A volte non è tanto cosa rimane, ma come quel qualcosa rimane a
dare sapore alla memoria, a determinarne la filigrana. Lo sa bene
il pittore italiano Norberto
Spina (Torino, 1995) che, fresco di diploma alla Royal
Academy of Art di Londra, presenta un nuovo corpus di dipinti nella
sua prima mostra personale italiana, alla galleria Cassina Projects
di Milano.
La mostra di Norberto Spina a
Milano
Nel white cube del piano terra di Cassina
Projects, le tonalità terrose impiegate da Spina risaltano e
inghiottono la luce. I soggetti, modulati da immagini di archivi
familiari e da composizioni ex novo dell’artista, comprendono
figure che richiamano più esplicitamente un passato indefinito
(bambini e ragazzi in divisa scolastica), ma anche animali (un
cavallo bardato di viola) e nature morte (una sella, un
raffinatissimo set di teiere in argento, un carrello
porta-feretri).
Norberto Spina, Anticamere,
2025. Installation view at Cassina Projects. Courtesy the Artist
and Cassina Projects, Milano. Photo Roberto Marossi
Le opere di Norberto Spina in
mostra a Milano
A interrompere il candore dello spazio interviene una
sotto-stanza, rivestita in legno: qui, in un ambiente che – in
linea con opere come Il campione, Svendita di
selle o Lo scatto – richiama l’immaginario
della stalla, campeggia un’opera solitaria, tutt’altro che
equina. Il ragazzino protagonista de La promessa, vestito
di una candida uniforme, sembra essere stato improvvisamente
interrotto dalla lettura, e ci guarda negli occhi. Lo fa non con il
tragicissimo muso del bimbo imbronciato in Non fare
capricci, né con la sveglia eccitazione dei due fratelli in
Lo specchio, ma con uno sguardo da Gioconda e una maschera quasi
impassibile. Quasi, perché incapace di celare una certa curiosità
per lo spettatore che l’ha distolto dal libricino che tiene fra le
mani.
1
/ 14Norberto Spina, Anticamere, 2025. Installation view at
Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi2
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi3
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi6
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi7
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi8
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi11
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi12
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
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Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi14
/ 14Norberto Spina, Anticamere, 2025. Installation view at
Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano.
Photo Roberto Marossi
Norberto Spina. Pittura della
pittura
Ma al di là di questi giochi di sguardi che il pittore dirige
abilmente, Spina mette in crisi la distinzione tra forma e
contenuto che tanto amiamo: perché, più che i soggetti che dipinge,
è la pittura stessa a rubare la scena. E a farsi soggetto e
oggetto della propria indagine. Certo, bambini, argenterie
e cavalli sono assolutamente coerenti, ma paiono bellissime scuse
per realizzare una pittura della pittura. Sia chiaro, non c’è nulla
di male. Al contrario, la stratificazione e l’intreccio delle
pennellate sono la prova tangibile di un interesse quasi maniacale
per il medium, che ribalta il suo ruolo di supporto. Lo si vede nel
procedimento per livelli, nella dissezione del colore, nei grumi di
impasto pittorico che donano al dipinto un aspetto quasi legnoso.
Quella di Norberto Spina è una pittura che parla di memoria, sì, ma
anche di memoria della pittura stessa. Del suo
farsi, del suo sovrapporsi e del suo cancellarsi. E del suo ineluttabile
riemergere.
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Alla sua ottava edizione, il festival dell’audiovisivo ospitato
nell’area di archeologia industriale più estesa d’Europa – che fa
capo al Gazometro Ostiense, oggetto di un lungo progetto di
rigenerazione promosso da ENI – si presenta in formato più esteso,
con un giorno in più di programmazione, e forte del supporto di una
nuova rete, CO-VISION,
di cui è project leader con l’obiettivo di sviluppare entro il 2026
un archivio digitale europeo accessibile a tutti, per dare voce
alle urgenze ambientali del nostro tempo.
Videocittà 2025 al Gazometro di Roma.
Il tema
Intanto, dal 3 al 6 luglio 2025, il
pubblico di Videocittà è invitato a
partecipare a esperienze immersive, talk e attività in realtà
aumentata, spettacoli audiovisivi, apprezzando le installazioni e i
videomapping inediti che animeranno l’area del Gazometro.
