Julio 04, 2026

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antiche risaie celano un patrimonio artistico sorprendente, sorge la Cappella di San Galdino a Zelo Surrigone; luogo che, oltre a testimoniare la devozione dei nobili locali, rivela una sofisticata impronta estetica, frutto di un fermento rinascimentale che travalica i confini urbani.  Questo oratorio, edificato in una piccola località vicino ad Abbiategrasso nel 1518 per volontà dei fratelli Gabriele e Bernardo Sala (de Salio), si presenta come un interessante enigma artistico che merita uno studio approfondito e multidisciplinare.

L’enigma artistico della Cappella di San Galdino a Zelo Surigone

Il contesto in cui sorge la cappella si inserisce in un panorama territoriale in cui Milano e il suo hinterland agricolo fungono da viva fucina di innovazioni artistiche. A pochi chilometri da Zelo Surrigone sorge ad esempio il Convento dell’Annunciata, il capolavoro artistico di Abbiategrasso (purtroppo non molto valorizzato da un’amministrazione locale). Sappiamo dalla firma che l’artista leonardesco Moietta, al secolo Nicola Mangone da Caravaggio, realizzò gli affreschi entro il 1519.

Le possibili connessioni tra la cappella di San Galdino e il convento Abbiategrasso

Sarebbe forse possibile mettere in collegamento le due opere, ossia la cappella di San Galdino a Zelo Surrigone e l’Annunciata di Abbiategrasso? Approfondiremo nel corso dell’articolo le varie opzioni che la critica sta soppesando, come se si trattasse di un “cold case” irrisolto con vari sospetti ma nessun colpevole assodato (per il momento).

L’epoca nella cappella di San Galdino cui fu realizzata – i primi decenni del Cinquecento – rappresenta un momento di fermento in cui le idee rinascimentali si diffusero anche al di fuori dei centri urbani, adattandosi alle esigenze e alle risorse delle comunità rurali. I Sala, proprietari terrieri di spicco provenienti da Quargnento, videro nell’edificazione di un oratorio decorato in maniera innovativa l’occasione per imprimere alla loro terra un segno indelebile di appartenenza e di sofisticazione culturale.

L’edificazione della cappella, il cui termine post quem è attestato dal 1518 con un’epigrafe incisa sulla facciata, dall’esterno – piuttosto sobrio – nulla lascia presagire della sontuosità decorativa interna, caratterizzata da una estensione della decorazione ad affresco che si estende dalla volta alle pareti laterali. La scelta della monocromia bruna – una tonalità che richiama la seppia e che dona una patina antica – su uno sfondo azzurro crea un contrasto vibrante, esaltando la tridimensionalità delle figure e la profondità dello spazio.

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Pseudo Boltraffio o Cesare Magni
Pseudo Boltraffio Castello Sforzesco2 / 3
Pseudo Boltraffio Castello Sforzesco
Pseudo Boltraffio Castello Sforzesco3 / 3
Pseudo Boltraffio Castello Sforzesco
Pseudo Boltraffio o Cesare Magni
Pseudo Boltraffio Castello Sforzesco
Pseudo Boltraffio Castello Sforzesco

La sontuosa decorazione interna della cappella di San Galdino nel milanese

Uno degli aspetti più affascinanti della decorazione interna è rappresentato dalla volta a ombrello, rivestita da un intricato pergolato di rami e foglie, identificate come foglie di gelso, eseguite in una monocromia bruna su sfondo blu. Questa scelta non è casuale: l’ispirazione viene chiaramente tracciata dalla Sala delle Asse, dipinta da Leonardo da Vinci nel Castello Sforzesco, sebbene qui l’elemento venga reinterpretato in chiave “rustica” e adattato alle esigenze di un piccolo oratorio rurale. I tronchi dipinti, che emergono dai basamenti architettonici sulle pareti, si intrecciano seguendo le nervature della volta, creando una sensazione di movimento e di continuità che guida lo sguardo verso il soffitto. Tale strategia compositiva, che trasforma l’ambiente in un “bosco pittorico”, evidenzia una consapevolezza raffinata della prospettiva e della luce, elementi cruciali nella pittura rinascimentale. La decorazione “ad tronchonos” può essere contestualizzata all’interno del mondo artistico delle botteghe di ispirazione bramantesca, complicando ulteriormente l’identificazione dell’artista responsabile delle decorazioni.

Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin1 / 15
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
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Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Letizia Cestari3 / 15
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Letizia Cestari
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Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
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Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Letizia Cestari
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Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Letizia Cestari
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Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
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Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Letizia Cestari
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Letizia Cestari
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Letizia Cestari
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin
Cappella San Galdino Zelo Surrigone foto di Michele Moscardin

Le ipotesi attributive sugli affreschi della cappella di San Galdino

Le numerose ipotesi attributive che circolano attorno agli affreschi di Zelo Surrigone riflettono la complessità della scena artistica lombarda del Cinquecento. Tra le letture più affermate, spicca quella di Nicola Mangone, detto il Moietta, attivo nel 1519 al convento dell’Annunciata ad Abbiategrasso. L’analisi tecnica dei volti – in particolare i tratti caratteristici come la rotondità della punta del naso e la lieve gibbosità tra il collo e il mento – sostiene questa attribuzione, suggerendo che tali elementi possano costituire una cifra stilistica riconoscibile nel corpus del Moietta. Alcuni studiosi, come Sandrina Bandera, in occasione del volume monografico relativo al termine dei restauri dell’Annunciata in effetti hanno portato avanti la pista del Moietta come autore degli affreschi di Zelo Surrigone, a nostro modesto avviso in modo non del tutto conclusiva. Il sospettato Moietta andrebbe forse rilasciato per mancanza di prove, anche se evidentemente non ha un alibi.

