nota polemica. L’Onorevole Pumilia ci ha parlato con amarezza di una rottura con il Cda della Fondazione, preludio delle sue dimissioni: cosa è accaduto?
Come già dichiarato, in seno al Cda non sono sorti dissapori tanto importanti da giustificare le dimissioni, che ci hanno sorpreso anche per le esternazioni che abbiamo poi letto sui giornali e che ancora non comprendiamo.

Pumilia ci ha detto che il rischio oggi è di ritrovarsi una “Capitale belicina del contemporaneo”. Come gli risponde?
L’attenzione alle altre culture fa parte del mio curriculum: per anni ho vissuto e studiato presso istituzioni straniere come l’American University in Cairo, ho anche insegnato e sono stata Visiting professor in vari Atenei tra cui Harvard. Durante il mio primo incarico alla Fondazione Orestiadi (2011-2013) ho organizzato, tra le altre, la mostra “L’Islam in Sicilia” e “Le Trame Mediterranee”. Per la Fondazione ho pubblicato le poesie e i saggi dei convegni da me organizzati dal 1987 con poeti tra cui Valerio Magrelli, il siriano Adonis, e l’indiano Battacharia. Ho invitato artisti noti come l’algerino Rashid Kouraishi e l’egiziano ‘Adel al-Siwi. A marzo abbiamo accolto in residenza la francese Hèlén Berenger e a maggio si inaugura la mostra della svizzera Rita Ernst.

Perché si è scelto di interrompere le attività presso le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento? Davvero l’investimento era eccessivo, a fronte dei cospicui finanziamenti ricevuti dalla Regione per la Fondazione e di quello mirato, concordato con il Parco della Valle dei Templi?
Secondo le previsioni dell’ex presidente Pumilia avremmo dovuto ricevere dei contributi che in gran parte non sono arrivati, ottenendo l’inserimento del progetto “Fabbriche Chiaramontane della Fondazione Orestiadi” nelle attività di Agrigento Capitale, prospettiva che non si è più consolidata. La sede ha invece maturato solo costi. Peraltro il contributo della Fondazione Orestiadi concesso dall’attuale finanziaria regionale prevede che lo stesso debba essere vincolato ad attività da svolgersi unicamente nel comprensorio di Gibellina e realizzate attraverso il Comune di Gibellina. Pertanto non vi sono in atto risorse da destinare al progetto su Agrigento. Dovendo tutelare l’equilibrio economico-finanziario della Fondazione abbiamo ritenuto non vi fossero più i presupposti per proseguire.

montagna di sale mimmo paladino ii Gibellina Capitale, verso il 2026. Parola a Francesca Corrao per la Fondazione Orestiadi
Gibellina, Baglio Di Stefano, Fondazione Oresrtiadi e Museo delle Trame Mediterranee. Sul fondo la Montagna di sale di Paladino


Memorie e nuove sfide per Gibellina e le Orestiadi

Come sarà la Fondazione Orestiadi della presidenza Corrao? Valori, obiettivi, governance.
I valori che promuoviamo sono quelli del dialogo tra le arti e le culture, a partire dal Mediterraneo, per estenderli al resto del mondo. Mentre continua l’attività artistica –ricordo la 44° edizione del Festival delle Orestiadi, dal 27 giugno al 2 agosto – stiamo rilanciando l’alta formazione. Abbiamo ripreso le collaborazioni con le Università e le Accademie, pubbliche e private. Quindi più seminari e laboratori rivolti a un pubblico internazionale, favorendo scambi utili ai giovani per affinare la loro formazione con gli artisti. Punteremo sulle residenze artistiche, che sono un ottimo strumento per attrarre cultura e creare sviluppo.
Rispetto alla gestione, stiamo lavorando per un rafforzamento e un efficientamento in termini anche di accessi e risorse: da aprile il Museo delle Trame Mediterranee è aperto finalmente in orario continuato. Il che ha significato, numeri alla mano, un incremento degli ingressi (più che raddoppiati), con un impatto positivo anche sugli incassi, che ricompensa ampiamente l’investimento sul personale aggiuntivo. E così, anche sul fronte del Festival, stiamo intervenendo per aumentare l’impatto economico diretto. Infine, un sogno nel cassetto: fare emergere nel territorio più capacità manageriali nel settore del turismo culturale e della comunicazione della cultura.
Gibellina, con la storia di suo padre, parla di un’idea del contemporaneo che poggia sulla relazione tra artisti, opere e territorio, nel segno della rinascita. Cos’è per lei questo luogo e cosa significa investire in Sicilia?
La rinascita avviata da Corrao ha dato ai giovani l’opportunità di incontrare artisti italiani e stranieri a Gibellina. Gli artigiani hanno lavorato con Accardi, Consagra, Pomodoro; i ragazzi delle scuole e la cittadinanza hanno ascoltato le poesie di Isgrò, Scialoja e Adonis. Nel crescere con gli artisti si è data a molti giovani di allora – tra cui il personale, i collaboratori e gli amici – la possibilità di assumersi responsabilità a vario livello, realizzando opere o gestendo eventi.
Oggi, con le residenze, le iniziative mirate per le scuole e le biblioteche, le collaborazioni con musei nazionali e internazionali, con Gibellina Photoroad, biennale internazionale di fotografia site-specific, e con le proposte del Ministero e delle sovrintendenze, vogliamo coinvolgere sempre di più un pubblico giovane per avvicinarlo alle bellezze dell’arte e dell’ambiente. Puntiamo a “portarlo nel futuro”.