Dal 2018 a oggi, il festival ha accolto oltre 550 artisti,
attestandosi come laboratorio per talenti emergenti, poi sbocciati
in ambito internazionale. In omaggio all’800esimo anniversario
del Cantico delle Creature di San Francesco,
l’edizione 2025 si concentrerà
sul Sole come simbolo di vita, luce,
energia, chiamando gli artisti coinvolti a esplorare il rapporto
tra sostenibilità, ambiente e innovazione digitale. Chiudendo così
la quadrilogia sul rapporto tra uomo e natura avviata nel 2022 con
la Luna, e proseguita con la Terra e la Galassia.
Quayola, Solar.
Render
“Solar”. L’installazione site-specific
di Quayola
La grande installazione site-specific che connota ogni edizione
del festival, avvolgendo il gazometro G4, sarà realizzata
quest’anno dall’artista romano Quayola: Solar si ispira
al fenomeno ottico dei raggi crepuscolari, e riproduce un ciclo
infinito di albe e tramonti digitali, rendendo la luce materica.
Per visitarla in modo più ordinato, quest’anno il pubblico potrà
scegliere online una fascia oraria di riferimento (con l’obbligo di
presentarsi 15 minuti prima dell’ingresso).
Videocittà 2024
Il programma di Videocittà 2025: dalla
videoarte alle esperienze VR
La Terrazza G3 ospiterà la rassegna di Videoarte a cura
di Damiana Leoni e Rä di
Martino. Si comincia giovedì 3 luglio con l’artista
cinese Lu Yang, per la prima volta a Roma con
lavori che evocano il mondo dei videogame tramite video, scultura,
luce e suono. Il 4 luglio sarà la volta di Lawrence
Lek (Premio Frieze Artist 2024), artista londinese di
origini cinesi e malesi, noto per aver promosso il concetto di
Sinofuturismo, con installazioni che esplorano temi spirituali ed
esistenziali attraverso la lente della fantascienza. Sabato 5
luglio, invece, si torna in Italia con Federica Di
Pietrantonio, vincitrice dei Videocittà Awards 2024 per la
categoria Videoarte.
Seguendo la strada avviata nel 2024, anche quest’anno le Esperienze
Virtual Reality curate da Anna Lea
Antolini avranno ampio spazio. Aumenta, dunque, il
numero di visori (oltre 100) a disposizione dei visitatori,
distribuiti nelle aree dedicate alle avventure virtuali, dove in
prima nazionale sarà presentata la Ayahuasca-Kosmic
Journey di Jan Kounen. L’artista
francese Adelin Schweitzer proporrà,
invece, #Alphaloop_VR, una performance interattiva
ispirata alle teorie sullo sciamanesimo cibernetico. Torna la
partnership con Rai Cinema (nel salotto VR con Nebula, Aurora e
Cabiria); IMPERSIVE presenta tre titoli tratti dalla sua
produzione, Saudi Dakar, Ocean Luna Rossa e Prada Dubai Mode,
diretti da Guido Geminiani.
Videocittà 2024
I talk, la musica e le performance di
Videocittà 2025
Tra gli appuntamenti da non perdere, il 3 luglio il main stage
ospiterà il primo di una serie di appuntamenti dedicati
all’intelligenza artificiale, proiettando ENO,
documentario generativo su Brian
Eno, ideato e diretto da Gary Hustwit. Seguirà talk di
approfondimento su potenzialità e rischi dell’AI,
con Simone Arcagni. A proposito di
conversazioni, tra gli ospiti attesi si segnalano Luca
Ravenna, Caterina Guzzanti, Coolman Coffeedan, Francesco De
Carlo e Fabio Celenza, chiamati
a discutere sull’evoluzione del linguaggio digitali. A
moderarli, Nicolas Ballario, che torna a
presentare la rassegna.
E ancora, il main stage ospiterà – durante i cambi di palco – anche
la mostra dinamica e immersiva Il Miglior internet di
sempre, che vuole presentare le migliori espressioni della
creatività digitale contemporanea. Tra gli artisti in scena Demi
Jenkins, Nina Nayko, Travis Scotti, Retirement House, Angelica
Hicks, Pupetti Tutti Matti, Jacob Grégoire, Peachyskaterre Daniel
Coffman.
Ricchissima, infine, la programmazione di spettacoli audiovisivi, a
cura di Michele Lotti. Per l’opening, il 3
luglio, andrà in scena l’anteprima italiana di Onirica ()
live dei fuse*, performance che
esplora la percezione del corpo nel regno dei sogni; il 4 luglio
sul palco si
avvicenderanno okgiorgioporta, Max
Cooper e Victoria De Angelis.