Forse alcune decorazioni a monocromo presenti all’Annunciata, come un monaco di sapore bramantinesco, presente a fianco dell’arcone trionfale del convento abbiatense, sul lato destro della parete, può ricordarci i modi dell’autore degli affreschi di Zelo? In effetti pare che l’affresco, anch’esso in monocromia, sarebbe stato realizzato in una fase precedente rispetto agli affreschi del Moietta. Chissà che non sia stato proprio un artista della cerchia di Nicola Mangone, magari un eccellente comprimario della sua bottega, a decorare la piccola cappella di San Galdino…

Cesare Magni, Adorazione dei Magi, Collezione Borletti1 / 2
Cesare Magni, Adorazione dei Magi, Collezione Borletti
Cesare Magni crocefissione Vigevano Duomo2 / 2
Cesare Magni crocefissione Vigevano Duomo
Cesare Magni, Adorazione dei Magi, Collezione Borletti
Cesare Magni crocefissione Vigevano Duomo

Cesare Magni il possibile autore degli affreschi di San Galdino a Zelo Surrigone

Un nome tra tutti spicca per talento: Cesare Magni (Milano 1492-1534). La possibilità che il ciclo di affreschi di San Galdino a Zelo Surrigone sia l’opera prima del leonardesco è forse la più affascinante: è ben noto infatti che Cesare entrò in bottega da Fermo Tizzoni da Caravaggio sin dal 27 marzo 1511 (come si evince da un documento firmato dallo zio Agostino) e vi restò per quattro anni. Fermo Tizzoni fu in stretta relazione con l’ambiente degli artisti caravaggini di Milano, come dimostrato dalle proteste del febbraio 1510 e del maggio 1511 contro l’elezione di Giovan Pietro da Conte come priore dell’Accademia di San Luca di Milano. Numerosi pittori preferivano come priore la figura ben più elevata di Zenale.

Il legame tra il Moietta e Cesare Magni nella Milano del Cinquecento

Nel maggio 1511 in particolare troviamo come firmatario anche un giovane capo bottega caravaggino di nome Nicola Mangone, detto il “Moietta”, che lavorerà ad Abbiategrasso nel 1519. Sarebbe dunque possibile pensare che in Cesare Magni, nel periodo di bottega milanese presso Fermo Tizzoni, sia entrato in contatto ed abbia conosciuto Nicola Mangone? Sarebbe sorprendente se così non fosse accaduto. E nel 1515, una volta concluso l’apprendistato da Fermo Tizzoni, non avrebbe potuto unirsi alla compagine di un altro caravaggino d’eccellenza come il Moietta per aiutarlo nella realizzazione di estesi cicli d’affresco come quelli che il capo bottega si apprestava a cominciare ad Abbiategrasso?

Forse in quell’occasione, a conclusione dei lavori dell’Annunciata o in concomitanza con essi, i de Salio chiesero al giovane capo bottega Moietta di consigliare loro un giovane e promettente artista da mettere alla prova presso la vicina cappella di San Galdino a Zelo Surrigone. Alla conclusione dei lavori di edificazione della cappella di Zelo, Cesare Magni avrebbe avuto 26 anni, un’età più che sufficiente per un primo lavoro in autonomia. Quello che si considera essere uno dei primi dipinti di Cesare Magni, un’Adorazione dei Magi della collezione Borletti di Milano, risalente al 1526 circa, potrebbe in effetti presentare alcuni punti in comune con il più acerbo tratto, di tradizione ancora marcatamente zenaliana, che contraddistingue le figure di San Galdino. A livello stilistico possiamo evidenziare come certi volti squadrati, di gusto squisitamente lombardo, alcune gibbosità nella resa del naso, i panneggi morbidi e la rappresentazione delle mani facciano giù presagire ad alcuni elementi caratteristici di Cesare Magni.

L’analisi del simbolo araldico nella cappella di Zelo Surrigone

Nella tesi di dottorato del 2016 di Luca Tosi, che attualmente ricopre la carica di conservatore delle Raccolte Artistiche del Castello Sforzesco di Milano, troviamo un’interessante analisi sul simbolo araldico che compare al centro della volta della cappella di Zelo Surrigone, che secondo l’autore riproduce per metà l’aspetto dello scudo araldico della casata dei Sala/de Salio, mentre per l’altra metà il simbolo della famiglia dei Magni. Era Cesare Magni un membro di un ramo laterale della famiglia dei Magni, ben inserita nel circolo delle famiglie di élite milanesi? Quello che sappiamo è che Cesare era figlio illegittimo di Francesco Magni, appartenente -secondo le fonti- ad “un’illustre famiglia milanese”, forse la stessa il cui simbolo campeggiava nella metà dello scudo rappresentato sulla volta di San Galdino. Questo è quello che lascia intuire la definizione del padre Francesco come “dominus” (“filius quondam domini Francisci”, così si definiva Cesare il 20 febbraio 1524 nel suo testamento, vedi “Atti dei Notai di Milano”, b. 7135).

