Julio 04, 2026

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Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, circa due milioni di persone (dei 400 milioni in tutto il continente) arrivarono al porto di Rotterdam, nei Paesi Bassi: obiettivo, Ellis Island. Venivano dalla Russia, dalla Polonia, dalla Germania e dall’Ucraina per fuggire, come sempre è stato nella storia dell’umanità, dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla povertà. Nel corso del Novecento, quel numero non avrebbe fatto che crescere: per approdare negli Stati Uniti o in Canada, arrivavano dal Mediterraneo, dall’Africa, dall’Estremo Oriente. Non poteva che aprire qui, su questi moli – ancora i più importanti d’Europa, ma per il commercio – un grande  museo d’arte sulle migrazioni, il nascituro Fenix.

Installation of Man in Wainscott by Willem de Kooning at Fenix, the new international art museum devoted to migration, opening in Rotterdam on Friday 16 May 2025 Image copyright Robin Utrecht1 / 4
Installation of Man in Wainscott by Willem de Kooning at Fenix, the new international art museum devoted to migration, opening in Rotterdam on Friday 16 May 2025 Image copyright Robin Utrecht
Installation of Man in Wainscott by Willem de Kooning at Fenix, the new international art museum devoted to migration, opening in Rotterdam on Friday 16 May 2025. Image copyright Robin Utrecht2 / 4
Installation of Man in Wainscott by Willem de Kooning at Fenix, the new international art museum devoted to migration, opening in Rotterdam on Friday 16 May 2025. Image copyright Robin Utrecht
Kimsooja, Bottari Truck - Migrateurs, 2007, collection Fenix3 / 4
Kimsooja, Bottari Truck - Migrateurs, 2007, collection Fenix
Red Grooms, The Bus, 1995, collection Fenix4 / 4
Red Grooms, The Bus, 1995, collection Fenix
Installation of Man in Wainscott by Willem de Kooning at Fenix, the new international art museum devoted to migration, opening in Rotterdam on Friday 16 May 2025 Image copyright Robin Utrecht
Installation of Man in Wainscott by Willem de Kooning at Fenix, the new international art museum devoted to migration, opening in Rotterdam on Friday 16 May 2025. Image copyright Robin Utrecht
Kimsooja, Bottari Truck - Migrateurs, 2007, collection Fenix
Red Grooms, The Bus, 1995, collection Fenix

Fenix, il museo d’arte sulle migrazioni

A dimostrazione di come la migrazione sia un fenomeno senza tempo e universale, opponendosi non troppo velatamente al movimento di disumanizzazione e repressione violenta dei migranti che cresce a ogni latitudine, Fenix accoglie le opere di oltre cento artisti provenienti da cinque continenti in un magazzino storico restaurato del 1923. Questo spazio, che sarà inaugurato dalla regina olandese Máxima venerdì 16 maggio 2025, era noto al tempo come San Francisco Warehouse e si estendeva per 360 metri lungo la banchina, spiccando come il più grande magazzino di trasbordo del mondo.

Al suo interno, il museo si snoda su più piani: al piano terra troviamo Plein, una piazza urbana coperta di duemila metri quadri aperta a tutti, dove i programmi saranno co-creati dal basso con il museo stesso. Poi ci saranno diversi spazi di incontro, caffé, panetteria e gelateria, che, anticipano da Fenix, “raccontano storie di migrazione”. Al centro di tutto, il Tornado, opera-struttura alta trenta metri con due scale intrecciate che si snodano a spirale attraverso l’atrio e perforano il tetto in vetro per incontrarsi sulla terrazza panoramica. Come tutto il museo, il Tornado è opera del mega-studio cinese MAD Architects.

Kimsooja, Bottari Truck - Migrateurs, 2007, collection Fenix
Kimsooja, Bottari Truck – Migrateurs, 2007, collection Fenix

Le opere del nuovo museo Fenix

Tra le numerose le opere e installazioni presenti nel museo si spazia dall’inconfondibile The Bus dell’americano Red Grooms, tutto in tessuto e popolato di persone a grandezza naturale tra cui mescolarsi, si passa al famoso scatto dell’italiano Adrian PaciCentro di permanenza temporanea, dalla Peugeot 404 imbottita di fagotti Bottari Truck – Migrateurs dell’artista coreano Kimsooja fino alla grande The Suitcase Labyrinth, con duemila valigie donate da privati. Ognuna con la sua storia, ovviamente.

