Dopo le tappe di Abu Dhabi e Kuwait City, la mostra
Italian Shoe Design approda a Canton,
città costiera della Cina meridionale, crocevia storico di scambi
commerciali e oggi hub strategico per l’industria della
moda e del tessile. Famosa per la sua storica Fiera, che
ogni anno attira buyer da tutto il mondo, Canton — il cui nome in
mandarino è Guangzhou — si presenta come il
palcoscenico perfetto per ospitare, nei suggestivi spazi del
K11 Art Mall, un progetto espositivo che celebra
l’eccellenza artigianale italiana attraverso uno degli oggetti più
iconici a livello globale: la scarpa. Si tratta di
modelli pensati come apice dell’ingegno e della maestria artigiana,
capaci di raccontare un’epoca. I dettagli parlano di una cultura
materiale che ha saputo trasformare l’oggetto d’uso in opera
d’arte.
Italian Shoe Design,
Installation view
Il meglio del Made in Italy: gioielli
da esposizione a Canton
La selezione delle 31 calzature femminili in
mostra è stata curata da ElisabettaPisu, esperta di design contemporaneo e fondatrice
di EP Studio, una realtà che si occupa della promozione del Made in
Italy attraverso mostre internazionali. “Le calzature
hanno avuto un’evoluzione continua nel corso dei
secoli”, racconta Pisu, “le punte hanno
cambiato forma più volte diventando arrotondate, squadrate oppure
affusolate. Di pari passo il tacco ha mutato aspetto e dimensione,
alzandosi o riducendosi, diventando largo o a rocchetto, fino ad
assumere un ruolo fondamentale nell’architettura stessa della
scarpa”. I modelli, storici o di più recente realizzazione,
appartengono ai brand e ai designer più rilevanti del
panorama italiano, proprio a voler ribadire la centralità
del nostro saper fare nell’immaginario della moda internazionale e
l’inestimabile valore culturale che la calzatura italiana continua
a rappresentare nel mondo. In mostra anche esemplari rarissimi,
spesso custoditi gelosamente dalle maison, accanto a pezzi unici
selezionati per l’innovazione del loro design o per la forza
evocativa che racchiudono. Una varietà di stili che non solo
racconta la capacità di reinventare l’oggetto-scarpa, ma anche
l’abilità nel ricercare un equilibrio perfetto tra estetica
e funzionalità, rendendo ogni calzatura un’opera d’arte
che non solo riflette lo spirito di un’epoca, ma anticipa anche
quello che sarà il futuro del design.
Italian Shoe Design,
Installation view
Tacco e luce: i codici del desiderio
della scarpa, in mostra in Cina
Due sono gli elementi che legano indissolubilmente tutte le
calzature della mostra: il tacco e la lucentezza.
Il primo, spesso vertiginoso e sottilissimo, rende la scarpa tanto
desiderabile quanto inaccessibile. Il secondo, attraverso materiali
riflettenti, tessuti iridescenti e pietre Swarovski, dona a ogni
modello una brillantezza unica,trasformandolo in un vero e proprio
gioiello prezioso. Dalle invenzioni visionarie e innovative di
Salvatore Ferragamo
all’estetica minimalista di SergioRossi, dalla preziosità di RenéCaovilla alle allegorie di Prada, l’esposizione si snoda attraverso una
sinfonia di stili che abbracciano la storia della scarpa italiana.
Si alternano l’eclettismo di Versace, le architetture eleganti di
Diego Dolcini, e le proposte dei giovani designer
italiani, come le forme inusuali e i colori audaci di
FrancescaBellavita, le linee
essenziali e raffinate di MARIæN e
l’iper-femminilità di Alfredo Piferi, che fonde
glamour e sostenibilità con un’impronta fortemente innovativa. Ogni
paio di scarpe diventa una ricerca scultorea, un’armonia perfetta
tra estetica e funzione. L’uso sapiente – e talvolta inusuale –
delle forme e dei colori rende ogni modello diverso e per questo
unico, ma sempre caratterizzato dallo stesso denominatore comune:
quello dell’eccellenza.