macchine sceniche per le orestiadi di arnaldo pomodoro Gibellina Capitale, verso il 2026. Parola a Francesca Corrao per la Fondazione Orestiadi
Arnaldo Pomodoro, Macchine sceniche per le Orestiadi

Gibellina ha vinto il titolo di Capitale italiana dell’arte contemporanea con il progetto della fondazione MeNo: spieghiamo come funzionerà la macchina nella fase esecutiva.
Premetto che l’organizzazione spetta al Comune di Gibellina, titolare del progetto, che opera – come sempre fatto – in stretta e funzionale sinergia con la Fondazione Orestiadi, in qualità di partner.  Il team che ha redatto il progetto vincitore è al lavoro. Molte attività saranno realizzate nella valle del Belice e nella provincia di Trapani, per coinvolgere il territorio e fare crescere altre realtà locali, con l’obiettivo di lasciare competenze utili a consolidare lo sviluppo del turismo culturale.

È un modello diverso rispetto ad Agrigento, per cui si sono costituite una fondazione ad hoc e una cabina di regia regionale. Sarà più efficiente, più funzionale? Che clima si respira?
Certo si tratta di un progetto che ha altre opportunità e problematiche, perché la realtà è diversa: Gibellina ha 5mila opere e circa 4.500 abitanti, senza avere i visitatori del Parco agrigentino, e un turismo ancora da lanciare. Ma a Gibellina esiste una Fondazione di pregio con un’esperienza consolidata nella gestione dell’arte contemporanea, e la cooperazione tra Comune e Fondazione è rodata da tempo. Il clima tra i promotori è di grande entusiasmo, siamo in un certo qual modo tutti “figli” di Corrao e con questo impegno ci sentiamo investiti dalla responsabilità di portare avanti il sogno mediterraneo, di cui questo importante riconoscimento è un po’ il sigillo.

Cosa secondo lei non ha funzionato ad Agrigento?
Vorrei vedere il lato positivo, piuttosto. Direi che finalmente Agrigento ha ingranato la marcia, entrando nel pieno dell’attività. Confido in ciò che è meno noto, ma c’è: intelligenza, creatività e voglia di lavorare insieme per il bene di tutti. Sembrerò idealista, ma mio padre ha dimostrato che ci sono uomini e donne di buona volontà capaci di realizzare grandi cose, come è accaduto a lui e chi lo ha accompagnato in quell’arduo percorso 50 anni fa. Ora è più fattibile, perché, come dimostra il conferimento del titolo, c’è molta più attenzione al contemporaneo. E poi a guida del progetto di Agrigento è stata chiamata una Prefetta e a Gibellina il board è a maggioranza femminile. Credo nella pragmaticità risolutiva delle donne e nel giusto clima di cooperazione che si è instaurato anche con l’amministrazione comunale e regionale.

Come ha interpretato il passo indietro di Albergoni a Gibellina, dopo Agrigento? Se lo aspettava? Per la fondazione MeNo resta comunque Andrea Cusumano, nel ruolo di direttore artistico. Si pensa a una nuova figura di coordinamento generale?
Non ne sapevo nulla. So che il Sindaco – a cui compete – si è già mosso a livello amministrativo e che sta valutando i curricula.

la citta di tebe pietro consagra foto luca savettiere Gibellina Capitale, verso il 2026. Parola a Francesca Corrao per la Fondazione Orestiadi
Gibellina e La città di Tebe di Pietro Consagra. Ph. Luca Savettiere

Gibellina Capitale 2026. Lavori in corso

Intanto come procedono i preparativi per il 2026? Parliamo delle attività avviate nel 2025.
Abbiamo già avviato le residenze degli artisti, in vista delle mostre: ad aprile Nunzio Di Stefano, a maggio Renata Boero e a giugno Francesco De Grandi, poi Anna Lorenzetti. Emilio Isgrò, a cui sarà conferita la cittadinanza onoraria di Gibellina a fine giugno, sta preparando una sorpresa. A luglio il teatro del Festival delle Orestiadi, in autunno la mostra Progetto mediterraneo a Tunisi e due mostre di presentazione della Capitale del contemporaneo a Milano e a Palermo.