E poi c’è un dipinto, a cui il museo tiene particolarmente: Man in Wainscott di Willem de Kooning. Realizzata nel 1969 nel suo studio di East Hampton, all’estremità di Long Island, questa grande tela tende un filo tra la sua Olanda e l’America che lo accolse attraverso la luce dell’Oceano.

Red Grooms, The Bus, 1995, collection Fenix
Red Grooms, The Bus, 1995, collection Fenix

Il porto di Rotterdam e Willem de Kooning

E infatti, come tanti, anche Willem de Kooning (Rotterdam 1904 – New York, 1997) crebbe con il sogno dell’America. Lo zio lavorava per la Holland-America Line, quella stessa linea che ogni giorno trasportava al di là dell’Atlantico migliaia di persone, e gli raccontava storie d’oltreoceano. Dopo la scoperta del jazz e del Charleston, l’artista 22enne si decise: avrebbe lasciato Rotterdam e la sua Zaagmolenstraat alla volta di New York. Ancora non sapeva, in quel 18 luglio 1926 sul molo, che dopo la Seconda Guerra Mondiale sarebbe diventato un mito.

La storia di migrazione di De Kooning è tanto vivida quanto la sua opera”, spiega la direttrice di Fenix Anne Kremers, già manager della Chow Tai Fook Art Foundation e prima ancora direttrice di Villa Mondriaan. “Iniziò la sua vita in povertà a Nord di Rotterdam, si imbarcò su una nave quasi cento anni fa come clandestino senza un biglietto valido e finì come un artista di fama a New York. È quasi simbolico che questo dipinto dei suoi anni d’oro sarà ora esposto in modo permanente in un ex magazzino portuale della città che un tempo si era lasciato alle spalle”.

Giulia Giaume

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Nell’immediata corsa a decifrare segni, parole, gesti, stralci di biografia, persino sorrisi ed espressioni del nuovo Papa, affacciatosi per la prima volta sull’oceano brulicante di Piazza San Pietro, la scelta del nome pontificale è stata naturalmente tra gli indizi più eloquenti. A sorpresa un Papa americano, statunitense di nascita e per anni missionario nel sud del continente, in particolare in Perù, Robert Francis Prevost è il quattordicesimo pontefice che decide di farsi chiamare “Leone”. Successore dunque di quel Leone XIII che fu l’ultimo Papa dell’800, eletto il 20 febbraio 1878 e morto all’alba del secolo successivo, nel 1903. È a lui che Prevost pensava?

Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum

Accostamento naturale, a cui si sono aggiunte ipotesi di contorno, come il riferimento a Fra’ Leone, intimo amico di San Francesco, in continuità con Bergoglio. E invece la risposta più immediata era quella più corretta. Lo ha confermato in queste ore il cardinale Ladislav Nemet, arcivescovo di Belgrado, che nel corso di una cena fra cardinali aveva sentito Prevost evocare proprio la figura di Papa Gioacchino Pecci e il suo impegno su questioni molto concrete: “Oggi come ai tempi di Leone XIII – ha spiegato Nemet – c’è il problema dei posti di lavoro, perché la digitalizzazione porta ad una diminuzione di mano d’opera (…). Se allora era in corso una rivoluzione industriale, adesso è in corso la rivoluzione digitale”. Ulteriormente vicini, i due “Leone”, per la fedeltà a Sant’Agostino e all’ordine degli agostiniani.

Ma chi era Leone XIII? Innanzitutto il Pontefice di una tra le encicliche più note della storia dell’Ecclesia: con la sua Rerum Novarum introdusse un approccio strettamente politico-sociale nell’esercizio del magistero papale, sconfinando dal perimetro solito della fede e della morale e affrontando in chiave esplicitamente antisocialista temi quali la condizione operaia, i diritti dei lavoratori, il diritto alla proprietà privata, il buon uso della ricchezza, il senso della (incancellabile) povertà, la concordia tra le diverse classi sociali, i salari, gli scioperi, l’associazionismo.

papa giacchino pecci leonexiii La passione per il cinematografo di Leone XIII, il Papa che ha ispirato Robert Prevost
Papa Gioacchino Pecci – Leone XIII