Italian Shoe Design,
Installation view
La Via della Seta incontra il Made in
Italy
Il Made in Italy, nella sua forma più autentica, rappresenta il
cuore pulsante della nostra identità, un marchio universalmente
riconosciuto come simbolo di artigianalità, unicità,
qualità e impegno verso la sostenibilità ambientale.
Un’eccellenza che continua a incarnare la perfetta fusione tra
innovazione e tradizione, capace di raccontare storie senza tempo.
E quale momento migliore per inaugurare questa celebrazione se non
lo scorso 15 aprile, in occasione della Giornata Nazionale
del Made in Italy, che rappresenta il culmine di un
impegno condiviso per esaltare il valore del nostro patrimonio
creativo a livello globale. Come sottolineato anche da
Valerio De Parolis, Console Generale d’Italia a
Canton: “Portando questa mostra dedicata al design della scarpa
italiana in occasione della Giornata del Made in Italy, abbiamo
voluto celebrare, anche qui nel cuore di Canton, la nostra capacità
unica di coniugare l’arte di una tradizione manifatturiera secolare
con la bellezza e l’armonia delle forme. Un connubio perfetto di
creatività ed eleganza che solo il Made in Italy sa
esprimere”. C’è tempo fino al prossimo 20 maggio per visitare
Italian Shoe Design, per immergersi nella
magnificenza della moda italiana e celebrare una collaborazione
autentica tra Italia e Cina. Nonostante la distanza geografica,
infatti, sono entrambi abili nel trovare un linguaggio comune che
parli di design e artigianalità. Marta Melini
Curioso nome Coppa Pizzeria per un concept d’arte
contemporanea. Ma ha il suo perché e ne diamo conto. L’artista
Daniele
Sigalot (Roma, 1976), che ne è ideatore e kingmaker,
fino qualche anno fa era di base a Berlino, dove era solito
organizzare partite di calcetto in un cortile, coinvolgendo amici e
collaboratori. Base logistica di questa iniziativa ‘dopolavorista’
era lo studio dell’artista, denominato, con l’ironia che
contraddistingue Sigalot, La pizzeria.
Il progetto Coppa Pizzeria di
Daniele Sigalot
La cosa crebbe; nacque un torneo vero e proprio, con regole
tutt’altro che ortodosse e sempre più artistiche. Col tempo l’idea
ha assunto connotati da mega evento situazionista. Grosso, ma
rigorosamente effimero; ha luogo, infatti, in una sola giornata,
una volta l’anno. A pesare sono location e strutturazione
dell’‘arena’ in cui si svolgono le ‘ostilità’; spesso il risultato
è stupefacente proprio da questo punto di vista. Memorabile
l’edizione 2024, tenutasi sul fondo di una piscina olimpionica, il
Kursaal di Ostia Lido. Vuoto ovviamente, con il campo di gioco
tutto azzurro e ben delimitato anche in altezza, vista la
profondità dell’incavo; insomma, un’ambientazione top, alla
Matthew Barney prima
maniera. E quest’anno? L’evento ha avuto luogo a Napoli, al porto,
a inizio maggio. Con dirimpetto il Vesuvio. In un video il grande
ex-calciatore Marco Tardelli s’è detto desideroso
di esserci, ma anche impaurito per il fatto di essere juventino.
Ovviamente siamo andati a curiosare, innamorati come siamo sia
dell’arte contemporanea che del calcio. Ah, per chi non lo sapesse,
La pizzeria esiste ancora, ma è a Roma, dove Sigalot è
tornato a vivere. Un po’ studio e un po’ ritrovo, è uno tra i
numerosi hub d’arte contemporanea che stanno ravvivando la scena
della Capitale; vale la pena fare un salto.
