Julio 04, 2026

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La Commanderie de Peyrassol, il centro d’arte situato nel cuore della Provenza, partecipa quest’anno alla stagione culturale Brasile-Francia 2025 – che sotto l’egida dei ministeri degli Affari esteri dei due Paesi ha in calendario più di 300 eventi da aprile a settembre sui temi del cambiamento climatico e della transizione ecologica – con una mostra monografica di Jonathas de Andrade (Macéio, 1982) curata da Mathilde Marchand.

Jonathas de Andrade, artista emergente della scena brasiliana

Artista concettuale che si confronta spesso con i temi sociali attraverso performance personali, collaborazioni con le comunità dei nativi americani e installazioni dove le immagini mescolano documentarismo e finzione, de Andrade, è già stato presente con esposizioni personali a Toronto (The Power Plant), New York (The New Museum), San Paolo (MASP) e Altkirch (CRAC Alsace). Nel 2022 ha rappresentato il Brasile alla Biennale di Venezia con l’opera Com o coração saindo pela boca, Con il cuore che esce dalla bocca. Artribune ha incontrato l’artista brasiliano alla Commanderie de Peyrassol in occasione dell’apertura della mostra L’art de ne pas être vorace, fino al 2 novembre 2025.

Jonathas de Andrade, 2022, Photo, UHGO, Courtesy of the artist and Nara Roesler
Jonathas de Andrade, 2022, Photo, UHGO, Courtesy of the artist and Nara Roesler

L’intervista all’artista brasiliano Jonathas de Andrade

La voracità nei confronti della natura delle comunità native è una delle tendenze che sembra essere condivisa con le società occidentali. C’è una frase di Clarice Lispector tratta dal Jornal do Brasil (1961) che introduce la mostra: “Io, Signora, amo mangiare quando non ho ancora fame. È più fine.” La scrittrice è cresciuta a Recife, nel Nord-Est del Brasile di cui anche lei è originario e ha affrontato il tema dell’ambiguità fra desiderio distruttivo e slancio creativo È questo che ha ispirato il titolo dell’esposizione?
La frase è il fil rouge che in qualche modo accompagna le opere esposte che parlano di uno stesso soggetto, la voracità nei confronti degli altri esseri umani, ma anche degli animali, della natura, dell’architettura, della cultura. Per la mostra alla Commanderie abbiamo selezionato 6 grandi opere di cui due inedite. In una di queste delle lumachine che ho trovato nei terreni qui attorno divorano l’erba fresca che è mescolata con piccoli rifiuti che non si decompongono, come i pezzi di plastica. Suggerisce l’idea di un mondo naturale e vegetale dove rimangono pochi spazi non toccati dalle attività umane.

Al centro dell’esposizione ci sono due video che sono fra le sue opere più note: O Peixe, Il Pesce, 2015-2016, e Nó na garganta, Nodo alla gola, 2022.  Mi sembra rappresentino un dialogo fra l’uomo e gli animali, dove coesistono tenerezza, sensualità, pericolo, senso della morte.
Per O Peixe che ho girato in 16 mm, mi sono ispirato al cinéma vérité di Jean Rouch, un autore che con la sua filmografia etnologica mi interessa molto. Ma la mia, sotto l’apparenza documentaria, è finzione. Ho chiesto a dieci pescatori di abbracciare i pesci appena pescati, di entrare in contatto con loro. Non ci sono stateprove, tutto è girato in presa diretta. C’è un senso di tenerezza che si accompagna alla morte. In Nó na garganta delle persone che lavorano presso un circo privato interagiscono con i serpenti: qui il senso del pericolo si sposa alla sensualità dei corpi umani e alle forme sinuose dei serpenti. Coesistono paura e desiderio ed è anche una mia riflessione sulle catastrofi ambientali generate dalla voracità umana.

Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe1 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe Lett 42 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
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Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua4 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe5 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua6 / 6
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe Lett 4
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua
Francia Commanderie de Peyrassol Mostra L’art de ne pas être vorace Jonathas de Andrade, Jean-Christophe
Francia Commanderie de Peyrassol Nó na garganta 2022 Courtesy Jonathas de Andrade, Fondazione In Between Art Film and Galleria Continua

L’opera Fome de Resistência, Fame di resistenza, 2019, nasce invece da un rapporto con i nativi e in particolare con le donne dell’etnia Kayapó. Ci può spiegare come è nata l’idea?
Tutto è nato da un invito della Fondazione Kayapó Menkragnoti. Per me che vengo da un ambiente urbano è stata una lezione di vita, come entrare in un altro universo, anche per via delle difficoltà linguistiche. Ho lavorato con le donne Kayapó del villaggio di Pukany, nel territorio indigeno di Menkragnoti, nel Sud-Est dello stato di Pará. Queste donne realizzano sui corpi dei disegni geometrici che sono modalità per interpretare la natura. Ho voluto mettere a confronto questa forma espressiva con le antiche carte della regione realizzate dalle agenzie governative in collaborazione con l’esercito che rispondono ad esigenze di frazionamento, di demarcazione, di sfruttamento delle terre tracciando dei confini. Sono due modi di vedere il mondo: le frontiere disegnate sulle mappe militari, il concetto di proprietà non sono riconosciuti dalla cultura indigena. La mia opera è un invito alla resistenza, fatto in un periodo in cui il governo Bolsonaro metteva in pericolo le comunità dei nativi. È un messaggio soprattutto destinato a chi non è brasiliano e non è informato su quanto sta succedendo.

Sarà un 2025 impegnativo per lei. Dopo la Commanderie de Peyrassol sono in programma molti altri impegni.
A giugno si aprirà una mostra al Jeu de Paume a Tours, poi in autunno c’è un progetto con il Victoria & Albert Museum di Londra. Alla Kunsthalle di Münster presenterò un nuovo video e sarò presente a Madrid al Conde Duque Cultural Centre e alla Biennale di San Paolo con mie opere e un solo show.

Le novità del 2025 alla Commanderie de Peyrassol oltre la personale di Jonathas de Andrade

La mostra L’art de ne pas être vorace di Jonathas de Andrade, organizzata in collaborazione con Galleria Continua, inaugura i nuovi spazi dedicati alle esposizioni temporanee, ricavati nel vasto edificio progettato da Charles Berthier nel 2020 che già ospita la boutique della produzione vinicola del domaine provenzale.

Francia Commanderie de Peyrassol Veduta esterna del Centre d'art1 / 3
Francia Commanderie de Peyrassol Victor Francia Commanderie de Peyrassol Veduta esterna del Centre d’art
Francia Commanderie de Peyrassol Victor Vasarely, Sculpture P&T, 1978, courtesy Victor Vasarely and Peyrassol, (c) C. Goussard2 / 3
Francia Commanderie de Peyrassol Victor Vasarely, Sculpture P&T, 1978, courtesy Victor Vasarely and Peyrassol, (c) C. Goussard
Francia Commanderie de Peyrassol Keiji Uematsu, Floating Red Form, 2005, courtesy Keiji Uematsu and Peyrassol, (c) C. Goussard3 / 3
Francia Commanderie de Peyrassol Keiji Uematsu, Floating Red Form, 2005, courtesy Keiji Uematsu and Peyrassol, (c) C. Goussard
Francia Commanderie de Peyrassol Veduta esterna del Centre d'art
Francia Commanderie de Peyrassol Victor Vasarely, Sculpture P&T, 1978, courtesy Victor Vasarely and Peyrassol, (c) C. Goussard
Francia Commanderie de Peyrassol Keiji Uematsu, Floating Red Form, 2005, courtesy Keiji Uematsu and Peyrassol, (c) C. Goussard

La collezione d’arte di Philippe Austruy

Il centro d’arte si trova nel mezzo di una grande proprietà di circa 850 ettari, dove coesistono vigneti (i vini sono commercializzati con l’etichetta Château Peyrassol), uliveti, foreste e garriga mediterranea. Dal 2001, Philippe Austruy ha ridato vita, anno dopo anno, alla commanderia templare fondata nel 1204 per dare ospitalità ai pellegrini in partenza per la Terra Santa. Aperto al pubblico nel 2015, il centro d’arte ha conosciuto negli ultimi anni un rinnovato sviluppo. Nel 2016 era stato costruito, sempre su progetto dell’architetto Charles Berthier, un edificio in cemento per ospitare la collezione d’arte, composta da centinaia di opere di artisti come Daniel Buren, Jean Dubuffet, Niki de Saint Phalle, Dan Graham, Carsten Höller, Richard Long, Jean Tinguely, Antony Gormley, César, Arman, Antoni Tàpies. Dal 2021 le stagioni si sono arricchite di esposizioni temporanee dedicate a Anish Kapoor (2021), Michelangelo Pistoletto (2022), Berlinde De Bruyckere (2023), Bertrand Lavier (2024).