Cosa vedremo l’anno prossimo?
L’idea del progetto è “Portami il futuro”, quindi quale migliore occasione per realizzare assieme agli artisti un lavoro di rilancio? L’arte aggiunge un tocco di poesia e di coraggio alla visione della realtà. Per il 2026 sono previste le mostre frutto delle residenze artistiche realizzate quest’anno, non solo a Gibellina ma in tutto il territorio del Belice e della provincia di Trapani. Le attività già avviate con le scuole locali saranno estese ad altri Istituti della Provincia. Tra i progetti alcuni mirano a sensibilizzare i più giovani sulla bellezza della natura e sul rispetto dell’ambiente, lavorando insieme al Gran Paradis International Film Festival. Poi ricordo i percorsi di lettura delle Biblioteche e il Festival di Giufà nel Belìce, da cui è nata la collaborazione con il Festival nazionale Illustramente, che promuove il premio Giufà viene dal mare, dedicato al disegno e alla narrativa aneddotica per giovani. Stiamo anche pensando di realizzare eventi di poesia, per riavvicinare questa antica arte alle nuove generazioni.

È chiaro che il tema le stia molto a cuore. Ci dica meglio, dunque: quanto e come state lavorando sulla partecipazione, sull’inclusione di persone, associazioni, realtà locali?
Qui il concetto di residenza si coniuga anche con il momento di laboratorio rivolto agli studenti. Ma se Scialoja e Schifano lavoravano con i ragazzi negli anni ’80, oggi i laboratori mirano a coinvolgere anche la cittadinanza. Riguarderanno la pittura con Francesco Impellizzeri, le performance di danza con Virgilio Sieni, la “camminata” della “Squola” di Lorenzo Romito con gli Stalker, poi le edizioni straordinarie del Festival di teatro delle Orestiadi e di Gibellina Photoroad.

ludovico corrao sulla sx e alberto burri 1 Gibellina Capitale, verso il 2026. Parola a Francesca Corrao per la Fondazione Orestiadi
Ludovico Corrao (a sx) con Alberto Burri

In questa avventura entusiasmante, certamente complessa, tra i molti ricordi di suo padre cosa ritorna in lei più spesso?
Sì, entusiasmante e piena di sfide che mi portano, nei momenti più duri, a ricordare l’esempio di mio padre: per lui non esistevano le “ferie”, lavorava sempre, e nei momenti più bui rilanciava con nuove iniziative per dare a sé stesso e agli altri la speranza: si deve continuare a sognare e perseverare nel battersi per realizzare i propri obiettivi. Così questi ricordi mi servirono nel mio primo mandato, quando ho tirato fuori il coraggio per chiedere alla sovrintendenza l’autorizzazione a vendere tre delle nostre opere per pagare gli stipendi; anche lui, quando – gravemente malato – si era trovato in difficoltà, dismise il tavolo da pranzo di casa. E come lui mi batto ogni giorno per la Fondazione e per Gibellina, perché sento di avere un debito di gratitudine, come tanti, verso quest’isola bellissima che mi ha dato tanto.

In sintesi, generosità, dedizione totale e volontà inscalfibile.
Mio padre era ironico, non serbava rancori, amava lavorare ai grandi progetti con gli artisti per poi coinvolgere con entusiasmo i giovani nei suoi sogni. Negli anni ha incoraggiato tante persone in diversi campi, dal giornalismo all’editoria, dall’artigianato alla produzione del vino. I frutti sono tangibili, il suo editore sta per ripubblicare una nuova edizione de Il sogno mediterraneo e il giovane produttore di allora è oggi un mecenate erede della visione di mio padre a Gibellina. Oggi intorno ai progetti della Fondazione sento tanta stima, riconoscenza e attenzione dalla politica tutta, quell’attenzione positiva che si ha per le cose che creano crescita e sviluppo, fatte con dedizione e scrupolosità, sempre nell’interesse collettivo. Questo dà alla Fondazione un grande entusiasmo e la forza per ignorare – come avrebbe fatto mio padre – qualche personale risentimento.