Il 6 luglio, la conclusione sarà affidata
a Dardust, con lo spettacolo Urban
Impressionism già presentato alla Nuvola: un’esperienza
AV curata da Videocittà, in cui la musica del compositore incontra
le architetture digitali di Franz Rosati. Redazione
La 19ª Mostra
Internazionale di Architettura di Venezia,
Intelligens. Natural. Artificial.
Collective, ha ufficialmente aperto i
battenti. A curare questa edizione è Carlo
Ratti che ha definito con chiarezza la visione alla
base dell’esposizione: costruire il mondo con intelligenza,
ascoltando quella della Terra. Il titolo stesso diventa così un
invito alla collaborazione tra diverse forme di intelligenza —
naturale, artificiale e collettiva — per ripensare in modo
condiviso l’ambiente costruito.
In quello che è un quadro curatoriale aperto, i 66 Paesi
partecipanti riescono a raccontare con efficacia il frutto
di ricerche approfondite, attraverso allestimenti curati e
accessibili anche ai non addetti ai lavori.
La Biennale di Architettura 2025: una
manifestazione extraeuropea
L’edizione 2025 si distingue per un’espansione sempre più
extraeuropea, grazie alla presenza di quattro nuove partecipazioni
nazionali: la Repubblica dell’Azerbaijan, il
Sultanato dell’Oman, il Qatar e
il Togo. Un’apertura che sottolinea l’invito
rivolto a ciascuna nazione di esplorare strategie architettoniche
radicate nel proprio contesto locale, dando vita a un dialogo
corale di voci e forme di intelligenza diverse. Ospitalità,
comunità, equilibrio e memoria sono solo alcuni dei temi che
attraversano questi quattro contributi. Ma dietro ogni padiglione
c’è molto di più…
Azerbaigian – Equilibrium. Patterns of
Azerbaijian
Alla sua prima partecipazione alla Biennale di Architettura,
l’Azerbaigian
presenta il padiglione Equilibrium. Patterns of
Azerbaijan, curato da Nigar Gardashkhanova e
promosso dalla Heydar Aliyev Foundation insieme al Ministero della
Cultura della Repubblica, con il sostegno dell’ambasciata azera in
Italia. Il progetto esplora il delicato equilibrio tra innovazione
e memoria, mostrando come la sostenibilità urbana possa radicarsi
nella storia e nel paesaggio culturale del Paese.
Al centro della narrazione del padiglione il concetto di
“intelligens” viene inteso come intelligenza
collettiva al servizio della rigenerazione e
dell’equilibrio ambientale. Emblematico in questo senso è il
progetto della Città Bianca di Baku, un caso virtuoso di
riconversione urbana: un’ex area industriale, nota storicamente
come “Città Nera” per il suo ruolo nella raffinazione del petrolio,
si trasforma in un moderno centro sostenibile diventando “Città
Bianca”.
Dopo decenni di sfruttamento intensivo del suolo e degrado
ambientale della baia di Baku, l’intervento di riqualificazione—
avviato con un piano d’azione ambientale varato nel 2006 dal
presidente Ilham Aliyev — segna una rinascita ecologica e
urbanistica. Il padiglione ce lo racconta dimostrando come
l’Azerbaigian stia costruendo un futuro verde senza rinunciare alla
propria identità, offrendo un precedente concreto e ambizioso, da
cui molti potrebbero — e dovrebbero — prendere esempio.
Qatar – Beyti Beytak. My Home is Your
Home. La mia casa è la tua
Uno dei padiglioni più attesi della Biennale è senza dubbio
quello del Qatar, tanto
discusso quanto significativo per la svolta storica che
rappresenta: dopo trent’anni, una nuova nazione entra nei Giardini,
cuore simbolico dell’Esposizione. È qui, nel luogo dove dal
prossimo anno troverà spazio il padiglione permanente del
Qatar, su progetto di Lina Ghotmeh che si
trova una delle due sedi del padiglione. Si tratta del
Community Centre, una struttura temporanea in bambù e
fronde di palma progettata dall’architetta pakistana
Yasmeen Lari, pioniera della
“de-architettura”, un approccio radicale basato su
sostenibilità, tecniche vernacolari e impatto minimo. Il tema
centrale è l’ospitalità, intesa come incontro e
condivisione, tema che prosegue arricchendosi anche nelle sale di
Palazzo Franchetti. Curata da Aurélien Lemonier e Sean Anderson,
l’esposizione riunisce oltre trenta architetti da Medio Oriente,
Nord Africa e Asia meridionale, esplorando ottantacinque anni di
spazi di accoglienza: dalla casa all’oasi, dal museo al giardino.