Un nuovo percorso per valorizzare le opere

Il 2025 si caratterizza per un nuovo percorso ideato per mostrare anche opere meno conosciute. “La collezione si compone al momento di circa 450 opere e non tutte possono essere esposte alla Commanderie o nelle altre proprietà come la Tenuta Casenuove nel Chianti e quest’anno abbiamo deciso di esporre anche pezzi meno conosciuti” spiega Mathilde Marchand, direttrice della Collection Philippe Austruy. Oltre all’esposizione interna, uno dei punti di forza della Commanderie de Peyrassol rimangono le opere esposte all’aperto. Un magnifico percorso, da fare a piedi, in bici o noleggiando un caddy, che dal cuore storico della commanderia templare si snoda fra vigneti terrazzati e foreste in uno scenario provenzale ancora grandioso e incontaminato.
Dario Bragaglia
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Clarice Lispector. Todos os Contos (Em Portuguese do Brasil)

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Provenza // fino al 2 novembre 2025
L’art de ne pas être vorace, Jonathas de Andrade
Commanderie de Peyrassol

L’articolo "Intervista a Jonathas de Andrade. L’artista brasiliano in mostra tra i vigneti della Provenza" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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L’ultima volta del Padiglione della Santa Sede alla Biennale Architettura, nel 2023, era stata nel giardino dell’Abbazia di San Giorgio Maggiore, con l’installazione diffusa di Àlvaro Siza a esplorare il tema Amicizia Sociale: incontrarsi nel giardino. E dopo il ritorno – nel 2024, a seguito di molti anni d’assenza – alla Biennale d’Arte, propiziato dal diretto interessamento di Papa Francesco (che resterà il primo pontefice ad aver visitato la Biennale Venezia), il Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede si presenta alla 19. Mostra Internazionale di Architettura in concomitanza con i giorni del conclave che porterà a eleggere il successore di Bergoglio.

Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale Architettura 2025

Il Padiglione Vaticano si raggiunge quest’anno nel sestiere di Castello, ospitato presso il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice. E propone, con Opera Aperta, un progetto che interpreta l’architettura come atto di cura e responsabilità condivisa, capace di rispondere alle sfide sociali ed ecologiche contemporanee, nel decennale della pubblicazione della Lettera Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, e in linea con il pensiero guida della Mostra curata da Carlo Ratti.
Opera Aperta, a cura dell’architetta e restauratrice Marina Otero Verzier, e della direttrice artistica di Fondaco Italia Giovanna Zabotti (già curatrice del Padiglione Venezia), è infatti anche pratica viva di restauro, “laboratorio di riparazione collettiva”.
La direzione artistica e la progettazione architettonica sono affidate a Tatiana Bilbao ESTUDIO (Tatiana Bilbao, Alba Cortés, Isaac Solis Rosas, Helene Schauer) e MAIO Architects (Anna Puigjaner, Guillermo Lopez, Maria Charneco, Alfredo Lérida), due studi internazionali noti per il loro approccio sperimentale, sostenibile e sociale all’architettura.

Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli
Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli

La storia del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello

Dopo le giornate inaugurali dell’8 e del 9 maggio, il Padiglione della Santa Sede aprirà le porte al pubblico a partire da sabato 10, e si proporrà come fucina operosa per tutta la durata della Biennale, e oltre. I prossimi sei mesi, infatti, serviranno ad avviare il progetto di restauro e riqualificazione del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, esteso su una superficie di circa 500 metri quadrati e ricco di elementi di rilevanza artistica e culturale.
L’edificio fu costruito nel 1171 per essere ospizio per i pellegrini; divenne poi l’ospedale più antico del centro di Venezia, prima di essere trasformato, nel Settecento, per ospitare un asilo, una scuola e un convitto. Dal 2001, il Comune di Venezia lo ha destinato ad attività culturali. E per i prossimi quattro anni sarà gestito dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, che ne sta curando il restauro come eredità duratura per la città e la sua comunità.

Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli
Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli

Il Padiglione della Santa Sede come laboratorio di restauro condiviso

Il primo momento di condivisione, però, è rappresentato proprio dal processo di restauro, volto a valorizzare la storia del complesso senza nascondere il tempo trascorso. Al lavoro ci saranno studi di architettura e associazioni interessate a coltivare il futuro della città, artigiani locali e restauratori di opere in pietra, marmo, terracotta, pittura murale e su tela, stucco, legno e metallo. Nell’ottica di condividere idee e competenze che offrono una visione di speranza (tema del Giubileo 2025) per l’architettura. 
Il pubblico potrà visitare il cantiere dal martedì al venerdì: all’interno del Complesso, infatti, tessuti appesi alle pareti avvolgono le superfici dell’edificio, lasciando aperti varchi che offrono scorci sui lavori di restauro. Le impalcature mobili, funzionali ai lavori, diventano anche elementi d’arredo, suddividendo lo spazio in ambienti modulari, per creare diverse configurazioni.

Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli
Padiglione della Santa Sede, Opera Aperta, installation view. Photo Marco Cremascoli

Gli eventi e le iniziative al Padiglione della Santa Sede

Per tutta la durata della Biennale, infatti, lo spazio ospiterà iniziative ed eventi. Come i workshop di restauro e riqualificazione condotti da UIA-Università Internazionale dell’Arte (due pomeriggi alla settimana, il martedì e il venerdì). Inoltre, una grande tavola conviviale, gestita dalla cooperativa nonsoloverde, accoglierà ogni martedì e venerdì cittadini e visitatori per offrire loro uno spazio di confronto e dialogo (come mediatori con il pubblico sono coinvolti anche gli studenti dell’Università Ca’ Foscari). Ma il Complesso accoglierà anche prove musicali e metterà a disposizione strumenti – disponibili su prenotazione – grazie alla collaborazione con il Conservatorio di Musica Benedetto Marcello.
Livia Montagnoli
Padiglione della Santa Sede – Biennale Architettura 2025
Opera Aperta
Complesso di Santa Maria Ausiliatrice. Fondamenta San Gioacchin, 450, Castello
Apertura al pubblico dal martedì al venerdì, a partire dal 10 maggio

L’articolo "Il Vaticano apre un importante spazio culturale in un ex antichissimo ospedale di Venezia" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Scrivo questo testo la domenica di Pasqua. È il 20 aprile e chiudiamo, qui a Milano, un intero mese di fiere e di eventi. Oltre alla settimana forsennata del Salone c’è stata anche l’Art Week con la fiera miart e ancor prima la fiera di fotografia MIA. Tanti appuntamenti da seguire e una consapevolezza incrollabile: non c’è un mezzo più comodo ed efficace della bicicletta per fare tutto. E allora, sia per praticità sia per etica, ho cercato di fare tutto in bicicletta. Nel farlo mi sono posto spesso una domanda: le istituzioni e gli organizzatori responsabili di tutti questi importanti eventi mi hanno coadiuvato nella mia scelta oppure mi hanno ignorato o magari addirittura ostacolato? 

Milano e le biciclette: un problema ancora non risolto

Sono andato in bici fino alla non centralissima location della fiera MIA, in Via Tortona, una volta arrivato ho provato ad entrare nell’enorme cortile del Superstudio (la sede della rassegna, peraltro quest’anno molto bella) e il guardiano mi ha subito fermato. “Scusi ma lì ci sono dei posti per le bici” gli faccio, “Sì, ma sono solo per i dipendenti” mi risponde. Morale della favola: il Superstudio (il Superstudio!) non ha pensato a posti bici per chi viene pedalando ai tanti eventi che ospita. Non mi pare cosa in alcun modo giustificabile. Ho dovuto cercare un palo con parecchie difficoltà perché tantissima gente come me era venuta alla fiera MIA in bici e si è dovuta arrangiare attaccandosi a qualche elemento di arredo urbano in assenza di un parcheggio messo a disposizione dallo spazio espositivo: non tutta Via Tortona è così, di fronte c’è il museo MUDEC che ha predisposto all’interno del cortile – cosa che dà maggiore sicurezza a chi si muove in bici – uno spazio apposito.