Stemma casata Sala-Magni, Simbolo araldico cappella di San Galdino a Zelo Surrigone1 / 2
Stemma casata Sala-Magni, Simbolo araldico cappella di San Galdino a Zelo Surrigone
Stemma casata Sala-Magni, Simbolo araldico cappella di San Galdino a Zelo Surrigone2 / 2
Stemma casata Sala-Magni, Simbolo araldico cappella di San Galdino a Zelo Surrigone
Stemma casata Sala-Magni, Simbolo araldico cappella di San Galdino a Zelo Surrigone
Stemma casata Sala-Magni, Simbolo araldico cappella di San Galdino a Zelo Surrigone

Le origini illustri del possibile autore degli affreschi in San Galdino

Per quanto riguarda il potere economico della famiglia, questo è ben dimostrato dal vero e proprio “tesoretto” che Cesare eredita dallo zio Agostino, secondo un documento dell’Archivio di Stato di Milano risalente al 22 febbraio 1519: ben mille lire imperiali, corrispondenti ad una quantità esorbitante di dodici chili d’argento! Una tale somma, al cambio attuale, sarebbe superiore ai diecimila euro, una quantità più che sufficiente a costruire varie cappelle della dimensione di San Galdino. Pertanto, la scelta del giovane Cesare come decoratore della cappella dei Salio-Magni potrebbe essere un incarico opportuno, affidando il giovane alle cure e al supporto logistico di un caravaggino amico come Nicola Mangone, stretto collaboratore di Fermo Tizzoni che aveva curato gli studi “a bottega” del ragazzo. Risulta curiosa a questo proposito anche la firma da parte dello zio Agostino Magni ritrovata sul documento di iscrizione del giovane Cesare (anzi, “agendo per conto di Cesare”) come apprendista presso la bottega di Fermo Tizzoni da Caravaggio del 27 marzo 1511.

Lo zio Agostino Magni, d’altra parte, doveva essere un membro piuttosto potente della famiglia, dato che da un atto notarile del 7 aprile del 1489 conservato all’Archivio di Stato di Milano risulta che egli (o un suo omonimo, figlio di un tale Cristoforo) avesse in precedenza venduto un territorio in zona San Vittore alla famiglia De Riuriis per 4400 lire imperiali. Per una curiosa beffa del destino, dagli atti all’Archivio di Stato di Milano si evince che quel terreno in seguito sarebbe stato confluito nei possedimenti Sforzeschi e da questi sarebbe stato concesso agli Atellani: oggi ospita la celebre “vigna di Leonardo” e la cosiddetta “Casa degli Atellani”.

Le decorazioni della cappella di San Galdino: una questione ancora aperta

Ulteriori ricerche potrebbero, in futuro, fornire prove più solide per confermare questa ipotesi, collegando in maniera più cogente la figura del pittore Cesare Magni con la casata Magni a cui apparteneva il blasone rappresentato nella metà dello scudo araldico della volta della chiesa dei Sala/de Salio.

Qualche dato interessante dai restauri conclusi nel 2024 in effetti è emerso: una delle ipotesi che Luca Tosi prendeva in considerazione nel suo lungo saggio era che il blasone dei Sala-Magni fosse frutto di una modifica successiva alla decorazione ad affresco degli interni risalente al 1659. Il restauratore della cappella Luigi Parma durante il restauro ha avuto modo di osservare da vicino lo scudo sulla volta della cappella di Zelo Surrigone: “Durante i restauri non sono state trovate tracce di ridipinture successive. Pertanto lo stemma che vediamo è quello originale”, ha affermato Parma. L’autore degli affreschi leonardeschi potrebbe dunque essere anche l’autore della decorazione del blasone congiunto Sala-Magni, un dettaglio che parrebbe non contrastare con l’ipotetica attribuzione degli stessi a Cesare Magni.