Leone XIII e il cinema

La storica bolla leonina rappresenta la più significativa eredità del 256º vescovo di Roma. E già tra le prime righe si scorge un’indicazione interessante che molto svela della sua personalità e delle sua passioni: se il testo inizia evidenziando “L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli“, tra queste novità egli elenca subito “i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria“. Non è bizzarro, allora, che a conferirgli un surplus di notorietà fu la conquista di un singolare primato nella storia della comunicazione contemporanea.
Gioacchino Pecci fu il primo Papa a venire immortalato da una cinepresa, per altro all’interno delle sacre mura del Vaticano. La straordinaria invenzione dei Lumiére e l’entusiasmo contagioso che in tutta Europa stava facendo del cinema il fenomeno per eccellenza del secolo nuovo, non trovò il Pontefice distratto o disinteressato. Tutt’altro. Ne comprese, semmai, il potenziale comunicativo e non ebbe paura di consegnare la propria immagine a quella “diavoleria” che imprimeva su nastro il flusso ininterrotto della vita, in quanto cronaca del quotidiano o costruzione narrativa. Non si sottrasse, il Pontefice, alla possibilità di essere uomo tra gli uomini, ripreso come qualunque cittadino e pronto a rivolgersi al mondo attraverso quel potentissimo medium.

papa leone xiii e la prima ripresa cinematografica di un pontefice 1 La passione per il cinematografo di Leone XIII, il Papa che ha ispirato Robert Prevost
Papa Leone XIII in Vaticano: la prima ripresa cinematografica di un Pontefice

Un breve filmato, riemerso dagli archivi, veniva proiettato nel 1959 in occasione dell’inaugurazione della Filmoteca Vaticana, istituita da Papa Giovanni XXIII e oggi importantissimo fondo con oltre 8000 titoli a tema religioso ed ecclesiastico, tra lungometraggi, corti, documentari, film di finzione, video amatoriali girati da padri missionari, testimonianze del cinema muto.
Nelle immagini sgranate di quel primitivo frammento di celluloide si vede Leone XIII spostarsi tra alcuni ambienti del Vaticano, con l’arrivo in carrozza, l’accesso al giardino e un momento di sosta su una panchina, circondato da guardie e prelati. Lì, guardando dritto in camera, con un gesto forse programmato, forse spontaneo, accompagnato da un sorriso compiaciuto, regalerà al mondo la prima benedizione mediatica della storia. Urbi et orbi, attraverso l’occhio miracoloso e vorace del cinematografo. Uno dei filmati – allora detti “vedute” – che documentano gli albori del cinema, con tutte le implicazioni storiche, sociali e di costume che certe immagini sono in grado di restituire.

Papa Pecci e la celebrazione della fotografia

Ma l’amore di Papa Leone per le nuove tecnologie dell’immagine ebbe ulteriori e intriganti testimonianze. Come quel particolare nascosto tra i soffitti delle sale vaticane: era il 1883 quando il Pontefice commissionava ad Annibale Angelini il rinnovamento delle decorazioni della Galleria dei Candelabri, settecentesca sala dei Musei Vaticani concepita per accogliere statue e reperti egizi. Giuseppe Rinaldi e Luigi Medici si occuparono delle tarsie marmoree, mentre Ludwig Seitz e Domenico Torti delle pitture. L’affresco sulla volta è dedicato all’Allegoria delle Arti, che insieme alla Pittura, alla Scultura e all’Architettura – le cosiddette “arti maggiori” – celebrava anche dei linguaggi “minori”, al servizio della rappresentazione del sacro: l’arte tessile, l’intaglio e addirittura la “Sancta Photographia”, progenitrice del cinema, nata poco meno di 50 anni prima e ancora in bilico tra lo statuto di nuova forma artistica e quello di pratica scientifica.

Nell’affresco si scorge così una figura femminile, rappresentazione della Fede con la croce fra le braccia e il leone accucciato accanto, nell’atto di benedire le arti, ognuna delle quali le rende omaggio con un oggetto simbolico: una camera a soffietto viene portata in dono dalla personificazione della fotografia, aiutata da un putto che la sorregge. Per l’anziano Papa una dimostrazione di curiosità e di sensibilità per tutti i campi della creatività e per le ultime frontiere della ricerca visiva.

musei vaticani la galleria dei candelabri con il soffitto dedicato allallegoria delle arti La passione per il cinematografo di Leone XIII, il Papa che ha ispirato Robert Prevost
Musei Vaticani, la Galleria dei Candelabri con il soffitto dedicato all’Allegoria delle Arti

Il giallo sulla prima “veduta” di Papa Leone

Tornando al cinema, c’è un giallo che ha aleggiato intorno a quelle prime riprese che rubarono l’immagine del Papa quasi novantenne. Un equivoco definitivamente sciolto solo nel 2023, grazie agli studi di Gianluca della Maggiore, autore del volume Le vedute delle origini su Leone XIII. Vaticano, Biograph e Lumière.
Per errore, quando nel ’59 venne recuperata quella registrazione, la si collocò nel 1896 e si individuò l’autore nel torinese Vittorio Calcina, rappresentante dei Lumiére in Italia. Con quella data e con quel nome il filmato venne diffuso ovunque, senza che mai a nessuno venisse in mente di approfondire, incrociando documenti e rovistando negli archivi. A rimettere in ordine le carte ci ha pensato dunque della Maggiore, ristabilendo la verità: la storica “veduta” tra i giardini vaticani sarebbe datata 1898 e porterebbe la firma di un certo Dickson, della ditta statunitense Biograph.