miart 2025 ph irene fanizza 12 scaled Vuoi andare in bicicletta alla fiera d'arte? Peggio per te!
miart 2025, ph: Irene Fanizza

Miart e la poca considerazione per chi si muove in bici 

Ma passiamo alla fiera miart iniziata nei giorni successivi. Sono arrivato boccheggiando al polo fieristico cittadino di Milano e anche lì mi sono dovuto scontrare con l’assenza di parcheggi predisposti. Tutta la strada è dedicata alle auto e alle moto, ma per chi si avventura in bici neppure qualche misero metro quadro per posteggiare. Come tanti altri (c’è da notare che sempre più visitatori di queste rassegne raggiungono in bici la destinazione) ho incatenato il mio mezzo ad un elemento dell’arredo urbano non senza farmi carico di un bisticcio col tassista che sosteneva che in quel punto non si poteva lasciare la bici perché avrebbe dato fastidio ai suoi passeggeri. 
Per curiosità visitando la fiera ho dato una scorsa al sito ufficiale di FieraMilano nella classica sezione che tutti i siti hanno sul “come raggiungerci”. Le opzioni sono “in auto” o “con i mezzi pubblici”. Un importante quartiere fieristico collocato in centro città non offre alcuna indicazione – e dunque alcun servizio – a chi viene in bici. E pensare che la fiera di Milano ha dei padiglioni comodamente fiancheggiati da una strada interna sul retro: basterebbe consentire alle bici di accedere e posteggiare lì. Sarebbe un bell’incentivo per chi viene in bici, non una punizione com’è oggi.

Più spazi per le bici: una questione nazionale

Non è una faccenda milanese, beninteso. Il discorso vale per tutte le altre città italiane. E ovviamente non vale solo per fiere d’arte ma per tutti gli attrattori culturali che siano festival, fondazioni, gallerie pubbliche e private e musei. E allora significa che manca proprio una sensibilità: l’arte non fa che parlare di sostenibilità ma poi per raggiungere i luoghi dove l’arte si espone si dà per scontato che la gente debba venire in automobile. Come si risolve? Nominando una figura, che esiste già in molte aziende e in molte istituzioni pubbliche che si chiama “mobility manager”. Non serve che sia una figura in più, è sufficiente che un componente dello staff venga incaricato di fare attenzione a determinati aspetti riguardanti l’accessibilità dei visitatori: come arrivano? I mezzi pubblici sono comodi o si può migliorare qualcosa? Il passaggio per i genitori con il passeggino è adeguato? E i percorsi per i diversamente abili sono ben fruibili non solo dentro al museo ma anche fuori? E chi arriva in bici è giustamente agevolato oppure finisce per essere paradossalmente disincentivato? Serve una persona preparata, formata e sensibile che si occupi di tutto questo. I musei più attenti e all’avanguardia la nominino prima ancora che qualcuno gli imponga di farlo. Un mobility manager contribuisce a diminuire il traffico e le emissioni, rende più facile l’accesso al museo e dunque in definitiva incoraggia l’aumento di visitatori. Oltre a connettere in maniera ancor più profonda il museo, il festival, l’evento d’arte con la città che lo ospita. E ad assolvere alla definizione stessa di museo, ovvero di attore “al servizio della società”. 
Massimiliano Tonelli
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Rifiutato per quasi 30 anni dagli editori italiani, finalmente scoperto in Germania e quindi pubblicato in Francia, dieci anni dopo la morte della sua autrice, L’arte della gioia è il più noto romanzo di Goliarda Sapienza. Sulla scrittrice, scomparsa nel 1996, e sulla protagonista di quest’opera, si concentra L’arte della gioia – Goliarda Sapienza, il documentario in onda su Sky Arte venerdì 9 maggio.