Una riflessione sull’ospitalità come valore civico, etico e
architettonico. Un debutto forte, che segna l’ingresso del Qatar
nel dialogo culturale globale.
Repubblica del Togo – Considering
Togo’s Architectural Heritage
Debutta alla Biennale anche la Repubblica del Togo, con il
progetto Considering Togo’s Architectural Heritage, a cura
di Studio NEiDA e su iniziativa di Sonia Lawson,
direttrice del Palais de Lomé. Le curatrici tracciano un percorso
che esorta riscoprire e valorizzare la memoria
architettonica del togolese, invitando a rispettare il
passato per affrontare con consapevolezza le sfide del presente. La
mostra esplora un patrimonio architettonico che spazia dalle
antiche costruzioni in argilla, doloroso retaggio della schiavitù,
fino alle audaci sperimentazioni del modernismo post-indipendenza.
Un’eredità ricca e sorprendente, che racconta l’evoluzione
dell’identità del paese e che oggi si rivela come straordinaria
fonte di ispirazione per una nuova generazione di architetti e
costruttori. Questo viaggio, non solo amplia la nostra comprensione
dell’architettura del Togo, ma ci ricorda l’urgenza di conoscere e
valorizzare ciò che esiste, come fondamento per progettare un
futuro che rispetti le radici storiche e culturali.
Curato dall’architetta Majeda Alhinai, il
progetto si articola intorno al concetto di Sablah, il
tradizionale spazio comunitario omanita, emblema
di un’intelligenza collettiva che nasce dall’ospitalità e crea le
condizioni perché ogni voce possa essere ascoltata e valorizzata.
Il padiglione propone un’architettura che reinterpreta le strutture
civiche informali dell’Oman per adattarle alle esigenze della vita
pubblica contemporanea. Realizzato in alluminio grezzo, include
pannelli perforati che richiamano la forma della dallah,
il tradizionale recipiente utilizzato per servire il caffè arabo, e
che si ispirano a pratiche culturali omanite come la tessitura
delle foglie di palma e il sistema di irrigazione Falaj.
Traces non imita la Sablah, ma la mette in atto
con la sua struttura aperta che favorisce il
dialogo, la riflessione e il movimento. Non ci sono porte né soglie
fisse; i visitatori passano attraverso o si fermano liberamente. Lo
spazio non impone comportamenti, ma li accoglie e li sostiene. Il
progetto riflette la visione dell’Oman per il 2040, mettendo in
dialogo tradizione, innovazione architettonica e sostenibilità
culturale. Caterina Rossi
Libri consigliati:
Il complesso architettonico di Santa Francesca Romana nel
quartiere Trastevere, a Roma, è tra i più antichi
della città. La sua storia affonda le radici nel Medioevo, con la
famiglia Ponziani, per poi ampliarsi con l’architetto Carlo
Rainaldi (Roma, 1611 – 1691) e Gian Lorenzo
Bernini (Roma, 1598 – 1680), per poi completarsi con
Andrea Busiri Vici (Roma, 1818 – 1911) alla fine
dell’Ottocento.
Nel XV Secolo nella chiesa viene aperto l’Ospedale dei Ponziani per
pellegrini, poveri e malati, su volontà di Santa Francesca Romana,
a cui venne poi intitolato il complesso. Ad arricchire la struttura
era un ampio giardino che, a metà del Seicento, iniziò ad ospitare
opere d’arte.
Un’area verde che oggi torna protagonista ospitando Altri
Venti – Scirocco, l’opera ideata dall’artista Bruna
Esposito (Roma, 1960) e prodotta da Studio Stefania
Miscetti. Visibile sino al 31 luglio 2025,
l’installazione fa parte di un progetto più ampio dedicato alle
brezze del sud, invitando il pubblico a un uso più consapevole
delle risorse energetiche sostenibili.
Bruna Esposito AltriVenti –
Scirocco 2025 Foto Giorgio Benni
L’opera di Bruna Esposito nel
giardino dell’Ospitale Santa Francesca Romana a Roma
“Solo accorciando la distanza tra le persone e gli strumenti
che possono contribuire al miglioramento della loro quotidianità, è
possibile immaginare un cambiamento in chiave ecologica”.