Il rapporto con gli americani si interruppe bruscamente, poco dopo, per via di una serie di incomprensioni rispetto all’uso di queste prime immagini del Papa, diffuse in contesti poco opportuni, assolutamente profani e di puro intrattenimento, in anni in cui mancavano luoghi di fruizione deputati e norme sui diritti d’immagine. Fu allora che entrarono in scena i Lumière, con Vittorio Calcina che li rappresentava in Italia dal 1896. Un rapporto, quello dei Lumière con il Vaticano, durato negli anni: erano i francesi, ad esempio, a fornire alla Specola Vaticana le lastre per le carte fotografiche del cielo.
Altri spunti interessanti arrivano dal libro di della Maggiore, tra cui dettagli sul ruolo del fotografo pontificio Francesco De Federicis, che tra il 1899 e il 1903 realizzò una decina di filmati con Papa Leone XIII, il quale ci aveva evidentemente preso gusto. La maggior parte di questo prezioso materiale è andato purtroppo perduto.

Helga Marsala

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L’Esposizione Internazionale della Triennale di Milano è da sempre il termometro delle grandi questioni della società. Così è stato, per esempio, per la ricostruzione nel dopoguerra, per il boom industriale e lo sviluppo del design italiano negli anni Cinquanta e poi ancora per la scuola e il tempo libero nel decennio successivo. Ci piace pensare che questa istituzione sia dotata di un’intelligenza collettiva” ha spiegato la direttrice Carla Morogallo in apertura della cerimonia di inaugurazione di Inequalities che sarà visitabile fino al 9 novembre 2025. “Collettivo” è in effetti un aggettivo chiave per descrivere questo progetto che conta un numero di curatori così ampio che per farli salire sul palco è stato necessario dividerli in due turni. Protagonisti della rassegna sono architetti e storici dell’architettura come Norman FosterMark Wigley e Beatriz Colomina, direttori di museo del calibro di Hans Ulrich Obrist dalla Serpentine Gallery di Londra, e artisti come Theaster Gates, filosofi e avvocati come  Telmo Pievani e Kimia Zabihyan, nonché esperti di politiche sociali, come Seble Woldeghiorghis; tutti sotto il coordinamento del commissario generale Stefano Boeri.

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La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli44 / 53
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
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Shapes of Inequalities Fragapane ©Alessandro Saletta e Agnese Bedini - DSL Studio
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Theaster Gates Alessandro Saletta e Agnese Bedini - DSL Studio
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We the Bacteria ©Alessandro Saletta e Agnese Bedini - DSL Studio
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La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli
La 24esima Esposizione Internazionale Triennale di Milano. Foto di Massimiliano Tonelli

Le disuguaglianze al centro della 24esima Triennale di Milano 

Si contano 341 personalità provenienti da 73 paesi tra gli autori e gli autrici che hanno partecipato alla rassegna. I loro lavori puntano l’attenzione su uno dei grandi problemi del nostro tempo, le disuguaglianze, e su altrettanti aspetti della realtà che ci sfuggono o che, al contrario, preferiamo non approfondire. Il percorso è denso, densissimo, e l’abbondanza di materiali in mostra (tra testi, video, infografiche, diagrammi elaborati dallo studio Pentagram che ritroviamo in tutte le sezioni) richiede il giusto tempo di assimilazione. 