Coppa Pizzeria 2025, Credito
fotografico UNCOSO creative Studio
L’edizione 2025 di Coppa
Pizzeria
Apprendiamo che l’assurda Coppa è già alla tredicesima
edizione. Ufficialmente è stata dichiarata come l’ultima, ma questo
accade ogni anno, sicché non è credibile come notizia; un po’ come
quei rivenditori di tappeti che svendono la mercanzia per chiusura
locali, ma poi la svendita dura decenni. Infatti, sull’argomento
Sigalot si è già smentito, annunciando che l’edizione 2026 sarà a
Venezia, durante la Biennale d’Arte. Top. Sigalot
dovrà essere bravo a scegliere una location degna di cotanto
appuntamento, ma in tal senso ha già dato prova di saper stupire.
Tornando al concept, l’idea che ci siamo fatti è che l’ispirazione
gli sia venuta dalle divise sempre più improbabili delle squadre di
calcio di oggi, soprattutto quando si tratta delle maglie da
trasferta, odiate dai tifosi e spesso al limite del circense. La
formula, infatti, consiste nel matchare l’agonismo delle
partite a eliminazione diretta e la carica
visionaria dell’arte performativa. Il clou sta nel vedere
calciatori agghindati nei modi più impensabili rincorrere il
pallone e azzuffarsi. Il resto lo fa l’imponderabile, ovvero la
smania di far finire il pallone in porta, che con tali premesse
diventa insieme divertente e sublime.
L’assurda location della Coppa
Pizzeria 2025 a Napoli
Due parole sullo ‘stadio’. Solenne e matto, industrial
ed effimero, è stato montato e smontato in 48 ore, da mulettisti
professionisti del porto. Era fatto di soli container, disposti a
raggiera intorno al terreno di gioco e sovrapposti tra loro in
colonne da quattro, sì da raggiungere un’altezza considerevole.
Insomma, un mini-Colosseo fatto di rettangoloni
rugginosi, punk e molto berlinese. Peraltro super funzionale, visto
che i container del livello più basso fungevano da spogliatoi.
Notevole che uscendo dai container gli “atleti” somigliassero più a
dei gladiatori, nonostante il narcisismo delle
loro mise, che ai calciatori-divi di oggi. Menzione a parte per uno
dei claim dell’evento, con un giocatore (anzi una
giocatrice) in carne ed ossa di Subbuteo – il leggendario gioco da
tavolo ispirato al calcio – che si libra in alto tra i container,
sollevata da una gru. La scena incanta; sarà che è un omaggio a
quel gioco ma anche uno splendido e ieratico tableau
vivant.
Come funziona Coppa Pizzeria
dell’artista Daniele Sigalot
Qualche informazione di base. Le partite durano cinque minuti
(sic) e le squadre si compongono di solo due giocatori, il
che è coerente con la storia della performance, da sempre propensa
alla configurazione a coppia. Soprattutto, non ci sono
regole. Le porte ci sono ma sono piccole, agghindate con
paillettes e schermabili con ogni stratagemma. L’anarchia è totale,
al punto che anche l’arbitro può fare ciò che vuole, compreso
validare goal inesistenti – si sa che quando si esagera in una
direzione poi arriva il contrappasso. Le linee di demarcazione
contano e non contano, infatti l’invasione di campo da parte del
pubblico non è tabù, anzi; questo perché campo e bordo campo sono
come arte e vita, si scambiano di posto fino a coincidere, come da
tradizione kaprowiana dell’happening, qui declinata in senso
pallonaro. Tra una partita e l’altra va in scena il
dj-set e il pubblico diventa protagonista. Ma
l’intermezzo deve durare poco, quindi si ricorre anche a pezzi
musicali improbabili, tipo il melenso Quello che le donne non
dicono, che in tale baraonda diventa più paralizzante, dunque
efficace, di una qualsiasi hit di un cantante neomelodico locale.
Open bar e barbecue a bordo campo rendono il tutto una roba alla
Rirkrit Tiravanija. Ma fino a un certo punto,
perché qui a dominare è una vena sardonica e nonsense più
riconducibile alle pantomime di Frank Zappa.
