Julio 04, 2026

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Da aprile sulle mura dell’edificio in Via Zaccherini Alvisi 11/2 a Bologna sono appesi centinaia di manifesti. Sembrano manifesti politici, li riconosciamo subito come tali, magari pensiamo che siano stati attacchinati per qualche campagna elettorale. Ma a guardarli bene non contengono simboli di partiti e movimenti, e le parole non hanno senso. È l’installazione AI Manifesta, progetto di Francesco D’Isa e Chiara Moresco a cura di Sineglossa e Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e parte di un più ampio progetto della fondazione finanziato grazie al bando PNRR Tocc – Next Generation UE per la transizione digitale degli enti culturali e nell’ambito del bando ACCCADE promosso dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. AI Manifesta rielabora con un’intelligenza artificiale generativa una selezione di manifesti politici della banca dati online ad accesso libero Manifestipolitici.it (17 mila tra manifesti, volantini e cartoline dal 1850 a oggi) per realizzare un’indagine visiva sui codici e sui pattern iconografici della comunicazione politica. Per saperne di più, abbiamo contattato D’Isa e Moresco.

Come è stata realizzata con IA l’installazione AI Manifesta

“Abbiamo iniziato selezionando a mano un centinaio di manifesti con la grafica più incisiva dall’archivio Manifestipolitici.it della Fondazione Gramsci” ci hanno raccontato D’Isa e Moresco via e-mail. L’intelligenza artificiale, un modello pre-esistente, è stata usata per ricombinare gli elementi visivi dei poster scelti, raggruppati in piccoli gruppi di 5-10 immagini. D’Isa e Moresco prendevano il gruppo di immagini, lo usavano per fissare una tavolozza stilistica e chiedevano all’IA di realizzare genericamente “un manifesto”, in modo da mescolare l’iconografia dell’archivio con quello che l’IA pre-addestrata già collegava a questo prompt. I risultati ottenuti (migliaia) sono stati raggruppati isolando i temi ricorrenti, e poi per ognuno di questi temi sono stati scelti i manifesti più emblematici per arrivare a comporre la serie finale di 280 immagini.

AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli1 / 3
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli2 / 3
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli3 / 3
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli

L’immaginario politico collettivo svelato dalla IA

Dalle migliaia di immagini generate affiorava un vocabolario visivo stratificato ma stabile” hanno spiegato D’Isa e Moresco. “L’esperimento ha isolato il pathos, l’appello emotivo, spogliandolo degli altri due pilastri aristotelici della retorica. L’ethos (l’autorità di chi parla) sparisce perché non forniamo all’IA leader o sigle; il logos (la logica dell’argomentazione) cade per assenza di testi strutturati. Resta un puro dispositivo di attivazione emotiva: posture, colori identitari, slogan ridotti a ritmo tipografico.” Quello che emerge è un immaginario politico fatto di “mani alzate, bandiere al vento, volti frontali ripresi dal basso, campiture nette”, una grammatica della persuasione politica che in questa forma, spogliata dei singoli accidenti storici, diventa riconoscibile e quindi anche disinnescabile.

AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli, installation view
AI Manifesta (Francesco D’Isa, Chiara Moresco, 2025) foto di Margerita Caprilli, installation view