Shapes of Inequalities Fragapane ©Alessandro Saletta e Agnese Bedini - DSL Studio
Shapes of Inequalities Fragapane ©Alessandro Saletta e Agnese Bedini – DSL Studio

La città di Milano e i suoi squilibri alla 24esima Esposizione Internazionale 

All’ingresso, ad accogliere i visitatori c’è una vistosa balena di cartapesta: una scultura di Jacopo Allegrucci destinata a sciogliersi lentamente sotto il sole e le piogge dei prossimi mesi e un simbolo di ciò che il cambiamento climatico su una scala più vasta può fare ad alcune specie animali già a rischio di estinzione. Il suo scopo, immaginiamo, è anche quello di ricordare a tutti che, come ci ha spiegato di recente Stefano Boeri, il tema ambientale e quello delle disuguaglianze sono strettamente connessi. Appena varcata la soglia del museo, si incontra subito lo spazio di Cuore, il centro studi della Triennale, che rimarrà ad accesso libero per tutta la durata dell’esposizione. Qui, il focus è la città di Milano con i suoi piccoli grandi squilibri: il rapporto tra il costo degli affitti (che nel corso degli ultimi anni sono saliti alle stelle quasi ovunque, e in maniera più consistente nelle periferie più o meno riqualificate) e i redditi dei suoi abitanti (col segno positivo quasi soltanto nelle zone centrali); tra giovani e anziani; tra famiglie con bambini e single; tra i cittadini che partecipano alle iniziative dal basso, nei quartieri, e quelli interessati alle elezioni municipali. Differenze che sono sotto gli occhi di tutti, e che vengono estrapolate dalla solita narrazione ottimista di una Milano splendente e attrattiva. 

We the Bacteria ©Alessandro Saletta e Agnese Bedini - DSL Studio
We the Bacteria ©Alessandro Saletta e Agnese Bedini – DSL Studio

Le città come laboratori di buone pratiche architettorniche alla Triennale di Milano 

Lo spazio urbano è uno dei luoghi in cui solitamente le disuguaglianze sono più visibili, ma non solo. È nelle città, infatti, che ci sono le condizioni giuste per lo sviluppo di sottoculture e fenomeni di costume locali, dove architetti e urbanisti sperimentano soluzioni creative per riconnettere tra loro gruppi di persone separati dagli stili di vita, dal diverso accesso alle risorse o dall’appartenenza culturale. Cities, la mostra curata da Nina Bassoli, raccoglie una quarantina di esperienze e progetti a loro modo resistenti. Si va dal toccante racconto della tragedia della Grenfell Tower, con la morte di 72 persone nel rogo di un complesso di edilizia popolare situato in una delle zone più ricche di Londra (e della lotta dei parenti delle vittime per ottenere giustizia), alla riqualificazione dell’isola di Inujima, in Giappone, guidata dall’architetta Kazuyo Seijma, che ha trasformato un paesaggio postindustriale spopolato in un ambiente accogliente per visitatori e artisti, passando per il terrarium naturale, e funzionante, allestito dallo studio dell’architetto Manuel Herz tenendo come obiettivo la produzione di cibo in climi tropicali. Le città sono anche il terreno di lavoro prediletto dalla Norman Foster Foundation, la fondazione dell’architetto britannico Premio Pritzker nel 1999 che presenta una parte delle proprie attività recenti toccando temi come la ricostruzione postbellica – con il case study della città ucraina di Kharkiv – e il riconoscimento delle baraccopoli come oggetto su cui l’architettura deve necessariamente interrogarsi. 

The Fragility of The Future Allegrucci ©Alessandro Saletta e Piercarlo Quecchia - DSL Studio
The Fragility of The Future Allegrucci ©Alessandro Saletta e Piercarlo Quecchia – DSL Studio

La biodiversità e il diritto al riposo viste attraverso l’architettura 

Al primo piano del Palazzo dell’Arte, al quale si accede dopo aver percorso lo Scalone d’Onore lungo il quale penzolano le strisce di tessuto dell’installazione 471 days, dedicata a Gaza, l’attenzione si sposta dal macro al micro, e dal mondo al corpo umano. We the Bacteria, la mostra curata da Beatriz Colomina Mark Wigley, è un’esplorazione coltissima della flora batterica presente all’interno del nostro organismo e dei modi in cui l’architettura ha gestito la questione sanitaria nel tempo. Dopo secoli passati a cercare di arginare i germi, il problema che ci troviamo ad affrontare oggi è, paradossalmente, la diminuzione della quantità di batteri “buoni” e microorganismi di vario genere che ci proteggono dalle malattie. Ci sono, però, dei programmi di ricerca che tentano di invertire la rotta. Nella loro The Republic of LongevityNic Palmarini e Marco Sammicheli prendono con serietà l’aspettativa di vita, che fluttua enormemente da un paese all’altro: questa sezione della mostra è appunto una repubblica suddivisa in “ministeri” a tema. Tra gli elementi che influenzano le aspettative di longevità, analizzati con l’aiuto anche di una serie di oggetti di design a testimonianza del ruolo della cultura materiale nella vita dell’uomo, c’è il riposo. Un diritto che dovrebbe essere garantito a tutti e che, come ci ricorda anche il progetto presentato dalla Polonia nel suo padiglione, spesso non lo è. “Nelle città ci sono sempre meno spazi pubblici dove sdraiarsi è socialmente accettabile, forse perché il riposo viene visto come un fatto privato, confinato nell’ambito domestico”, spiega Katarzyna Roj. “Ma non tutti hanno le stesse possibilità, e riposare è una forma di igiene oltre a essere qualcosa che sfida l’imposizione della società di essere continuamente attivi e produttivi”.