Trentaquattro le squadre, tipo campionato del mondo. I nomi? Da
Azz a Fragili sussulti, da Le
serenissime a Le gattare, fino a Ultrans e
Tutto passa. All’ultimo momento le semifinaliste hanno
deciso di fondersi, sicché si è passati direttamente alla
finalissima, in spregio all’agonismo messo in mostra fino a quel
momento. La mise più divertente? Quella più conceptual,
composta da una coppia davvero bizzarra: un gufo che vuole essere
una banana, e una banana che vuole essere un gufo – di fatto due
pupazzoni da luna park psichedelico. C’erano poi dinosauri,
cardinali, supereroi e carte da gioco. Due calciatrici erano
vestite da rebus dei programmi televisivi, avevano quindi al
seguito grossi cartelli con caratteri cubitali rivelatisi utili –
ovviamente – solo nella fase difensiva, come barriera per evitare
il goal. Riassumendo, ciò a cui si assiste è qualcosa tra la
partita di calcio ilare tra filosofi dei Monty
Python e il Burning Man americano. Con
palle, palloni e palline che sbucano e piovono da tutti i lati.
Cosa si vince alla Coppa
Pizzeria
Le coppe in palio sono più d’una. A parte quella maggiore, ce
n’è una per i costumi, la “Narciso”, andata a un calciatore
travestito da bidone della spazzatura. Poi c’è un trofeo per il
gesto più artistico. Qui c’è stata la doppietta, nel senso che
anche questo riconoscimento è andato al cestino umano. La
motivazione? Si è reso protagonista del plateale gesto di gettare
la prima coppa vinta dentro se stesso. E qui un Tino
Sehgal avrebbe urlato This is so contemporary! La
chicca sono le “coppe retrospettive”. Si riferiscono agli abbagli
presi dai giudici in edizioni precedenti, alle partecipazioni cioè
che benché non premiate sul momento sono poi rimaste nella memoria
di pubblico e “critica”. Il trofeo è stupendo: un cilindro insulso
sormontato dallo specchietto retrovisore di un ciclomotore. Viene
da pensare che se a Hollywood esistesse un riconoscimento del
genere Stanley Kubrick ne avrebbe fatto incetta.
Non mancano bandiere e striscioni, tutti settati su un paradigma
metalinguistico, che è tipico dell’arte contemporanea. Nel senso
che il pubblico sventola vessilli che inveiscono contro la
manifestazione stessa (“Tempo perso” recita un
bandierone), ma soprattutto contro il suo artefice Sigalot.
Coppa Pizzeria
2025
Tra sarcasmo e autoironia:
Daniele Sigalot
In conclusione, Blame Sigalot if this is art! Che poi è
lo slogan di una delle squadre partecipanti, parafrasi di uno dei
lavori più riusciti del Nostro: un post-it ingigantito
che, ironizzando sul paradigma mai davvero popolare del
ready-made, recita così: Blame Duchamp if
this is art. “E lasciatemi divertire!” sembra dire
Sigalot, questo Palazzeschi del contemporaneo. In particolare, con
questa Coppa Pizzeria, che è la sua creatura più privata e
insieme più blockbuster. Ormai è anche un po’ cult. Va apprezzato
da un lato il coraggio, perché l’arte contemporanea di marca
concettualista raramente si occupa di un fenomeno considerato pop
come il calcio (a memoria ricordiamo solo il video del 2006 di
Douglas Gordon e Philippe ParrenoZidane. A 21st century portrait). Ma poi, va evidenziato
che si tratta di una maratona di ben otto ore di performance, per
giunta non slegate come in un festival, ma incastonate entro un
format (in)sensato e bello compatto. Il mood generale è quello dei
rave; si fa della partecipation mystique – come
la chiamava Carl-Gustav Jung citando
Lucien Lévy-Bruhl – ma in salsa pallonara.