Cesare Magni, Sacra Famiglia tra Sant'Ambrogio e San Gerolamo, Denver Art Museum1 / 7
Cesare Magni, Sacra Famiglia tra Sant’Ambrogio e San Gerolamo, Denver Art Museum
Cesare Magni, Pietà2 / 7
Cesare Magni, Pietà
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Cesare magni, Madonna con Bambino, tenda verde e paesaggio
Cesare Magni, La vergine delle rocce, da Leonardo Da Vinci, 1520-25, Museo di Capodimonte, Napoli4 / 7
Cesare Magni, La vergine delle rocce, da Leonardo Da Vinci, 1520-25, Museo di Capodimonte, Napoli
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Cesare Magni, Madonna con Bambini, San Sebastiano e San Giovanni
Cesare Magni, la Sacra Famiglia con Santa Elisabetta e San Giovanni Battista6 / 7
Cesare Magni, la Sacra Famiglia con Santa Elisabetta e San Giovanni Battista
Cesare Magni, Adorazione dei Magi, Collezione Borletti7 / 7
Cesare Magni, Adorazione dei Magi, Collezione Borletti
Cesare Magni, Sacra Famiglia tra Sant'Ambrogio e San Gerolamo, Denver Art Museum
Cesare Magni, Pietà
Cesare magni, Madonna con Bambino, tenda verde e paesaggio
Cesare Magni, La vergine delle rocce, da Leonardo Da Vinci, 1520-25, Museo di Capodimonte, Napoli
Cesare Magni, Madonna con Bambini, San Sebastiano e San Giovanni
Cesare Magni, la Sacra Famiglia con Santa Elisabetta e San Giovanni Battista
Cesare Magni, Adorazione dei Magi, Collezione Borletti

La cappella di San Galdino: un intreccio di numerosi filoni interpretativi

Quello che è sicuro è che l’analisi degli affreschi della Cappella di San Galdino a Zelo Surrigone si configura come un vero e proprio laboratorio ideale in cui si intrecciano numerosi filoni interpretativi. La fusione di influenze leonardesche, zenaliane e bramantesche testimonia la complessità della scena artistica lombarda del Cinquecento, in cui la grande tradizione dei maestri si espandeva anche nelle periferie, trovando espressioni diversificate a seconda delle esigenze locali. In questo caso, l’autore degli affreschi ha riprodotto l’intreccio di gelsi della Sala delle Asse del Castello di Milano in piena campagna, come se le pareti si aprissero alla natura circostante.

Chi può essere stato il “colpevole” di aver realizzato un tale capolavoro in piena campagna milanese? In attesa che si trovi la “prova regina” e che la giuria si esprima con una sentenza definitiva, non possiamo fare altro che invitare la cittadinanza alla visita ad un tale gioiello, così bello quanto di dimensioni ridotte. La sensazione che si prova è quella di trovarsi all’interno di una vera e propria stanza delle meraviglie: è ad un tempo strano ed affascinante sentirsi così intimamente vicini ad un grande artista leonardesco ancora tutto da scoprire.
Thomas Villa
Libri consigliati:

Leonardo da Vinci. La sala delle Asse del Castello Sforzesco. Sotto l'Ombra del Moro. Di Claudio Salsi e Alessia Alberti

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L’articolo "Il mistero della cappella di San Galdino vicino Milano: spunta l’opera di un pittore leonardesco" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Nell’ispirare il restyling della Sainsbury Wing, che la National Gallery di Londra si appresta a presentare al pubblico dopo una lunga attesa, accessibilità e inclusione hanno giocato un ruolo fondamentale. È chiaro nelle parole di Gabriele Finaldi, direttore del museo londinese che nel 2024 ha compiuto 200 anni e a conclusione di un anno di celebrazioni si regala una ristrutturazione ambiziosa: “L’ingresso del museo è ora più luminoso, più accogliente e più visibile come spazio pubblico. Ci auguriamo che molti visitatori possano entrare per la prima volta e che coloro che già sono stati al museo possano vivere un’esperienza diversa di visita della nostra collezione”.

La Sainsbury Wing da Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner1 / 10
La Sainsbury Wing da Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
La Sainsbury Wing da Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner2 / 10
La Sainsbury Wing da Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
c the national gallery london photo edmund sumner sainsbury wing foyer looking south 065 La National Gallery di Londra inaugura il rifacimento della Sainsbury Wing: investiti tantissimi soldi3 / 10
Il foyer della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Il foyer della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner4 / 10
Il foyer della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Sainsbury Wing, la vista dal Bar Giorgio © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner5 / 10
Sainsbury Wing, la vista dal Bar Giorgio © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
© The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner_ View from the new Bar Giorgio looking northeast6 / 10
Sainsbury Wing, la vista dal Bar Giorgio © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
La nuova Sainsbury Wing, veduta della scalinata, con la Rotunda e la Jubilee Walk © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner7 / 10
La nuova Sainsbury Wing, veduta della scalinata, con la Rotunda e la Jubilee Walk © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Sainsbury Wing, dal mezzanino © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner8 / 10
Sainsbury Wing, dal mezzanino © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Il bar del ristorante Locatelli nel mezzanino della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner9 / 10
Il bar del ristorante Locatelli nel mezzanino della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Gli arredi della nuova "piazza nella piazza" a Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner10 / 10
Gli arredi della nuova "piazza nella piazza" a Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
La Sainsbury Wing da Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
La Sainsbury Wing da Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
c the national gallery london photo edmund sumner sainsbury wing foyer looking south 065 La National Gallery di Londra inaugura il rifacimento della Sainsbury Wing: investiti tantissimi soldi
Il foyer della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Sainsbury Wing, la vista dal Bar Giorgio © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
© The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner_ View from the new Bar Giorgio looking northeast
La nuova Sainsbury Wing, veduta della scalinata, con la Rotunda e la Jubilee Walk © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Sainsbury Wing, dal mezzanino © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Il bar del ristorante Locatelli nel mezzanino della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Gli arredi della nuova "piazza nella piazza" a Trafalgar Square © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner

Il restyling della Sainsbury Wing alla National Gallery di Londra

La nuova area di accesso alla Sainsbury Wing – addizione alla sede ottocentesca della National Gallery, inaugurata nel 1991 su progetto di Robert Venturi e Denise Scott Brown – sarà operativa a partire dal 10 maggio, prima novità a svelarsi di un più ampio progetto di rinnovamento del museo, finanziato con 85 milioni di sterline. Ripensato dallo studio newyorkese Selldorf Architects (all’architetta tedesca Annabelle Selldorf si deve anche la ristrutturazione della residenza della Frick Collection a New York, riaperta di recente), in collaborazione con Purcell Heritage Architects, l’atrio è stato progettato per accogliere in modo più confortevole e funzionale i milioni di visitatori che ogni anno raggiungono la National Gallery.

Il bar del ristorante Locatelli nel mezzanino della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Il bar del ristorante Locatelli nel mezzanino della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner

Un museo più accogliente e luminoso. Con un nuovo ristorante italiano

Anche grazie alla rinnovata caffetteria (ora Bar Giorgio) e al nuovo ristorante – la cucina è quella dello chef Giorgio Locatelli, che dopo la chiusura del suo storico ristorante londinese presenterà al museo i piatti italiani che l’hanno reso celebre in città – raggiungibile nel mezzanino, dov’è stato ricollocato il bookshop. Locatelli, come si chiama il ristorante, è stato progettato dallo studio LXA, può contare su 80 coperti e ingloba il grande dipinto murale Crivelli’s Garden, realizzato da Paula Rego per l’inaugurazione della nuova ala del museo nel 1991. Ma il restyling della Sainsbury Wing rinnoverà anche il dialogo dell’edificio con lo spazio pubblico dell’antistante Trafalgar Square.

Il foyer della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner
Il foyer della Sainsbury Wing © The National Gallery, London. Photo Edmund Sumner

Un progetto di architettura conservativa (non indenne alle critiche)

L’ingresso si presenta a livello stradale, privo di gradini: all’interno, in un ambiente estremamente luminoso (grazie alla sostituzione delle originali vetrate scure con altre trasparenti, che permettono anche di sbirciare dall’esterno), è stato ricavato il 60% di spazio in più rispetto al passato, per adeguare il progetto concepito all’inizio degli Anni Novanta all’affluenza odierna, cresciuta in modo evidente. Per farlo si è scelto di eliminare alcune colonne non strutturali e di raddoppiare le superfici a disposizione realizzando un mezzanino dal profilo sinuoso, senza stravolgere l’impianto scenografico della Sainsbury Wing. Inalterata è rimasta la grande scalinata (in cima alle scale è ora esposto il monumentale e inedito dipinto Mud Sun, commissionato a Richard Long dal museo) che introduce alle gallerie del primo Rinascimento, anch’esse non intaccate dal restyling, però valorizzate da un nuovo allestimento. L’operazione è stata infatti improntata a una forma di architettura conservativa, per preservare l’identità della Sainsbury Wing, classificata tra gli edifici meritevoli di tutela sul territorio nazionale (Grade I). Anche la scelta dei materiali conferma la preferenza accordata alla continuità tra passato e futuro: ove possibile, i materiali originali sono stati riutilizzati o riciclati; e per le aggiunte si è lavorato con la pietra serena fiorentina già adottata da Venturi e Scott Brown, oltre che con il calcare di Chamesson dalla Borgogna settentrionale, l’ardesia, il legno di quercia e il granito nero. Nonostante ciò, il progetto di Selldorf non ha mancato di suscitare critiche (nel 2022, la stessa Denise Scott Brown si oppose al piano iniziale, poi rivisto): tra i detrattori, alcuni ex presidenti del Royal Institute of British Architects paragonano il nuovo allestimento dell’atrio all’area lounge di un aeroporto.
All’esterno, la porzione di piazza che si relaziona con l’ingresso è stata ribattezzata Yorkstone Sainsbury Wing Square e attrezzata con panchine in cemento, su progetto dello studio VOGT Landscape (già al lavoro in passato per la Tate Modern).
Entro la fine del 2025, il progetto di Selldorf Architects si completerà con l’inaugurazione della Supporters’ House. Bisognerà invece aspettare ancora per la realizzazione del passaggio sotterraneo di collegamento tra la Sainsbury Wing e l’edificio storico (il Wilkins Building), che correrà sotto la Jubilee Walk, e per il rinnovamento del Centro Ricerche. L’inizio del cantiere per la seconda fase è in programma per la primavera 2026.
Livia Montagnoli
Libri consigliati:

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Un pin di metallo smaltato da pochi dollari si sta posizionano dove si incontrano storia, cultura del consumo e potere della merce. È una spilletta che negli USA si sta diffondendo rapidamente e non prelude a niente di buono. Dopo il baseball cup con la scritta MAGA sembra ora giunto il momento del profilo di Donald Trump da aggiungere al bavero della giacca, un indicatore di adesione ed entusiasmo per un “sistema di valori”. Che riproduca i colori di una bandiera, un’onorificenza come la Legion d’Onore in Francia, o il poppy pin in ricordo dei caduti in Gran Bretagna, questa insegna discende in linea diretta dalle mostrine con cui i militari esibiscono sul petto il proprio grado. L’Italia di Benito Mussolini ne prevedeva un’ampia varietà. Quelle “del 1919″ distinguevano i membri originari del partito fascista che avevano marciato su Roma da coloro che vi si erano uniti in seguito: celebre quella del profilo del Duce con l’elmetto calato sino agli occhi da solo figurato o più tardi in coppia con il Führer. Particolarmente potenti, coloratissime, diffuse in Cina in miliardi di pezzi furono i pin, utilizzati come testimonianza impegno personale durante la Rivoluzione culturale: riportavano l’effige di Mao Zedong.
Spille e monete come strumenti di potere nella storia americana e non solo
Ora accade che la spilla bipartisan – quella con i colori della bandiera americana, tonda, rettangolare o mossa – tra i funzionari dell’amministrazione americana abbia cominciato a cedere il passo a quella con il profilo del nuovo del Presidente: le dimensioni sono quelle di una moneta da 25 centesimi il colore è quello dell’oro. Un trend in rafforzato dall’emissione contemporanea della Gold Card dove il volto di Trump assicura a chi è disposto a versare 5 milioni di dollari la possibilità di divenire residente nella Confederazione. Altri presidenti come Washington (banconota da un dollaro), Jefferson (due dollari) e Lincoln (cinque dollari) hanno la loro immagine stampa sulla valuta statunitense; nel 1964, l’anno seguente al tragico attentato, un profilo di Kennedy apparve su un mezzo dollaro commemorativo in argento. Ma ciò è sempre avvenuto dopo che ogniuno di loro era scomparso, o perlomeno non ricoprivano più l’incarico. Risale infatti al 1866 la legge approvata dal Congresso che proibisce l’uso del “ritratto o dell’immagine di qualsiasi persona vivente” su una moneta a corso legale. Far sì che un leader mentre è al potere metta il suo volto su uno strumento finanziario è uno strappo che non ha precedenti nella storia americana. Non in assoluto nella storia però. Giulio Cesare nel I secolo a.C. mette il suo volto su una moneta e da quel momento la Repubblica si trasforma in Impero. Prima di lui, sulle monete apparivano simboli religiosi, divinità, o antenati illustri, ma mai persone viventi. Nel 44 a.C. Cesare, poco tempo prima del suo assassinio, fa coniare una moneta dove a fianco del suo profilo coronato d’allora appare la scritta Dict perpetuo (dittatore a vita). Dopo di lui lo faranno tutti gli imperatori romani (Augusto, Tiberio, Nerone, ecc.) utilizzando queste monete come importante strumento di propaganda nell’Impero.

Baseball cup con la scritta Trump 20281 / 12
Baseball cup con la scritta Trump 2028
Button Regan:Bush con lo slogan MAGA conservato dagli Smithsonian di Washington2 / 12
Button Regan:Bush con lo slogan MAGA conservato dagli Smithsonian di Washington
Il dark Maga ideato da Elon Musk3 / 12
Il dark Maga ideato da Elon Musk
il Poppy pin in smalto che ricorda i caduti della prima guerra mondiale in Gran Bretagna4 / 12
il Poppy pin in smalto che ricorda i caduti della prima guerra mondiale in Gran Bretagna
il post di Elon Musk su X con il baseball cap 20325 / 12
il post di Elon Musk su X con il baseball cap 2032
La Golden Card con l’effige di Donald Trump6 / 12
La Golden Card con l’effige di Donald Trump
Moneta del I secolo a.C. che raffigura Cesare l’iscrizione “DICT PERPETVO” (Dittatore a vita)7 / 12
Moneta del I secolo a.C. che raffigura Cesare l’iscrizione “DICT PERPETVO” (Dittatore a vita)
Pin Musk:Vance per le presidenziali 20248 / 12
Pin Musk:Vance per le presidenziali 2024
Spila con il profilo di Mao Zedong9 / 12
Spila con il profilo di Mao Zedong
Spilla con il profilo di Benito Mussolini10 / 12
Spilla con il profilo di Benito Mussolini
Spilla placcata oro con il profilo di Donald Trump11 / 12
Spilla placcata oro con il profilo di Donald Trump
La spilla di Donald Trump12 / 12
La spilla di Donald Trump
Baseball cup con la scritta Trump 2028
Button Regan:Bush con lo slogan MAGA conservato dagli Smithsonian di Washington
Il dark Maga ideato da Elon Musk
il Poppy pin in smalto che ricorda i caduti della prima guerra mondiale in Gran Bretagna
il post di Elon Musk su X con il baseball cap 2032
La Golden Card con l’effige di Donald Trump
Moneta del I secolo a.C. che raffigura Cesare l’iscrizione “DICT PERPETVO” (Dittatore a vita)
Pin Musk:Vance per le presidenziali 2024
Spila con il profilo di Mao Zedong
Spilla con il profilo di Benito Mussolini
Spilla placcata oro con il profilo di Donald Trump
La spilla di Donald Trump