Lebanon Pailion ©Alessandro Saletta e Agnese Bedini - DSL Studio
Lebanon Pailion ©Alessandro Saletta e Agnese Bedini – DSL Studio

I Padiglioni Internazionali alla 24esima Triennale di Milano 

Come per le passate edizioni, la 24ª Esposizione Internazionale comprende una sezione dedicata alle partecipazioni nazionali di vari paesi, invitate a sviluppare dei contributi originali in relazione al tema delle diseguaglianze. Poiché i contesti urbani sono il luogo in cui le diseguaglianze crescono sempre più rapidamente, ogni padiglione si è concentrato su una specifica città per costruire una riflessione corale, cercando di individuare le proposte politiche più avanzate per ogni contesto. Tra questi ad aggiudicarsi il Premio per il miglior padiglione è quello libanese con la mostra E dal mio cuore soffio baci al mare e alle case, a cura di Ala Tannir, mentre la Menzione d’onore delle Partecipazioni internazionali è stata assegnata al padiglione del Porto Rico per  Había una vez y dos son tres “feminisitios”, la mostra a cura di di Regner Ramos, dalla giuria composta da Paola Antonelli (Presidente), Senior Curator per Architettura e Design e direttrice del dipartimento di Ricerca e Sviluppo del Museum of Modern Art (MoMA) di New York, Ifeoluwa Adedeji, giornalista e autrice, Maria Porro, presidente del Salone del Mobile Milano. 
Giulia Marani

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Koyo Kouoh terminava sempre le sue e-mail con le parole “with grace and light” – con grazia e luce. L’ultima volta che ci siamo viste è stato un mese fa a Dallas, in Texas, dove abbiamo trascorso alcuni giorni insieme. Era lì per celebrare il premio Nasher Sculpture Award conferito alla sua amica, l’artista Otobong Nkanga. Otobong era un legame tra noi. Ogni volta che incontravo Koyo, le ricordavo che non l’avevo ascoltata quando, nel 2009, in qualità di curatorial agent per la mia edizione di dOCUMENTA (13), mi aveva suggerito di invitare Otobong alla mostra che si sarebbe aperta nel giugno del 2012. Non lo feci. E da allora, a ogni nostro incontro, le ripetevo che me ne ero pentita, perché poco dopo Otobong avrebbe sviluppato un corpus artistico straordinario. Era diventato un nostro piccolo rito: anche nel gennaio dello scorso anno, al Guggenheim di New York, dove facevamo entrambe parte della giuria per un premio, le rinnovai quelle scuse. Koyo rideva, accettava con grazia, sapeva che quella figura che entrambe ammiravamo – a cui io avevo poi dedicato tempo e lavoro anche dedicandole una personale al Castello di Rivoli – ci univa, e fu felice che l’avessi nominata per il premio in Texas.

Otobong Nkanga, Lined with shivers sprouting from the rock, 2021. Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano
Otobong Nkanga, Lined with shivers sprouting from the rock, 2021. Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano

Il rapporto tra Koyo Kouoh e Carolyn Christov-Bakargiev

A Dallas abbiamo trascorso tre giorni insieme, colmi di leggerezza e gioia, ma anche di momenti in cui eravamo solo noi due. Cercavo di aiutarla, per quanto possibile. Le chiedevo della Biennale di Venezia, di come stava andando, e le davo qualche consiglio: da donna più anziana a donna più giovane. Tra le ultime cose che mi ha detto, c’era questa frase: che un tempo non mi fidavo di lei, mentre ora sì – quasi alludendo al fatto che a Kassel, quando era più giovane, non l’avevo ascoltata abbastanza, mentre ora, da direttrice di museo a Cape Town e curatrice della Biennale, la rispettavo di più. Negai con fermezza, ma chissà.