Questo è il pensiero alla base della ricerca dell’artista Bruna
Esposito su cui nasce la serie Altri Venti.
Dopo la realizzazione di Ostro (esposta negli spazi di
Studio Stefania Miscetti a Roma nel 2020 e attualmente in
collezione del Centro per l’arte
Contemporanea Luigi Pecci di Prato), nel giardino dell’Ospitale
Santa Francesca Romana prende forma Scirocco. L’opera si
compone di un gazebo realizzato con materiali naturali, quali
bambù, corde, terra e sementi. Un luogo ospitale e abitato
dall’aria mossa da un ventilatore alimentato con energia
fotovoltaica, oltre che da un’elica navale, elemento ricorrente
nelle opere dell’artista.
Bruna Esposito AltriVenti –
Scirocco 2025 Foto Giorgio Benni
Il rapporto tra natura e
società nelle opere di Bruna Esposito
Tra le opere di Bruna Esposito che affrontano il complesso
rapporto tra natura e società e il risparmio e riciclo consapevole
dell’energia e delle risorse spiccano: Two Public
Biotoilets (1987-1988), Aureole (1999), Verso
Sud (2000), Organic Public Toilets (2003), Venti
di rivolta o rivolta dei venti (2009).
“Altri Venti – Scirocco”:
un’opera accogliente come il luogo che la
ospita
“L’Ospitale Santa Francesca Romana è una struttura
straordinaria, con un giardino rimasto sospeso nel tempo che parla
da sempre di accoglienza”, spiega ad Artribune la
gallerista Stefania Miscetti. “L’opera ‘Altri
Venti – Scirocco’ parla di incontro, accoglienza e di futuro, pur
mantenendo delle radici nel passato, proprio come questo
luogo”. Valentina Muzi
Fino al 31 luglio 2025 Altri Venti – Scirocco di Bruna Esposito Ospitale Santa Francesca Romana Vicolo di Santa Maria in Cappella 6
È la storia di uno strappo, di una separazione sugellata due
secoli fa da un regolare accordo economico, secondo le norme
dell’epoca. Una storia che oggi rammenta – non senza rammarico – la
quantità e la qualità di tesori sommersi che la Sicilia ha perduto
nel tempo e che impreziosiscono le sale di prestigiosi musei
internazionali. La mostra Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad
Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri,
inaugurata a dicembre 2024 al Museo archeologico Griffo di
Agrigento e curata da Maria Concetta Parello,
riporta nei luoghi d’origine un segmento di una tra le più
straordinarie collezioni di vasi attici esistenti al mondo, tesoro
dello Staatliche Antikensammlungen di Monaco. Un esempio
dell’eccellenza raggiunta dai maestri della pittura vascolare
ellenica, tra il VI e V secolo a.C.
L’esposizione è realizzata dal Parco archeologico della Valle dei
Templi ed è una delle proposte formulate dall’Assessorato regionale
dei beni culturali in occasione dell’anno di Agrigento Capitale della
Cultura. L’unico grande evento del palinsesto generale
e del progetto vincitore che abbia una natura strettamente
archeologica.
Tempio di Hera, Valle dei
Templi, Agrigento. Photo Edwin Poon
Scavi e fughe di reperti in
Sicilia e ad Agrigento
Territorio dalle complesse e profonde stratificazioni storiche,
artistiche, mitologiche, Agrigento nel corso dell”800 fu teatro di
continue e frenetiche operazioni di scavo e di saccheggio:
un’enorme quantità di reperti finì, per vie diverse, in raccolte di
ecclesiastici, reali, aristocratici, ma anche di artisti,
antiquari, studiosi, appassionati, divenendo nel tempo patrimonio
delle moderne collezioni museali, in Europa e oltreoceano.
Grande fu, da un certo punto in poi, l’attenzione riservata ai
segreti delle necropoli e ai sempre più ambiti
vasi in ceramica finemente dipinti, utilizzati per riti funerari o
inseriti nei corredi dei defunti: attività che assunse i contorni
di una vera e propria moda. Girgenti, l’antica colonia Akragas, tra
i più fiorenti centri culturali della Magna Grecia, fu un autentico
pozzo delle meraviglie: non si contano i reperti che
lasciarono l’isola nel pieno di questo fermento, tra
studi, esplorazioni, grand tour, disseppellimenti, razzie e audaci
trasferimenti via terra e via mare.