Le spille di Trump come atto di fede

Chiunque attraverso il web può oggi farsi recapitare un pin personalizzato costruito appositamente per celebrare una ricorrenza, un evento o una promessa: quantità minima 10 pezzi, massima all’infinito. È un gadget divertente, non dovrebbe preoccupare. Ma quando sull’oggetto appare il profilo di un leader nel pieno del suo esercizio di potere qualcosa cambia. Chi lo indossa compie un gesto di fede: la persona raffigurata diventa l’incarnazione di una causa, la lealtà che il cittadino un tempo riservava allo Stato diventa lealtà a un politico che si sostituisce allo Stato. Da secoli si indossano medaglie commemorative più facilmente internalizzate tra uno strato di abbigliamento e l’altro (quelle della Madonna di Lourdes o di Sant’ Antonio da Padova ad esempio) mentre solo il culto ultra-pop di Padre Pio ha cominciato a prevedere lo smercio vero e proprio di pin. Le spille con il profilo di Trump sono meno legate al luogo di emissione. Quella placcata in oro, è attualmente disponibile on line nel Trump Store per 19,95 dollari, mentre altre su Amazon si trovano a 6,99 dollari. Un simbolo così prominente, fa temere che le manifestazioni di patriottismo si stiano trasformando in qualcosa di simile a una “religione laica” costruita attorno a una figura carismatica, capace di utilizzare il potere del rituale e dell’iconografia.

Nell’amministrazione Trump il look è politica

È noto come Trump sia sensibile all’aspetto di chi lo circonda: così come è nota la sua avversione per ciò che considera un abbigliamento inappropriato (si veda il suo rimprovero al presidente Volodymyr Zelensky per aver indossato la sua “divisa da lavoro” anziché giacca e cravatta durante la prima celebre riunione nello Studio Ovale). Alla corte di Trump l’abbigliamento diventa un modo per dimostrare di essere un vero credente, un membro della tribù. Non può essere una coincidenza che così tanti funzionari repubblicani, tra cui il vicepresidente J.D. Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio e lo Speaker della Camera Mike Johnson, abbiano adottato il un dress code più tipico del presidente: abito blu, camicia bianca e cravatta rossa. L’attenzione all’aspetto pare un tratto distintivo di questa amministrazione: se l’uso dell’eyeliner da parte del vicepresidente Vance è certamente una bufala, Pete Hegseth, il Segretario alla Difesa di fresca nomina, ha fatto modificare uno spazio all’interno del Pentagono per offrire ai leader senior e VIP un luogo in cui prepararsi prima delle apparizioni televisive.

Il dark Maga ideato da Elon Musk
Il dark Maga ideato da Elon Musk

Trump e lo slogan MAGA

In questa fase storica della politica americana sono i cappelli ad essere un altro importate segnale di affinità. Che si tratti dei cappellini rosa in maglia indossati dai supporter di Trump durante il primo mandato, o di fantasie mimetiche come quelle proposte da Harris/Walz durante la loro ultima sfortunata campagna elettorale. il Trump Store ha lanciato lo scorso 17 aprile scorso una variante del celebre cappellino rosso che reca l’acronimo “Make America Great Again“: il testo bianco questa volta recita “Trump 2028“.  Un riferimento alla volontà dichiarata da Trump di presentarsi per un terzo mandato sebbene la Costituzione degli Stati Uniti lo escluda. Una variazione del MAGA rosso però già esisteva, il “Dark MAGA” nero su nero indossato spesso da Elon Musk, anche questo reperibile nel Trump store per 55 dollari. Se l’acronimo MAGA resterà indissolubilmente legato alla figura di Trump, va ricordato che lo slogan non è però originale. È stato Ronald Reagan, candidato alla presidenza a idearlo nel 1980, mentre George H.W. Bush lo ha usato per la sua campagna di successo contro Jimmy Carter. Il democratico Bill Clinton ha iniziato la sua campagna del 1992 promettendo “Make America great again” e buon ultimo Donald Trump ha registrato lo slogan per la sua campagna nel 2016. Ma non è finita qui: è già arrivata una nuova versione. Il Buzz Lightyear della Casa Bianca ha recentemente condiviso su X un baseball cup rosso con la scritta “Trump 2032” seguito dalla didascalia “Pensate al futuro!”. Auguri.
Aldo Premoli
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Sarà la St. Jakobshalle di Basilea a ospitare l’Eurovision Song Contestnel 2025. Dal 13 al 17 maggio, quindi, la città svizzera – che tra un mese accoglierà la super fiera Art Basel – sarà travolta dall’energia del più importante evento musicale d’Europa (e più seguito spettacolo televisivo non sportivo al mondo).