Alberto Burri, il Grande Cretto di Gibellina1 / 4
Alberto Burri, il Grande Cretto di Gibellina
Pietro Consagra, Stella d'ingresso al Belice, 19812 / 4
Pietro Consagra, Stella d’ingresso al Belice, 1981
la montagna di sale di m paladino foto cgiorgio varvaro 1 Gibellina Capitale, verso il 2026. Parola a Francesca Corrao per la Fondazione Orestiadi3 / 4
La montagna di Sale di M. Paladino. Ph. ©Giorgio Varvaro
Emilio Isgrò, Gibella del martirio, 19824 / 4
Emilio Isgrò, Gibella del martirio, 1982
Alberto Burri, il Grande Cretto di Gibellina
Pietro Consagra, Stella d'ingresso al Belice, 1981
la montagna di sale di m paladino foto cgiorgio varvaro 1 Gibellina Capitale, verso il 2026. Parola a Francesca Corrao per la Fondazione Orestiadi
Emilio Isgrò, Gibella del martirio, 1982

Seminare e costruire il futuro

“Portami il futuro” si chiama il progetto per Gibellina Capitale. Il dialetto siciliano non coniuga questo tempo verbale. E il senso del futuro in Sicilia è stato sacrificato di continuo da contingenze storiche e sociali. Le viene in mente un’opera in particolare che per lei è metafora di questo concetto?
Me ne vengono in mente almeno quattro: un dono per il futuro è la memoria del passato con l’opera realizzata da Isgrò per la messa in scena di Gibella del Martirio, un lungo tavolo arrugginito con lampade a olio e quaderni con i ricordi dei bambini di allora. La Stella di Consagra, come indicazione perenne di rinascita per il territorio del Belice. Il Cretto di Burri, come memoriale di tutte le vittime delle calamità naturali e militari: è il ricordo che trionfa, con la bellezza della vita che continua. La quarta è la Montagna di Sale di Mimmo Paladino, emblematica dello sforzo infinito che compie nella vita chi ambisce ad alte vette.

Un’ultima domanda. I grandi eventi una tantum si esauriscono – nel migliore dei casi – come splendidi spettacoli pirotecnici.  Spesso non resta niente in termini di eredità strutturale, concreta. Cosa si augura in tal senso per Gibellina Capitale?
Come ho già detto lavoriamo per i giovani e il territorio, e l’arte è potente nello stimolare l’empowerment. Qui voglio riportare il risultato di una mia recente ricerca accademica. A Boston, nel 1893, arrivava il grande poeta Jubran Khalil Jubran, era un bambino ma imparò nelle scuole create dalle istituzioni pubbliche in collaborazione con le associazioni gestite dagli allievi del filosofo Ralph W. Emerson. Scoprì l’arte ammirando i pregiati decori artistici della prima Public Library; e poi la sua formazione fu seguita da artisti che lo aiutarono a sviluppare il suo talento. Divenne noto al mondo per la sua opera Il profeta, ma a renderlo celebre contribuirono i suoi lettori e tra questi tutti coloro che come lui ebbero dalla scuola, dalla biblioteca, dai musei e dagli artisti l’opportunità di imparare ad apprezzare l’arte, la poesia, la musica. Da un caro amico di mio padre, il filosofo educatore Daiskau Ikeda, ho imparato che per educare i talenti ci vuole la creatività dell’arte e che per costruire la pace serve conoscere i valori e le culture degli altri popoli.

Helga Marsala
Libri consigliati:

Gibellina, la città che visse due volte. Terremoto e ricostruzione nella Valle del Belice


Gibellina. Memoria e utopia. Un percorso d'arte ambientale

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Uno spazio per la ricerca e la formazione continua nel campo del fashion e delle arti performative che ripensa la scuola di moda mettendo al centro le differenze culturali, il corpo e la voce. Si tratta di (ß), un progetto in continua evoluzione che trova casa negli spazi di Motelsalieri, laboratorio del fashion designer e creativo Fabio Quaranta in Via Passo Pordoi a Milano, adesso luogo d’incontro per persone provenienti da contesti sociali e culturali diversi. Una comunità, anche di quartiere (siamo in zona Corvetto), possibile grazie a laboratori e performance che generano interazioni e, di conseguenza, nuove prospettive.

Il metodo di Motelsalieri (ß)

Con l’obiettivo di fare rete tra gli spazi indipendenti a Milano, in relazione con realtà più affermate per immaginare nuovi modelli di formazione e lavoro, Motelsalieri (ß) è uno spazio di didattica diffusa che ripensa la progettazione artistica mettendo al centro l’esperienza umana, le differenze culturali e il corpo. Attraverso un approccio performativo, in alternativa alle tradizionali lezioni frontali, e un modello basato su laboratori e performance, ß propone una formazione che privilegia la riflessione critica collettiva e abbandona le formalità. È una nuova idea di scuola di moda e pratiche non-creative.