1
/ 6Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il
ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo
Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone2
/ 6Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il
ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo
Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone3
/ 6Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il
ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo
Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone4
/ 6Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il
ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo
Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone5
/ 6Il vaso con i poeti Alceo e Saffo della Collezione
Panitteri, Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo
Pitrone6
/ 6Il vaso con Odisseo e il caprone di Polifemo,
Collezione Panitteri, Museo Griffo. Ph. Angelo Pitrone
La collezione Panitteri, tra
Agrigento e Monaco
Nel 1988 Agrigento ospitò un’indimenticabile esposizione,
organizzata dalla locale Soprintendenza regionale presso la sua
sede storica, Villa Genuardi, e curata dal grande archeologo e
allora Soprintendente Ernesto De Miro. Con un
allestimento progettato da Franco Minissi,
Veder greco. Le necropoli di Agrigento organizzava
tra due sale un ampissimo corpus di vasi greci provenienti dalle
necropoli agrigentine e dispersi tra le collezioni di istituzioni
internazionali: dal Louvre di Parigi al Metropolitan di New York,
dal British di Londra alla Harvard University di Cambridge, e
ancora Lisbona, Berlino, Karlsruhe, senza dimenticare la splendida
raccolta del Salinas di Palermo. Insieme a un seminario e alla
pubblicazione di un corposo catalogo, fondamentale riferimento
bibliografico per la comunità scientifica, l’evento brillò per
l’eccezionalità dei prestiti e per l’idea di raccontare,
parallelamente, gli scavi più recenti delle necropoli di
Agrigento.
Se in quel frangente poterono tornare in Sicilia tre dei vasi di
Monaco – unica collezione straniera a cui il catalogo di Veder
greco dedicò un intero saggio – oggi, quasi 40 anni dopo e a
due secoli esatti dalla vendita dell’intero corpus, 10 dei
più importanti esemplari rivedono il suolo agrigentino:
questo focus espositivo ricuce così memorie millenarie, il lavoro
di generazioni di storici e archeologi, e ancora luoghi e vicende
del passato trasformati in nuova occasione di narrazione e
valorizzazione.
La villa del ciantro Panitteri
e i vasi ritrovati
Quattro i protagonisti della vicenda, che ha fascino e intrecci
da romanzo: un Principe austriaco, il suo geniale architetto di
corte, un potente “ciantro” della curia di Agrigento – figura
sacerdotale incaricata di dirigere il canto liturgico e di curare
spazi, collezioni, beni della chiesa – e infine un brillante
artista e intellettuale, molto vicino al religioso.
Fu proprio DonGiuseppe Panitteri
a entrare in possesso dell’inestimabile tesoro rinvenuto durante
alcuni scavi condotti sui terreni della sua villa: 47
vasi, in ottimo stato di conservazione, passati alla
storia con il suo nome. Nell’area in cui sorgeva la dimora del
ciantro, con la Chiesa di San Nicola e i resti di un monastero
cistercense, venne poi costruito il Museo Griffo, inaugurato nel
1967 su progetto di Minissi. Proprio negli ambienti corrispondenti
a una porzione dell’antica abitazione è oggi allestita la mostra,
capace così di solleticare la memoria e l’immaginazione: il
pensiero torna a quelle stanze riccamente affrescate e arredate,
dove reperti antichi di ogni sorta erano custoditi ed esposti.
1
/ 4Leo von Klenze fotografato da Franz Hanfstaengl nel
18562
/ 4La villa del ciantro Giuseppe Panitteri, a san Nicola,
Agrigento, in una foto dei primi del ‘900. Oggi sede del museo
archeologico Griffo3
/ 4Ludwig I di Baviera ritratto da Joseph Karl Stieler,
Neue Pinakothek, Monaco4
/ 4Raffaello Politi
Se ne legge notizia, tra le varie testimonianze dell’epoca, nel
diario di viaggio di Gustav Friedrich
Konstantin Parthey (Viaggio in Sicilia e in
Oriente, 1822), uno dei tanti ricercatori e intellettuali che,
trovandosi in Sicilia, nell’immancabile passaggio ad Agrigento
venivano ricevuti dall’alto prelato con generoso senso di
ospitalità. Archeologo, filologo, storico dell’arte ed ellenista,
Parthey scriveva di Panitteri: “Egli spende la maggior parte
della sua considerevole fortuna in opere d’arte, una qualità che
sta diventando sempre più rara in Sicilia. Ha effettuato scavi nei
suoi campi fuori città e ha trovato diverse belle statue, che sono
conservate nella sua casa di campagna; la cosa più importante,
tuttavia, è un’eccellente collezione di vasi antichi, la maggior
parte dei quali di eccezionale bellezza, quasi tutti decorati con
raffigurazioni mitologiche e di altro tipo. Se la ricchezza
dell’immaginazione e la purezza del disegno delle figure sdraiate,
in piedi e fluttuanti devono suscitare ammirazione, non meno
notevole mi sembra la diversità delle forme dei vasi stessi
(…)”.