La ricordo alle riunioni di documenta a Kassel, la documenta che aveva introdotto al mondo dell’arte Donna Haraway e il tema della co-evoluzione multispecie, tema importante in effetti per la sua Otobong. Ricordo Koyo tra tutti gli altri agenti – Chus Martínez, Joasia Krysa, René Gabri e Ayreen Anastas, Sofia Hernández, Raimundas Malašauskas, Pierre Huyghe, Andrea Viliani e altri. A volte si sedeva in un angolo, ma lo faceva sopra un bancone, in una posizione leggermente sopraelevata. Da lì, con grazia e autorevolezza, interveniva al momento giusto con pensieri al contempo diplomatici e profondi.

Carolyn Christov-Bakargiev, 2015, foto Ilgin Erarslan Yanmaz, courtesy Istanbul Foundation for Culture and Arts
Carolyn Christov-Bakargiev, 2015, foto Ilgin Erarslan Yanmaz, courtesy Istanbul Foundation for Culture and Arts

Koyo Kouoh a documenta a Kassel

Ricordo le accoglienze che mi ha riservato più volte a Dakar, nello spazio di Raw Material Company – il suo luogo, come lei stessa lo definiva. Era la padrona di casa, circondata da molte persone, in uno spazio vivo: il café, la libreria, le sale con performance. Un luogo che emanava gioia e libertà, lontano dai centri asfissianti del potere del mondo dell’arte. A Kassel, accogliemmo il suo amato Issa Samb, che appendeva le sue opere agli alberi dell’Auepark.

Dakar, Place de l'Independance
Dakar, Place de l’Independance

Negli anni si è costruita tra noi una relazione non evidente agli altri, un po’ segreta. Sapeva che, anche se alla fine non fu scelta, io l’avevo nominata per l’Audrey Irmas Award for Curatorial Excellence del Bard College, e ne fu grata. Lo capii da un suo abbraccio durante una cena alla Fondation Beyeler di Basilea, sempre in occasione di Otobong. Indossava una lunga cappa di velluto rosso con maestosa dignità. Era sempre elegantissima. Parlammo più volte di una possibile curatela per una sua mostra al Castello di Rivoli (Tracey Rose o When We Look At Us), ma la pandemia, la morte del Presidente Alfieri e i successivi tagli regionali cancellarono quei progetti.

È stata la storia di un’amicizia fatta di miei tentativi discreti di sostenerla, ostacolati da difficoltà a realizzare fino in fondo ciò che desideravamo. Ma qualcosa restava sempre: documenta, Otobong, Kader e altri artisti, una stima reciproca.

Il caso documenta a Kassel e la curatela di Koyo Kouoh

Quando nel 2022 documenta 15 finì nella bufera di accuse da parte di diversi settori tedeschi, cercai – come altri ex-direttori artistici della rassegna – di aiutare quell’amata istituzione, fino ad allora simbolo della più alta libertà artistica. Fui chiamata a far parte del gruppo incaricato di nominare i membri di una commissione, la quale avrebbe individuato il nuovo direttore artistico. In quella commissione proposi la partecipazione di Bracha Ettinger – artista, psicoanalista e teorica femminista – ritenendola capace di affrontare le contraddizioni del momento e di scegliere una persona giusta. Con Bracha parlammo a lungo di possibili candidati, e convenimmo che Koyo sarebbe stata una scelta eccellente.

Koyo fu invitata a candidarsi, ed era in pole position per la direzione, quando – per ragioni note – la commissione si sciolse e tutto ricominciò da capo. Koyo si era preparata, aveva studiato, riflettuto sull’arte e sul mondo, sulle urgenze da affrontare, su un progetto culturale che avrebbe potuto rispondervi. Nulla andò perduto però: quell’anno di lavoro le diede una chiarezza e una visione che, credo, abbiano convinto il Presidente Buttafuoco a nominarla curatrice della Biennale di Venezia. Le cose che facciamo non portano sempre i frutti desiderati, ma ne portano altri, inattesi.

Bracha L. Ettinger. Exhibition view at Radicants, Parigi 2022 © Bracha L. Ettinger. Photo Aurélien Mole
Bracha L. Ettinger. Exhibition view at Radicants, Parigi 2022 © Bracha L. Ettinger. Photo Aurélien Mole

Koyo Kouoh alla Biennale di Venezia

A Dallas le chiesi della salute. Mi disse che ormai era guarita, fuori pericolo dal tumore che l’aveva colpita due anni prima. Ai primi di maggio 2024 aveva perso sua sorella per lo stesso male, e mi sembrò naturalmente ancora triste nel ricordare l’anniversario imminente. Al Nasher sorrideva, mostrava gioia, anche se avvertii in lei un’ombra di preoccupazione legata alle responsabilità del fundraising per la Biennale, che sentiva come suo compito. Il nostro mondo dell’arte è spietato, ipocrita, pieno di piccole ambizioni e schiamazzi di superficie.