L’IA come strumento per la critica e lo studio

Ci viene in mente un’opera simile, Fastwalkers di Ilan Manouach (pubblicato in Italia da D Editore), 512 pagine di fumetto concettuale realizzato addestrando un’intelligenza artificiale su set di immagini dell’archivio online Danbooru, che raccoglie illustrazioni porno giapponesi o comunque legate a fumetto e illustrazione commerciali giapponesi, quello che in occidente viene chiamato hentai. “Fastwalkers è un esempio perfetto” hanno risposto D’Isa e Moresco. “Come il nostro progetto, dimostra che un modello generativo può assorbire un archivio gigantesco […] e restituire immagini che rendono visibili i cliché del genere. Privato del contesto narrativo, lo spettatore osserva la grammatica pura e capisce quanto sia profonda la loro presa sull’immaginario”. Ecco, quindi, che l’IA può diventare strumento di esplorazione di un dataset, di un archivio, attraverso quel “distant viewing” raccontato da Taylor Arnold e Lauren Tilton in Distant Viewing: Computational Exploration of Digital Images (The MIT Press, 2023). Cioè attraverso l’analisi non delle singole opere, ma di milioni di immagini, allo scopo di farne emergere i pattern, quelle regolarità che le IA riconoscono ma che passerebbero sennò inosservate. Fastwalkers e AI Manifesta sono esperimenti artistici, ma insomma suggeriscono anche nuovi approcci per la critica e lo studio delle arti.
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Matteo Lupetti
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L’articolo "Sembrano manifesti politici ma è una installazione artistica. Il progetto AI Manifesta a Bologna" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Dopo l’introduzione dell’ingresso a pagamento anche nei musei statali italiani che ne erano sprovvisti – misura varata dall’ex ministro Gennaro Sangiuliano – il 2023 aveva fatto registrare un record di incassi pari a oltre 313 milioni di euro (+34% rispetto al 2022), sostenuto anche da una significativa crescita delle presenze. I quasi 58 milioni di visitatori censiti nell’arco dell’anno inorgoglivano il Ministero della Cultura: “L’impegno a introdurre l’ingresso a pagamento per i nostri musei è stata una piccola rivoluzione del settore culturale italiano” spiegava il Direttore Generale Musei Massimo Osanna, analizzando i dati “E va di pari passo con l’adeguata valorizzazione del nostro patrimonio, perché prevedere un biglietto significa garantire risorse anche a quei piccoli musei che prima erano in difficoltà”.

Record di incassi e presenze nei musei italiani nel 2024

E per il 2024, il record di presenze e introiti nei musei e parchi archeologici statali dev’essere ulteriormente rivisto a rialzo. Stando ai dati elaborati dal Sistan, servizio di statistica del MiC istituito nel 1992, infatti, l’anno scorso gli ingressi nei luoghi della cultura hanno superato quota 60 milioni (60.850.091), con un incremento del 5,3% rispetto ai 57.730.502 biglietti staccati nel 2023. E gli incassi percepiti hanno raggiunto la somma di 382.004.344 euro, con una crescita del 23% rispetto ai 313.888.163 euro introitati nel 2023.
In particolare nei 299 istituti a pagamento sono stati 31.764.116 i visitatori paganti e 19.848.707 gli ingressi liberi, mentre nei 154 istituti gratuiti si sono registrate 9.217.268 presenze.

Parco archeologico di Pompei
Parco archeologico di Pompei

Il successo degli ingressi a pagamento

Utile per elaborare il dato è anche il monitoraggio dell’Osservatorio MidaTicket Big Data e Luoghi della Cultura (in questo caso anche privati), promosso da MidaTicket per indagare il comportamento culturale dei visitatori dei siti museali italiani: dall’analisi di 35.7 milioni di biglietti e oltre 1.5 miliardi di dati sui visitatori entrati nel biennio 2023-2024 in 204 luoghi della cultura pubblici e privati, presenti in 18 regioni italiane, è emerso che il 70% dei visitatori sono stranieri (in prevalenza Stati Uniti) e che sei italiani su dieci comprano ancora i biglietti sul posto, ma prediligono i pagamenti elettronici (73% sul totale). Soprattutto, nel 2023-2024, in Italia, prevalgono nettamente i visitatori paganti (73.6%): un dato dissimile rispetto alla media nazionale rilevata dall’ISTAT nel 2022 (60.25%), che conferma l’incremento continuato e progressivo degli introiti.
Ma, tornando all’analisi del Sistan, il dato sulle presenze si può scorporare anche in base alla tipologia di siti culturali scelti dai visitatori: nei musei statali gli ingressi sono stati 18.743.830, mentre ben 31.487.563 hanno preferito monumenti e aree archeologiche; 10.618.698 sono stati, invece, i visitatori dei circuiti museali.
Si consolida, dunque, la tendenza che premia il sistema museale italiano dopo la battuta d’arresto imposta dalla pandemia, con risultati che, per il secondo anno, raggiungono livelli precovid: “Si tratta del miglior risultato di sempre dei musei e dei parchi archeologici statali” sottolinea il Ministro della Cultura Alessandro Giuli “È il segno di quanto il Governo stia ben operando e di come la cultura e la bellezza italiane siano riconosciute e apprezzate nel mondo, generando in milioni di persone il desiderio di goderne appieno visitando il nostro Paese”.