Parlando di psicologia, si capisce che è il sogno di un introverso
diventato anfitrione; d’altronde Sigalot, anche a guardarlo, non è
chiaro se sia più romano o tedesco. In conclusione, ben venga il
sarcasmo. E l’autoironia. Rispetto alla spocchia di certa arte
contemporanea tutta fuffa e retorica, così bene irrisa da
Paolo Sorrentino nel suo La grande
bellezza, è da preferirsi un concettualismo di questo tipo:
pop, inclusivo, cazzone e godibile. Lunga vita. Pericle Guaglianone Libri consigliati:
Tra sperimentazione artistica, promozione di giovani talenti e
accessibilità commerciale, il curatore e critico Andrea Lacarpia sceglie una nuova sede
per la sua Candy Snake, finora situata nel piano
interrato di Galleria Giovanni Bonelli, in Via Lambertenghi a
Milano. Infatti, dal 13 maggio 2025, la galleria
si troverà in Via degli Orombelli 15, quartiere
Lambrate, in un nuovo spazio che (finalmente!)
affaccia su strada: a inaugurarlo una mostra collettiva con
Riccardo Albiero, Francesco Ardini, Elen Bezhen, Naomi Gilon, Marco
Mastropieri, Agostino Rocco, Marco Sandreschi, Simone Stuto e
Gloria Tomasini. Questo cambiamento è il segno di una
rinnovata apertura verso la città, che inizia sin dagli
anni della non profit Dimora Artica e passa dalla vetrina di
Edicola Radetzky. Le parole chiave che descrivono l’attività della
galleria sono “armonizzazione, piacere e ricerca”, soprattutto con
i social e in particolare Instagram, che gioca un ruolo
fondamentale nello scouting e nella comunicazione. Per l’occasione
ci siamo fatti raccontare tutto dal suo fondatore.
1
/ 8Marco Sandreschi, Isola di notte #3, olio su tela,
40x60 cm2
/ 8Marco Mastropieri, Alta marea, 2022, olio su tela,
60x80 cm3
/ 8Simone Stuto, Écrire, 2023, olio su tela, 50x50
cm4
/ 8Agostino Rocco, Felix, 2025, olio su carta su tavola,
21x17cm5
/ 8Riccardo Albiero, Hunting scene in the snow, 2025,
inchiostro e pigmenti su carta su tavola, 43,5x37cm6
/ 8Elen Bezhen, Portrait on a blue background, 2025, olio
su tela, 55x46cm7
/ 8Francesco Ardini, Il fauno della sorgente, 2023,
ceramica, smalto, lustro, legno, acrilico, nylon con coating
metallico, 58x37x6cm8
/ 8Naomi Gilon, ceramica
L’intervista ad Andrea Lacarpia di
Candy Snake
Come e quando nasce Candy Snake e perché questo
nome?
Il progetto di galleria è nato durante il periodo del Covid, quando si è fatta
strada l’idea di trasformare Dimora Artica, spazio indipendente che ho
fondato nel 2013, in una galleria che unisse attitudine alla
sperimentazione, promozione di giovani artisti e semplificazione
dell’aspetto commerciale. Il nome della galleria è stato preso in
prestito dal titolo di un’opera di Pietro Di Corrado (Cotton
Candy Snake) e vuole comunicare l’unione del serpente come
simbolo del mistero e della caramella come simbolo del piacere.
Quindi una galleria che unisce approfondimento di tematiche legate
alla dimensione interiore e culto dell’esperienza estetica come
fonte di piacere sensoriale.
Com’è stato passare da una realtà non profit a una
commerciale?
La partecipazione alle fiere e la gestione generale è più
complessa. La scelta degli artisti resta legata al mio gusto
personale, ma è importante che con alcuni artisti si instauri un
rapporto di collaborazione continuativa, cosa che nell’esperienza
di Dimora Artica non era fondamentale. Inoltre si sono creati dei
rapporti di buona amicizia con alcuni collezionisti.
La nuova sede a Milano di Candy
Snake
Cosa ricorderai della vecchia sede e quali sono le
caratteristiche della nuova?