L’Eurovision Song Contest arriva a Basilea

Il festival canoro internazionale che annualmente, da quasi settant’anni, mette in competizione i Paesi membri di una vasta rete di emittenti nazionali, nasceva in realtà, nel secondo Dopoguerra, con l’obiettivo di promuovere la cooperazione attraverso la musica. E proprio la Svizzera (Lugano) ne battezzò l’esordio nel 1956.
Lo spirito della manifestazione, che si appresta a celebrare la sua 69esima edizione, è perciò quello di una festa allegra e colorata, che sul palco non ha paura del kitsch, come dimostrano allestimenti a coreografie di molte esibizioni. I 38 Paesi partecipanti conosceranno il verdetto nella serata di sabato 17 maggio, quando in diretta televisiva globale sarà eletto l’artista vincitore del festival.
Tutta la città, però, avrà modo di respirare l’atmosfera gioiosa della rassegna per l’intera settimana di prove e confronti musicali.

La mostra della Fondation Beyeler per l’Eurovision Song Contest

E allora non stupisce che la Fondation Beyeler – museo d’arte più visitato della Svizzera, in attività dal 1997, ospitato nell’edificio progettato da Renzo Piano circondato dal verde, alle porte di Basilea – abbia deciso di rendere omaggio all’arrivo dell’evento in città. Nel segno delle relazioni tra arte e musica, e con l’intenzione di celebrare la diversità e il valore degli scambi culturali.
Dal 9 al 18 maggio, quindi, il centro per l’arte contemporanea ospiterà una mostra speciale in aggiunta alla programmazione ordinaria (è in corso, fino al 25 maggio, la mostra Northern Lights). Over the Rainbow è una collettiva che celebra il potere della musica e la magia dell’arcobaleno, ispirata dall’omonimo tema musicale del film Il Mago di Oz (1939).

“Over the Rainbow” alla Fondation Beyeler

Per rappresentare il tema, la Fondazione ha riunito opere già in collezione permanente di Monet, Van Gogh, Cezanne, Picasso, Warhol, Rothko, Tillmans, Dumas, Bacon, Basquiat, per citare gli artisti più famosi del lotto, selezionando opere che giocano con la luce, l’acqua, i colori. Come l’arcobaleno luminoso di Ugo Rondinone, we are poems (2011), scelto come installazione manifesto del progetto, allestita sul tetto del museo.
L’operazione prevede un biglietto d’ingresso ridotto per tutti, e l’ammissione gratuita per i visitatori under 25. Ma anche visite guidate gratuite in lingua inglese alla Fondazione e alla mostra.
E durante il festival, il negozio della Fondazione proporrà una tiratura limitata di 75 copie di Poem Prints (2017) di John Giorno.
Non certo una connessione inedita, quella tra arte e musica, per la Fondation Beyeler, che a partire dal prossimo 25 giugno ospiterà una nuova edizione della rassegna Sound Garden, trasformando il parco del museo in palcoscenico per artisti locali e internazionali per tutta l’estate. Ogni mercoledì sera, con ingresso gratuito.
Livia Montagnoli
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Racconta tre generazioni di artisti italiani che si muovono tra Milano, Berlino, Zurigo e Ginevra l’ultima mostra presentata dal project space Circolo, sede milanese della Saikalis Bay Foundation. Visitabile fino al 10 maggio 2025 al piano nobile di un palazzo ottocentesco in Via della Spiga 48, l’esposizione propone una nuova narrativa dell’idea di casa, decostruendone lo stereotipo borghese.

A Milano la mostra “There’s No Place Like Home” da Circolo

Classica, accogliente, seducente, disfunzionale, scomoda, politica: There’s No Place Like Home, a cura di Cloe Piccoli, prende le mosse dalle ricerche di Judy Chicago e Miriam Schapiro, oltre ai lavori di Dan Graham e Robert Smithson, considerati alcuni tra i contributi più interessanti sull’idea di domesticità. “Attraverso questa prospettiva analitica, la mostra decostruisce lo stereotipo della casa borghese e le strutture di potere sottese al concetto tradizionale di abitare, smascherando le matrici patriarcali, egemoniche ed eteronormative che lo informano”, spiegano da Circolo.

There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio1 / 7
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There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio7 / 7
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio
There’s No Place Like Home, installation view at Circolo, Milano, 2025. Photo Agnese Bedini DSL Studio

 “There’s No Place Like Home”: gli artisti

Sono Antonio Allevi, Fabio Cherstich, Caterina De Nicola, Elisabetta Laszlo, Beatrice Marchi, Emanuele Marcuccio, NM3, Gianni Pettena, Markus Schinwald, Davide Stucchi, Sabrina Zanolini gli artisti invitati a riflettere sul tema. Tra pittura, scultura, performance, opere ambientali, disegni e video, ogni opera sfida lo spazio dell’istituzione, l’idea di mostra e quella di opera d’arte stessa.

“There’s No Place Like Home” nelle parole della curatrice Cloe Piccoli

There’s No Place Like Home è una libera interpretazione, uno sguardo parziale, che distilla identità, pensieri, opere, tracce e frammenti di un fare artistico, poetico, politico e internazionale. There’s No Place Like Home invita artisti, registi, architetti di tre generazioni nati fra gli Anni Ottanta e gli Anni Zero e li coinvolge a riflettere sull’idea di casa. Il risultato è un percorso costellato d’identità, ossessioni, pensieri critici, paure e desideri dall’abisso dell’antropocene”, racconta la curatrice Cloe Piccoli.
Caterina Angelucci
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