I 30 musei più visitati del 2024. Dati Sistan
I 30 musei più visitati del 2024. Dati Sistan

I 30 musei d’Italia più visitati nel 2024

Ma quali sono i musei e i siti che si rivelano più attrattivi per i visitatori? Ancora una volta, è il Parco Archeologico del Colosseo, con il Palatino e il Foro Romano, a ottenere il primo piazzamento nella lista dei 30 pubblicata dal Sistan, che non presenta particolari sorprese rispetto all’anno precedente. Netto l’incremento dei visitatori, che passano dagli oltre 12 milioni del 2023 a quasi 15 milioni nel ’24. Seguono sul podio le Gallerie degli Uffizi e il Parco Archeologico di Pompei – rispettivamente oltre i 5 e i 4 milioni di ingressi – poi il Pantheon, entrato altissimo nel 2023 dopo l’introduzione del biglietto a pagamento, e comunque ancora in buonissima posizione. Per la Capitale si conferma anche il sesto posto di Castel Sant’Angelo, ma ottimi sono anche i risultati delle Ville tiburtine (9), Palazzo Venezia e Vittoriano (11) e Galleria Borghese (13). Mentre a Firenze crescono ancora i Musei del Bargello, dal dodicesimo al decimo piazzamento. A Milano, il sito più visitato è la Pinacoteca di Brera (14), che supera il Cenacolo Vinciano (16). A Napoli il MANN (15). Buone conferme anche per il Castello Miramare di Trieste (22) e per il Palazzo Ducale di Mantova (28). Tra i siti non direttamente dipendenti dal MiC, si confermano il Museo Egizio (7) e Venaria Reale (19) a Torino.
Livia Montagnoli

L’articolo "Nuovo record di incassi e presenze per i musei italiani nel 2024. Quali sono i più visitati?" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Ha decisamente un respiro museale la mostra su Man Ray che Tommaso Calabro ha allestito nella sede veneziana della sua galleria. Palazzo Donà Brusa in Campo San Polo, dopo aver ospitato una mostra di pittura emergente, diventa il contenitore di una selezionata antologia di assemblages, dipinti, gouaches e fotografie di uno degli artisti più eclettici del Novecento, confermando il doppio binario su cui si muove la programmazione espositiva della galleria, tra riattualizzazione del moderno e promozione del contemporaneo. 

Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro

Man Ray e il Novecento 

Pochi artisti hanno avuto il privilegio di vivere Parigi come Man Ray, al secolo Emmanuel Radnitzky (Philadelphia, 1890 – Parigi, 1976). Americano di origini russo-ebree, si stabilisce nella capitale francese seguendo una parabola inversa rispetto a quella del suo caro amico Marcel Duchamp, francese naturalizzato americano. Ma Duchamp fu solo uno dei tanti artisti e delle tante personalità che Man Ray ha incrociato durante la sua vita: da Gertrude Stein a Picasso, da James Joyce a Jean Coucteau, da Meret Oppenheim a Lee Miller, da Max Ernst ad André Breton. Nomi chiave delle avanguardie parigine del primo Novecento, con cui Man Ray ha un confronto attivo. Non per caso, quindi, si riconoscono nel suo lavoro suggestioni dadaiste e surrealiste, che rimangono – appunto – suggestioni. Il variegato corpus di Man Ray, infatti, si configura come una personale interpretazione del milieu parigino, più che come una adesione completa a quel movimento o a quell’altro. 

Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro

La mostra di Man Ray a Venezia 

Proprio questa varietà e questa simultaneità stilistica è ben veicolata dalle oltre quaranta opere in mostra alla Galleria Tommaso Calabro di Venezia. Tra i lavori storici, in versioni più tarde, non possiamo non menzionare la Venus restaurée (il busto una Venere Medici in gesso avvolta da una corda, che rilegge il nudo classico in chiave S&M) e l’Objet indestructible (un metronomo sul cui pendolo è incollata la fotografia di un occhio). Opere celeberrime, che tuttavia non eclissano quelle meno popolari, ben selezionate dalla galleria. Oltre ai più famosi Rayograph, vera e propria firma fotografica dell’artista, il salone centrale ospita ritratti e scatti di diversa origine, mentre nell’ambiente accanto trovano posto disegni e dipinti che testimoniano un’attività grafico-pittorica sicuramente più marginale ma non per questo di minor interesse. 

Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro1 / 4
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro2 / 4
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro3 / 4
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro4 / 4
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro
Man Ray, installation view at Galleria Tommaso Calabro, Venezia, 2025. Photo Silvia Longhi. Courtesy Tommaso Calabro

Gli oggetti d’affezione di Man Ray 

Ma è a poca distanza da questa quadreria che si trova la vera chicca della mostra: un tavolo che, come una scrivania dell’impossibile, ospita alcuni esempi di quelli che la storia dell’arte conoscerà come “oggetti d’affezione”: collage e accostamenti di utensili di diversa provenienza, che trovano non nella logica, ma nell’analogia un modo di stare insieme. L’esempio più eminente è certamente Cadeau, un ferro da stiro impossibile da utilizzare perché chiodato, ma è un’altra opera ad attirare l’attenzione. Pêchage – un piccolo diorama composto da una scatola di legno dipinta, della bambagia e tre pesche finte – sottolinea anche l’inclinazione di Man Ray (ma anche di Duchamp e di molti altri artisti di quegli ambienti) per il gioco di parole, per il sovvertimento semantico, oltre che visivo: e così pêchage si rivela una crasi tra pêche (pesca) e paysage (paesaggio), senza dimenticare una certa assonanza con repêchage (ripescaggio, a suggerire l’atto di riutilizzo degli oggetti) e, soprattutto, con péché (peccato). Chissà che Man Ray non volesse inscatolare un succoso Giardino dell’Eden?  
Alberto Villa 
P.S. Mentre scrivevo queste righe avevo addosso l’insistente sguardo di un uomo che, seduto di fronte a me all’aeroporto di Parigi – Charles de Gaulle, era impegnato a gustarsi una pesca. Coincidenze non da poco. 
 
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Dalla conservazione del patrimonio artistico alla promozione dell’editoria indipendente, la non profit Archivorum – fondata nel 2019 dalla collezionista e imprenditrice Mia Rigo Saitta – mira a ridefinire il concetto stesso di archivio, concepito come strumento attivo di crescita sociale, educativa e intellettuale. E l’ultima iniziativa conferma ulteriormente le intenzioni del progetto: una biblioteca pensata per ricercatori, studenti, artisti e curatori che presenta una selezione di case editrici d’arte contemporanea indipendenti e di nicchia. 

Apre a Torino Archivorum Library

Archivorum Library è stata ufficialmente inaugurata l’11 aprile 2025 a Torino, nei locali sottostanti la Galleria Franco Noero, in Via Mottalciata 10/B. About Books, Dent de Leone, Écart Publications, Edition Patrick Frey, Edition Taube, Fitzcarraldo Editions, Gagarin, Kunst Instituut Melly (Witte De With Center For Contemporary Art), Loose Joints, MACULA Editions, Nero Publications, Onestar Press, Onomatopee, Primary Information, Spector Books, Sternberg Press, The Ice Plant, Torpedo Press, Valiz, Veneer Magazine, White Columns e Zavod P.A.R.A.S.I.T.E., sono solo alcuni degli editori presenti in quanto il progetto è in continua espansione. 

archivorum library galleria franco noero torino ph gabriele abruzzese Il nuovo spazio di Torino per la consultazione di preziosi libri d’artista l’ha aperto una non profit
Archivorum Library, Galleria Franco Noero, Torino. Ph. Gabriele Abruzzese