Nello spazio in Via Lambertenghi era essenziale il rapporto di
sinergia con Galleria Giovanni Bonelli, situata nello stesso
edificio. Giovanni Bonelli e il suo team mi hanno insegnato molto e
si sono creati dei rapporti di amicizia che sicuramente
proseguiranno. Il contratto in scadenza mi ha fatto muovere per un
nuovo spazio che, rispetto al precedente che era un piano
interrato, è affacciato su strada. Questa apertura alla città
attraverso la vetrina, che ho sperimentato nella sede di Dimora
Artica in Via Dolomiti e nell’esperienza di direzione artistica di
Edicola Radetzky, mi mancava molto e quando ho visto questo spazio
me ne sono subito innamorato. Inoltre a fianco alla galleria si
trova lo studio Superness di Alessio d’Ellena, graphic designer
molto attivo nel campo delle arti visive.
Candy Snake Gallery, via
degli Orombelli 15, Milano
L’attività di Candy Snake e il ruolo
dei social
Quali sono le tre parole chiave che identificano
l’attività di Candy Snake?
Armonizzazione, piacere, ricerca.
Quale ruolo ricoprono gli strumenti digital e social nel
tuo modo di fare ricerca?
Instagram è fondamentale, è diventato lo strumento principale per
conoscere nuovi artisti e per comunicare con essi. Molto immediato
e utile per avere un’idea generale della ricerca e della
personalità dell’artista, che poi ovviamente deve essere
approfondita. Nonostante stia lavorando stabilmente con alcuni
artisti, l’attività di scouting prosegue incessante.
Quale invece le fiere? E perché spesso scegli rassegne
decentrate?
Nei quattro anni di attività della galleria la partecipazione alle
fiere è stata intensa, sopratutto negli ultimi due. La fiera è il
luogo in cui si incontrano più persone e per me è sempre stimolante
pensare all’allestimento dello stand come fosse una piccola mostra
in galleria. In questi anni abbiamo scelto di partecipare anche a
fiere decentrate rispetto a quelle più note perché sono dei luoghi
in cui si può intercettare un pubblico nuovo, formato da piccoli
collezionisti molto appassionati. La partecipazione alle fiere
porta anche degli stress dovuti all’organizzazione della trasferta
in altre città, ma ne vale la pena per il rapporto con un pubblico
solitamente più ampio dei visitatori della galleria.
Chi sono gli artisti da tenere d’occhio in questo
momento?
Dopo il successo delle ultime fiere in cui l’ho presentato,
finalmente a settembre in galleria ci sarà la mostra personale di
Riccardo Albiero, che ha recentemente presentato la sua prima
personale a Pechino. Poi sto lavorando benissimo anche con Elen
Bezhen e Agostino Rocco, due artisti figurativi, dalle tematiche
molto diverse ma entrambi connotati da un grande virtuosismo
tecnico. Infine, in questa piccola selezione cito Simone Stuto,
autore molto attivo in questo periodo e dalla ricerca che unisce
diversi riferimenti alla storia dell’arte e della letteratura a una
pittura fluida e densa di dettagli, Naomi Gilon, artista oramai
storica della galleria, che si muove tra gotico e glamour, unendo
sperimentazione nella tecnica della ceramica e interesse per la
cultura popolare contemporanea. Caterina Angelucci
Ero una studentessa quando nel 1990 ho avuto occasione di vedere
la mostra di Felice
Casorati (Novara, 1883 – Torino, 1963) a Palazzo
Reale. Accompagnava un piccolo gruppo la nostra docente di
Storia dell’Arte Contemporanea all’Università Statale,
Maria Mimita Lamberti, esperta di quel raffinato
artista che stavo scoprendo nella sua grandezza proprio in quel
momento. Nel corso degli anni ogni volta che ne ho avuto
l’occasione ho cercato di approfondire la mia conoscenza su questo
artista riservato, colto, per certi versi esoterico.