Goliarda Sapienza
Goliarda Sapienza

Su Sky Arte il documentario su Goliarda Sapienza

Le traiettorie intrecciate da due personaggi vulcanici – la scrittrice da una parte e Modesta, la protagonista del libro, dall’altra – guidano lo spettatore lungo una narrazione che è anche un affresco socio-politico. Affidato al racconto dell’attrice Valeria Golino, il film è diretto dalla regista Coralie Martin, che a riguardo afferma: “Attraverso il ritratto di questa donna e il suo romanzo eccezionale, si tratta di scuotere le nostre certezze, di mettere in discussione la complessità delle nostre identità, di interrogare il nostro rapporto con il femminismo e il genere, di osare invocare costantemente sincerità e onestà nelle nostre vite. È tutto questo che l’opera di Goliarda Sapienza grida e che lei ha incarnato per tutta la vita.”
I contenuti del sito di Sky Arte sono curati da Artribune. Scoprite a questo link tutte le novità di palinsesto e le news che arricchiscono il portale.
https://arte.sky.it

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Il Terzo Piano di BUILDING – da sempre lo spazio più sperimentale della galleria milanese – si accende oggi di tutti i colori dell’arcobaleno. Ne deriva un’atmosfera completamente dissociata rispetto al resto, lontana dalle tinte neutre dei palazzi signorili del centro città. Lontana anche dai restanti piani dell’edificio, allestiti per la mostra parallela di Fabrizio Cotognini. La mente alle spalle è quella di Sergio Limonta (Lecco, 1972): artista italiano poggiato con convinzione su una base di storia dell’arte contemporanea che trae dall’industria la materia chiave con cui costruire la propria narrazione. Una narrazione che non si limita a occupare lo spazio fisicamente, ma che lo invade, lo arreda, anche e soprattutto attraverso la luce e il colore.

Sergio Limonta e l’ambiente di BUILDING a Milano

Il mio sguardo nella reazione al circostante è rivolto all’ambiente“. Affermazione chiave che suggella l’azione creativa operata da Sergio Limonta nel Terzo Piano di BUILDING. Le opere presentate in questa occasione sono infatti in gran parte pensate apposta per giocare e lavorare con lo spazio stesso. Per riformularlo e alterarne la percezione. Ne risulta una “forzatura” di questo, che non manca di armonia in termini di linee e colori. Visitando la mostra si prova infatti da subito una certa sensazione pacifica, solare, che scalda per mezzo della luce e delle forme. Ambiente espositivo e opere dialogano nell’architettura e nel concetto. Con Graffiti, l’artista crea una finta parete che segue il profilo del perimetro originale in un parallelismo continuo.

Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo1 / 5
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo2 / 5
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo3 / 5
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Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo
Sergio Limonta, Unlocked area, installation view at BUILDING TERZO PIANO, Milano, 2025. Photo Gabriele Barbagallo

I materiali di Sergio Limonta

Già si è accennato alla provenienza industriale della materia che compone il lavoro di Limonta. Tutto è giocato sull’idea di una perpetua “disponibilità” che permea – soffoca – la realtà e l’agire quotidiano. Si ha bisogno di qualcosa e subito ce lo si trova a disposizione. L’ostacolo e la distanza sono cosa rara: tutto abbonda e rende banale anche la vecchia “rarità”. A partire da tali elementi ormai facilmente disponibili – si pensi alle parti metalliche, alle luci, ai fili elettrici – egli dà vita a nuove interpretazioni del dialogo tra creatività e industrialità.

I neon di Sergio Limonta rievocano Dan Flavin

Benché ci si trovi a Milano, davanti a Love is in the air la mente corre – non troppo distante – fino ai neon multicolore brillanti nelle sale di Villa Panza a Varese. Dan Flavin sembra rivivere, pur reinterpretato, nell’uso che Sergio Limonta fa della luce. Un uso che le dona volume e corpo e la rende un oggetto quasi concreto con cui occupare lo spazio circostante. Qualcosa che ci fa avvertire la presenza di un ambiente che altrimenti neppure noteremmo. A distanziarsi dal lavoro del grande artista passato, contribuisce anche il dialogo che qui si costruisce tra i neon, poggiati su cavalletti scuri, e le altre opere attorno. I raggi rosati rimbalzano sull’arcobaleno delle pareti e sulle componenti metalliche appese, immergendo l’osservatore in un’atmosfera particolare, che fa riflettere sulla trasformazione della materia industriale in arte.

Emma Sedini
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