Archivorum Library: “Uno spazio vivo dove la cultura si muove”

Uno spazio vivo dove la cultura si muove, le idee crescono e la conoscenza viene condivisa. Concepita come un luogo dedicato al libro d’artista, la biblioteca è un archivio vivo e pulsante, liberamente accessibile al pubblico per la consultazione. Esponendo la nostra crescente collezione di migliaia di libri d’arte di editori internazionali di nicchia, questo nuovo spazio amplierà la nostra visione di preservare le narrazioni degli artisti e di interagire con tutte le pratiche editoriali contemporanee. Se archiviare i libri d’artista è un modo di pensare a ciò che costituisce la memoria, il lavoro, il patrimonio e di dare tempo e spazio a diverse forme di conoscenza, una collezione è sempre viva e non può mai essere un luogo passivo”, dichiarano da Archivorum, che è fisicamente presente anche a Megève, Ginevra e Milano.

Le attività di Archivorum a Torino 

Tra le varie attività della non profit si segnala Archivorum x M, un’iniziativa che intende il libro come medium creativo e insieme oggetto quotidiano: ispirandosi alla visione di Mario Merz in Voglio fare subito un libro, questo progetto offre agli artisti completa libertà di forma, contenuto e formato per i propri libri. “Pubblicazioni come ‘The Pond Skater’ di Luis Lázaro Matos e ‘A-A’, B-B’ di Simon Starling hanno vinto rispettivamente il premio ‘The Most Beautiful Swiss Book’ nel 2021 e nel 2022. Questi riconoscimenti sottolineano il nostro impegno nel promuovere opere di notevole valore estetico e culturale”, concludono.
Caterina Angelucci 
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Labubu, Crybaby e Zimomo non possono essere più considerati un fenomeno hypebeast. Sono divenuti oggetti iconici: intorno a questi prodotti (spazzatura?)  di origine cinese si praticano scambi online. Come è già accaduto con le sneakers, come accadrà al prossimo giro per qualche altro soggetto FOMO (acronimo do Fear of missing out – “paura di essere tagliato fuori”) legato all’uso compulsivo dei social media. Vale tutta via la pena di prenderli in considerazione per quello che il loro successo racconta della dilagante tendenza odierna all’escapismo. Labubu (oltre 1 milione di post con l’hashtag #Labubu su TikTok) non solo tra Alpha o GenZ, ma (questo è il red flag) in maniera intergenerazionale: la nuova predilezione per i giocattoli ha molto da insegnarci sulla disposizione di chi un tempo consumava oggetti di  “lusso”.

Labubu: un pupazzetto per tempi bui

Non è la prima volta che il fascino di prodotti per bambini conquista gli adulti. Negli anni ’90 l’ossessione per i Tamagotchi, Pokémon Go nel 2016 (già combinavano nostalgia e innovazione tecnologica) insieme alla folata di vento Barbiecore del 2023 dimostrano che adulti si può essere anche solo anagraficamente. Cosa vorrà poi dire essere adulti non è chiaro a nessuno, ma questa è materia che lascio volentieri ai filosofi. In ogni caso il successo di Labubu, il coniglietto con il viso da bambola e i denti aguzzi disegnato dall’artista Kasing Lung e prodotto dall’azienda di giocattoli di Hong Kong Pop Mart risale all’ottobre del 2023. L’impennata di vendite è arrivata coi ciondoli da accompagnare le borse, anche quella carissime tipo Birkin o le intrecciate di Bottega Veneta. Le analisi più superficiali attribuiscono il successo alle comparsate via web di Lisa delle Blackpink in Corea (questo evidentemente sponsorizzato), di Rihanna e Dua Lipa negli Usa, da noi con un po’ in ritardo di Chiara Ferragni. 