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I pianti e i lamenti dei pesci fossili di e con Annamaria Ajmone, Veza Fernandez (in foto), Stella Succi, Elena Vastano e Natália Trejbalová. Fotografie di Alan Chies

Le origini di Motelsalieri (ß)

Il motivo? La mente dietro questa proposta progettuale innovativa, Fabio Quaranta, con l’aiuto di Annamaria Ajmone, Alberto Groja e Chiara Belardi, ma non solo, crede fortemente nel “potere politico della moda come mezzo di espressione e disciplina complessa, somma della cultura dell’abito e dell’accessorio, dello studio del corpo che lo abita – misure, postura, identità – e dell’architettura spazio/tempo in cui si attiva”.

Istruzione di moda comunitaria? Si può: il caso Motelsalieri (ß)

Le attività sono gratuite o a offerta libera, garantendo una dimensione inclusiva e permettendo a chiunque di partecipare negli spazi in Via Passo Pordoi 6. L’approccio circolare di ß crea un nuovo concetto di scuola, intesa come forma di residenza–formazione condivisa. L’artista invitato partecipa a tutte le fasi del progetto, dai laboratori alle performance, fino ai momenti informali, contribuendo a un’esperienza educativa completa. Nel corso di dieci mesi, il progetto accoglierà un totale di circa 20 professionisti che lavorano con l’abito e il corpo.

Le attività di Motelsalieri (ß)

Sono, però, due gli aggettivi che descrivono al meglio il progetto: fluido e circolare. Gli artisti sono infatti invitati per 3 o 4 giorni, creando un’esperienza collettiva sostenibile di ricerca grazie a laboratori aperti a tutti attraverso open call (tra cui laboratori di cucito e di danza per amatori). Oltre a questi, per favorire momenti teorici quanto pratici, vengono organizzati incontri pubblici con ricercatori, teorici, critici e professori che mettono a disposizione il proprio sapere attraverso reading e conversazioni. Risultato: una riflessione sui temi della moda e delle pratiche performative. Ancora, Motelsalieri (ß) prevede performance aperte, ossia eventi pubblici in cui gli artisti invitati presentano il proprio lavoro, e momenti di condivisione informale che affiancano le attività didattiche, come cene e momenti conviviali che facilitano l’incontro tra persone di diverse origini e competenze.

schermata 2025 05 09 alle 103243 La scuola di moda più geniale di Milano sta al Corvetto e fa istruzione comunitaria
I pianti e i lamenti dei pesci fossili di e con Annamaria Ajmone, Veza Fernandez (in foto), Stella Succi, Elena Vastano e Natália Trejbalová. Fotografie di Alan Chies

L’approccio di Motelsalieri (ß) alla moda

L’approccio della scuola (β) alla moda si distingue per la sua critica alle convenzioni del settore. L’accento non è posto sulla creazione di nuovi prodotti, ma sull’analisi e la rielaborazione delle dinamiche contemporanee attraverso pratiche come il détournement e la copia. L’obiettivo non è più creare il nuovo, ma comprendere e sovvertire i meccanismi alla base della moda e del design, offrendo un’alternativa alla formazione professionale tradizionale, spostando l’attenzione dall’output finale all’esplorazione di processi, modelli e prototipi. Invece di formare figure professionali standardizzate, (β) stimola lo sviluppo di una visione critica e creativa, capace di interrogare e ridefinire il presente e il passato attraverso pratiche che non si limitano alla produzione di oggetti.

Il comitato scientifico di Motelsalieri (ß)

A supporto della scuola, è attivo anche un comitato scientifico che mette a disposizione le proprie competenze, offrendo consulenza su aspetti teorici, metodologici e organizzativi. Professionisti quali Giovanna Silva, Federico Schott, Luca Trevisani, Maria Spadoni Battistoni, Simone Rossi, Federico Antonini, Alessio Cancellieri, Silvia Costa e Federica Jannuzzi contribuiranno ad affermare lo spazio come un laboratorio curatoriale che privilegia l’esperienza pratica e lo scambio, con un focus sulla moda e la formazione: collettiva, comunitaria, umana, non-gerarchica e anti-esclusiva.
Giulio Solfrizzi

L’articolo "La scuola di moda più geniale di Milano sta al Corvetto e fa istruzione comunitaria" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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