La mostra di Felice Casorati a
Milano
La mostra
milanese è una ghiotta occasione in tal senso. Vede coinvolti
gli autori del catalogo generale dell’artista, Giorgina Bertolino e
Francesco Poli e Fernando Mazzocca, importante studioso di storia
dell’arte. Una mostra questa che fa il punto su un protagonista
dell’arte e della cultura italiana. Pur avendo vissuto i suoi anni
più importanti durante il fascismo, Casorati ha sempre avuto una
posizione distaccata dal regime.
Amico del giovane Piero Gobetti, legato al
compositore Alfredo Casella, che ritrae in un dipinto presente a
Milano, Casorati, laureato in Giurisprudenza, ha lasciato nella
città che lo aveva adottato, Torino, tracce fondamentali.
Riferimento per intere generazioni ha insegnato all’Accademia
Albertina. Alcuni anziani artisti ancor alo ricordano con il suo
piglio magistrale e severo, ma ha anche diretto una sua scuola
privata di pittura, dove si è formato il gruppo dei Sei.
La mostra antologica milanese è divisa in sezioni. Dagli esordi
tra Padova e Napoli, in cui è compreso tra gli altri Le
ereditiere del 1910 alle Allegorie e Simboli che segnano il
periodo veronese dal 1912 al 1914, una sezione particolarmente
ricca in cui sono anche opere grafiche e sculture, come le tre
maschere del 1914, qui riunite.
Casorati a Torino
Il terzo gruppo di opere riguarda il periodo torinese con le
grandi tempere realizzate fra il 1918 e il 1920. Maschere e
armature tra il 1914 e il 1921 propone le straordinarie
tempere dedicate ai giocattoli. Cuore della mostra può essere
considerato il gruppo di lavori dell’inizio dei Venti dei quali
fanno parte tra gli altri la pierfrancescana Silvana Cenni
e Le uova sul cassettone, in cui il richiamo è a certa
arte fiamminga. Interessante il rapporto dell’artista con
l’industriale intellettuale Riccardo Gualino. Sono
qui in mostra, rari a vedersi, i bassorilievi per il teatro privato
di casa Gualino, realizzato dall’architetto
AlbertoSartoris, e
dai pittori Chessa e Casorati, che eseguì in quello stesso periodi
gli stupendi ritratti del collezionista, della moglie Cesarina
e del figlio Renato, qui in mostra. Un’altra sezione propone le
opere per la Biennale veneziana del 1924.
Quindi il gruppo delle conversazioni platoniche della seconda
metà dei Venti con persone e oggetti. Le più solari opere
realizzate dal 1927 al 1932 sono raccolte sotto il titolo La
primavera della pittura. Altre sezioni sono dedicate alle
figure malinconiche degli anni Trenta e ai capolavori di questi
stessi anni in con protagoniste sono figure di donne. L’enigma di
Narciso è il titolo della serie di dipinti realizzati durante la
seconda guerra
mondiale, al quale fanno seguito le opere degli ultimi anni. In
chiusura una scelta dei bozzetti di Casorati scenografo per il
Teatro alla Scala, in cui è possibile tirare le fila della sua
importante ricerca artistica. Angela Madesani Libri consigliati:
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Sono passati cento anni dalla pubblicazione di Ossi di
Seppia, la prima raccolta di versi di Eugenio
Montale (Genova, 1896 – Milano, 1981)
Un anniversario importante che Genova ha deciso di
celebrare dedicando una mostra fotografica dedicata al poeta
genovese negli spazi di Palazzo
Ducale, dal titolo: Meriggiare pallido e assorto.
Eugenio Montale: 100 immagini per i 100 anni di Ossi di Seppia
(visibile sino al 29 giugno 2025).
Curato da Ilaria Bonacossa e
Paolo Verri con Michela Murialdo, il progetto espositivo
riunisce gli scatti di Iole Carollo, Anna Positano e
Delfino Sisto Legnani, dando forma a uno dei testi
letterari che ha segnato il Novecento, ridefinendo il ruolo della
poesia nei confronti della realtà.