Rihanna paparazzata con un Labubu1 / 8
Rihanna paparazzata con un Labubu
Abbinamento non convenzionale di accessori con Labubu2 / 8
Abbinamento non convenzionale di accessori con Labubu
Blind box e charm Labubu3 / 8
Blind box e charm Labubu
Charm Labubu4 / 8
Charm Labubu
Ciondolo Lilo & Stitch5 / 8
Ciondolo Lilo & Stitch
Set di borse con charm Labubu6 / 8
Set di borse con charm Labubu
Set di Labubu da compagnia7 / 8
Set di Labubu da compagnia
Zimomo della serie Monsters8 / 8
Zimomo della serie Monsters
Rihanna paparazzata con un Labubu
Abbinamento non convenzionale di accessori con Labubu
Blind box e charm Labubu
Charm Labubu
Ciondolo Lilo & Stitch
Set di borse con charm Labubu
Set di Labubu da compagnia
Zimomo della serie Monsters

Il fenomeno Pop Mart

Ma il fenomeno è decisamente più complesso e in questo caso le celebrities paiono più inseguire che anticipare il fenomeno. 15 euro (il prezzo base di questi pagliaccetti) è una cifra accessibili ai più. Con questo fee si ottiene una blind box che non consente di conoscere a priori quale è il modello aggiudicato: cosa che non sembra aver scoraggiato nessuno, anzi. La blind box è uno strumento molto in uso tra i collezionisti: l’istinto associato è quello (anche questo “fanciullesco”) del pacco a sorpresa natalizio. Detto che gli acquisti legati alla moda sono sempre stati (anche) consolatori, la disposizione all’acquisto di epoche più spensierate assomiglia poco a quella di chi oggi quotidianamente deve confrontarsi con un’economia cupa, il caos climatico, gli annunci di riarmo e la crescita dell’inflazione (reale o percepita che sia) a doppia cifra. Di fronte a tanta incertezza piccoli oggetti confortanti diventano attrattivi. 

Marketing della nostalgia: i kidult

Nel kidult prevale un desiderio nostalgico per cose e modi di vita più semplici. I brand moda, come tutti gli altri, lo hanno capito e si stanno affidando a un marketing guidato dalla nostalgia.  Quando provano a proporre di nuovo la strada della provocazione inciampano e quindi preferiscono avventurarsi su sentieri che portano a connessioni con entità immaginarie in contesti non immaginari. Le conferme non mancano: un film come Barbie nato da un giocattolo ha finito per allargarsi a un pubblico più ampio e persino adulto.  Da Lilo & Stitch, film d’animazione prodotto nel 2012 dalla Walt Disney sono derivati franchising di ogni genere: sequel, serie televisive, anime, videogiochi, versioni Lego e pelouche (Pop Mart produce anche quest’ultimo). Sebbene non siano disponibili dati recentissimi sul numero di unità Labubu vendute nella prima metà del 2024 sappiamo che Pop Mart con la linea “The Monsters” che include anche il personaggio Labubu  ha registrato vendite per 6,3 miliardi di yuan e pari a 870 milioni di dollari. Labubu non è infatti l’unico giocattolo di tendenza al momento. Altri giocattoli blind box dI Pop Mart come il piagnucoloso Crybaby, Hirono di ispirazione fantasy o Zimomo, Spooky e Tycoco di ispirazione spooky stanno guadagnando terreno in Occidente.

Charm Labubu
Charm Labubu

L’estetica disordinata dei kidult

L’estetica street style di questi charm, portachiavi o oggetti da compagnia multiuso è sintonia con la caotica tendenza alla personalizzazione che sta affermandosi ovunque. Abbinare uno o più di questi pagliaccetti al proprio abbigliamento aiuta a transitare con nonchalance su stili che si vorrebbero codificati, senza dover investire ulteriormente in beni non essenziali. In un panorama visivo un tempo pervaso (almeno sino a prima dell’epidemia scatenata dal maledetto virus) da ideali di perfezione irrealistica, le alternative estetiche sembrano rivolgersi a una bellezza non convenzionale. I Labubu, con le loro forme semplificate l’aspetto peloso e i colori spesso stridenti, incoraggiano i consumatori ad aderire all’ugly-cute che è un po’ grossolano ma confortate. Come del resto è accaduto per le Birkenstock o le Crocs, scelte in forte contrasto con i diktat di una fashion divenuta sin troppo prevedibile e troppo velocemente ciclica.
Aldo Premoli
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