E ancora, sugli ambienti cheaccoglievano
i vasi attici a figure nere e rosse: “La stanza in cui
i vasi sono disposti intorno alle pareti è adeguatamente decorata
con allegre pitture murali a motivi greci; è piacevole
soffermarvisi; il soffitto, in particolare, è ricco di affreschi di
buona fattura, tra i quali spiccano le note danzatrici pompeiane.
Il pittore di questi soffitti, Politi, era peraltro grande amico
del vivace Ciantro e si occupava del suo amore per l’arte; (…)
anche la piacevole disposizione dei vasi è principalmente opera
sua”.
La lunga trattativa per la
vendita dei vasi
Figura di spicco nel milieu culturale agrigentino e uomo di
fiducia del ciantro, Raffaello Politi ebbe un
ruolo centrale nella trattativa che avrebbe coinvolto il
Principe Ludwig I, erede al trono di Baviera, e
l’illustre architetto Leovon
Khlenze, suo compagno di pellegrinaggi culturali,
incaricato di riprogettare la città di Monaco in stile neoclassico,
ispirandosi agli antichi fasti di Atene. Giunti in Sicilia nel 1823
conobbero Panitteri, il quale colse al volo l’occasione: in loro
riconobbe due potenziali acquirenti a cui proporre il pregiatissimo
gruppo di vasi greci. Lungo fu l’iter che condusse alla
felice conclusione dell’affare (per 1400 onze) e poi alla
partenza delle casse, fra trattative, discussioni, ricerche di
fondi presso il Re (che non ne volle sapere e che considerava il
figlio uno “scimunito” amante di “robaccia vecchia”), e poi
questioni di dogane, tasse, logistica, preparativi e ancora conti,
spese, documenti, lettere e dettagliate note sull’andamento della
trattativa. Tutto prezioso materiale, fortunatamente rinvenuto ed
archiviato.
Sala IV dell’attuale Alte
Pinakothek, intorno al 1885. A sx è stato riconosciuto uno psyktèr
della Collezione Panitteri
Così, nella “più bella città tra i mortali” descritta da
Pindaro, con i templi che offrivano ai colti viaggiatori
il brivido di un orizzonte sacro e di un panorama mitologico, von
Khlenze trascorse un lungo periodo, studiando reperti e
architetture antiche, scavando, spaccandosi la schiena, nutrendo lo
spirito e intanto lavorando per il principe.
La sofferta missione “Panitteri” alla fine andò in porto e i vasi
giunsero a destinazione all’inizio del 1825, trasferiti con un
vascello da guerra austriaco. Cruciale fu l’impegno dei vari
mediatori, ma soprattutto la determinazione del Principe, in virtù
di una autentica folgorazione: amante del mondo
greco e collezionista di sculture classiche, Ludwig fino a quel
momento non si era mai interessato all’arte vascolare. I primi
esemplari che egli volle a tutti i costi accaparrarsi (anfore,
crateri, lekytos, psykter, etc. ) furono quelli del ciantro.
E si trattò solo di un inizio, a cui seguì un’attività
ininterrotta di ricerca e acquisizione, tanto che tramite
von Klenze riuscì, due anni dopo, ad acquistare 250 vasi, quasi
tutti provenienti dall’Italia meridionale, appartenuti a Carolina
Lipona, moglie dell’ex re d’Italia Gioacchino Murat, mentre nel
1831 entrava in possesso della celebre collezione Candelori e nel
1845 dei più bei vasi del Principe di Canino Luciano Bonaparte.
Alcune immagini storiche documentano le nuove sale, allestite tra
il 1840 e il 1841 al piano terra dell’attuale Alte Pinakothek di
Monaco: erano dedicate all’esposizione dei vasi antichi dipinti,
raccolti negli anni dal Principe Ludwig, con mosaici e frammenti di
pittura murale che, su progetto di von Klenze, riproducevano
pitture etrusche. Un saggio in chiave archeologica delle origini
della pittura occidentale.