La mostra dedicata a Eugenio
Montale al Palazzo Ducale di Genova
Partendo dallo studio dei versi di Ossi di Seppia e
ispirandosi alle invenzioni letterarie dell’autore, Iole Carollo,
Anna Positano e Delfino Sisto Legnani hanno realizzato una serie di
99 fotografie che riproducono i luoghi nel modo in cui li guardava
Eugenio Montale, ovvero spazi di relazione tra l’essere umano e la
natura, capaci di riflettere le trasformazioni provocate dalla
storia.
Il centesimo scatto che chiude il percorso espositivo è il celebre
ritratto del poeta con la sua upupa realizzato da Ugo
Mulas (Pozzolengo, 1928 – Milano, 1973).
Iole Carollo
La mostra a Palazzo Ducale di
Genova: gli artisti
Dopo la laurea in Architettura, Delfino Sisto
Legnani (Milano, 1985) ha iniziato a lavorare a livello
internazionale come fotografo freelance per istituzioni, giornali e
riviste indipendenti come Domus, Abitare, Vogue Italia, Mousse
Magazine, Kaleidoscope, The New York Times, Repubblica e Corriere
della Sera. In alternanza tra fotografia di reportage, architettura
e still life, i suoi progetti sono stati premiati ed esposti in
gallerie, musei e istituzioni come: la Biennale di Venezia,
the Victoria & Albert Museum di Londra, Triennale di Milano,
Chicago Architecture Biennale, Manifesta 12 e il Museo MAXXI di
Roma.
Completato il Master in Fotografia del London College of
Communication dopo la laurea in Architettura dell’Università degli
Studi di Genova, Anna Positano (Genova, 1981) è
fotografa e ricercatrice indipendente. Attraverso la fotografia
approfondisce il rapporto tra paesaggio, architettura e società a
partire da un approccio marxista, e guarda all’anticapitalismo,
alle teorie postcoloniali e all’ecologia.
Le sue fotografie sono state esposte in diverse sedi
internazionali, tra cui la Triennale di Milano, la Biennale
di Architettura di Venezia, Unseen Photo Fair, Camera Torino,
CornellUniversity e il MAO di Ljubljana.
Infine, troviamo Iole Carollo (Palermo, 1977)
che esplora il rapporto tra fotografia, archeologia e memoria
visiva, ponendo un’attenzione particolare alla forma d’archivio,
all’esoeditoria, alla fototestualità e ai processi comunitari che
l’ha portata a collaborare con università italiane e
internazionali. Le sue fotografie sono parte di pubblicazioni
scientifiche, cataloghi di mostre e progetti di comunicazione per
musei e artisti contemporanei. Oltre a questo, Iole Carollo ha
collaborato anche con realtà come il Museo Archeologico
Antonio Salinas, il Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea
di Palermo e l’ICCD– Istituto Centrale per il Catalogo e la
Documentazione, contribuendo con i suoi scatti alla
valorizzazione del patrimonio storico e artistico.
Delfino Sisto
Legnani
La natura si fa portavoce
della frammentazione del tempo
Attraverso un’indagine visiva che alterna il dettaglio
ravvicinato all’ampiezza del paesaggio, la fotografia diventa uno
strumento per osservare il modo in cui la natura si scompone e si
riorganizza, esprimendo il suo continuo mutamento. Così piante,
rocce, scogli e particolari del paesaggio marino, terrestre e
urbano diventano segni di questa trasformazione, raccontando la
frammentazione della materia e la stratificazione del tempo. Valentina Muzi
Fino al 29 giugno 2025 Meriggiare pallido e assorto. Eugenio Montale: 100 immagini per i 100 anni di Ossi di
Seppia Palazzo Ducale, Genova Piazza Giacomo Matteotti, 9
PÁCIFICO COMUNICACIONES con más de 59 años de ministerio radial, difunde espacios culturales, musicales de entrevistas y noticias. Su elaboración y contenido están a cargo de profesionales especializados que nos permiten asegurar una amplia sintonía en todo el Perú.