Il vaso con i poeti Alceo e
Saffo della Collezione Panitteri
I dieci vasi Panitteri in
mostra ad Agrigento
Nell’odierna esposizione c’è il meglio di quell’originaria
raccolta, riemersa dopo duemila anni e sopravvissuta ai
bombardamenti della Seconda guerra mondiale: se i vasi più
pregiati si salvarono, messi in sicurezza tra i conventi della
Baviera, quelli rimasti nei rifugi cittadini furono colpiti. Alcuni
irrimediabilmente distrutti, altri restaurati.
Toglie il fiato il gioiello forse più affascinante della
collezione. Con la sua atipica forma alta e robusta, il
kàlathos-psyktér dipinto con le figure di Alceo e
Saffo veniva utilizzato per rinfrescare il vino. L’iconica
rappresentazione dei due leggendari poeti di Lesbo, vissuti intorno
al 600 a.C., ha alimentato – insieme ai pochi riferimenti testuali
pervenuti – le speculazioni intorno al loro rapporto, forse
d’amore, forse di stima, forse di competizione.
Nessun dubbio sulla natura dei soggetti, viste le iscrizioni
“ALKAIOS – SAPHO” chiaramente leggibili sulla superficie. E mentre
dalla bocca di Alceo fuoriesce una sequenza di piccole
“o”, a indicare i vocalizzi di riscaldamento, Saffo, di
una bellezza dolce e aggraziata, è pronta ad agganciarsi alle note
di lui. Entrambi tengono fra le mani il loro “bàrbiton”, strumento
a 7 o 8 corde: dopo l’arpeggio che dà il primo accordo, il canto
inizia in forma di dialogo o di sfida, di ispirazione comune, forse
d’improvvisazione, di duello o di duetto.
Sul retro c’è Dioniso che regge una coppa di vino,
nell’atto di officiare un rito insieme a una menade. A un passo
dall’estasi e dall’ebbrezza, il dio e la sua seguace incarnano
l’abbandono agli impulsi profondi, all’immaginazione, al sentimento
del sacro.
La lotta di Idas contro
Apollo in uno dei avsi della Collezione Panitteri. Museo Griffo,
Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Altro gioiello è lo psyktér dalla forma panciuta in cui viene
illustrata la contesa tra Apollo e Idas per conquistare la
bella Marpessa. Le scene si susseguono secondo una linea
cronologica, come su una pellicola, mentre la fine mano del
“Pittore di Pan”, a cui il manufatto è attribuito, tra corpi
armoniosi e slanciati, svolazzi di vesti, archi e intrecci di
chiome, restituisce tutta la tensione della contesa tra il mortale
e il dio. Sarà Zeus a sciogliere il nodo, ordinando a Marpessa di
scegliere. E lei, scaltra quanto timorosa delle crudeli logiche
terrene, andrà con Idas, temendo che Apollo, per sempre giovane,
l’avrebbe un giorno abbandonata vedendola sfiorire.
E ancora, vaso dopo vaso, si dischiudono pagine di miti millenari,
rappresentati con eleganza del segno e cura del dettaglio:
l’immagine di un’amazzone, vestita con il costume
dalla forgia orientale attribuito alle mitiche guerriere; un tenero
momento di gioco tra un atleta, colto nella perfezione della sua
nudità, un giovane vestito con una lunga tunica e un
piccolo cane maltese che saltella festoso; oppure
l’intreccio di leggeri panneggi e di piume nella scena
concitata del ratto di Orizia, figlia del re Eretteo,
portata via dal barbuto e alato Borea, mentre danzava lungo la riva
del fiume Ilisso.
Il vaso con il ratto di
Orizia da parte di Borea, collezione Panitteri, Museo Griffo,
Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
L’importante lavoro di dialogo con l’istituzione tedesca,
favorito anche dalla coincidenza tra l’anno di Agrigento Capitale e
i due secoli dalla vendita della collezione al Principe Ludwig, ha
così regalato al territorio questa temporanea restituzione
parziale, con tutte le evocazioni e le memorie che ne scaturiscono,
sommando sequenze di studi, di ritrovamenti e riscoperte, di
racconti e contemplazioni. Qui la nostalgia per i tesori perduti si
fa certezza del loro potere simbolico universale: testimonianze
inesauribili e vive, parlano al mondo dell’antica Akragas, tra la
luce alta dell’Acropoli e i notturni corridoi delle sacre
sepolture.
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