Le mostre non realizzate da Koyo Kouoh e la sua eredità

Koyo avrebbe realizzato una documenta straordinaria, e una Biennale bellissima. Ma siamo in tempi duri, e l’abbiamo perduta. Quando, il 10 maggio, ho riacceso il cellulare dopo l’atterraggio a Berlino, un messaggio su WhatsApp di una collega mi ha informato della sua morte improvvisa. Il respiro mi mancò. Cancellai la cena prevista e sono andata al Bode Museum a vedere l’Angelus Novus di Paul Klee, l’originale monoprint prestato dal museo di Gerusalemme. Quadro che appartenne a Walter Benjamin dal giorno del suo compleanno, nel 1921, e che non lasciò mai: lo portò con sé in fuga dalla Germania e poi, una volta anche la Francia occupata, lo affidò a Bataille prima di fuggire nuovamente, ma lasciarci a Portbou.

Benjamin vedeva in quell’angelo l’emblema della Storia, impotente di fronte alle rovine del progresso cieco. Klee lo dipinse invece come un angelo artista, nuovo, nato dal trauma della Grande Guerra. Vedere l’Angelus Novus proprio il giorno in cui abbiamo perso Koyo ha avuto per me un significato profondo.

Angelus Novus Paul Klee Morta Koyo Kouoh, curatrice della prossima Biennale. Il ricordo di Carolyn Christov-Bakargiev
Paul Klee, Angelus Novus

Il ricordo di Carolyn Christov-Bakargiev

Massimiliano Tonelli mi ha chiesto lo stesso giorno di scrivere un ricordo di lei. Di solito sono restia a farlo, ma ho accettato. Gli ho detto che l’avrei fatto dopo una conferenza – sul tema della libertà artistica e della formazione della soggettività oggi nell’era dell’IA – che ho tenuto domenica 11 maggio, e che ho dedicato a Koyo.

Koyo Kouoh. Photo Mirjam Kluka
Koyo Kouoh. Photo Mirjam Kluka

A volte penso che le donne che appaiono forti, perfino arroganti, nascondano fragilità profonde, custodite per proteggersi dagli sciacalli del nostro mondo, per conservare grazia e leggerezza. Penso con speranza al nuovo Papa, matematico, e al compito che lo attende: mantenere grazia e umiltà in un mondo algoritmico di stolti e avidi.

Non so se Koyo fosse religiosa – non gliel’ho mai chiesto. Ho letto che era interessata al sufismo, ma non ne abbiamo mai parlato. La saluto, le auguro grazia e luce, e mi chiedo se, in quell’universo piegato di spazio-tempo, retto da computazioni che vanno ben oltre la nostra comprensione, potrò un giorno incontrarla di nuovo – e questa volta, ascoltarla davvero.

Carolyn Christov-Bakargiev
Libri consigliati:

Word! Word? Word! Issa Samb and the Undecipherable Form. Di Koyo Kouoh When We See Us: A Century of Black Figuration in Painting. Di Koyo Kouoh

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Si terrà il prossimo 14 maggio 2025 l’appuntamento primaverile di Pandolfini dedicato ai Dipinti Antichi e ai Dipinti del Secolo XIX e articolato in una doppia sessione di vendita a Palazzo Ramirez Montalvo a Firenze che spazia dal XVI al XVIII Secolo, con opere in molti casi inedite e provenienti da prestigiose raccolte private. Tra i lotti più attesi e con le stime più alte spiccano i nomi di Artemisia Gentileschi, Federico Zandomeneghi e Angelo Morbelli, tra gli altri. 

Artemisia Gentileschi, Cleopatra. Courtesy Pandolfini1 / 8
Artemisia Gentileschi, Cleopatra. Courtesy Pandolfini
Angelo Morbelli, Pinetina a Santa Caterina. Courtesy Pandolfini2 / 8
Angelo Morbelli, Pinetina a Santa Caterina. Courtesy Pandolfini
Artista fiammingo, Trittico ad ante con Crocifissione di Cristo, Santi e un donatore. Courtesy Pandolfini3 / 8
Artista fiammingo, Trittico ad ante con Crocifissione di Cristo, Santi e un donatore. Courtesy Pandolfini
Beppe Ciardi, Circo equestre. Courtesy Pandolfini4 / 8
Beppe Ciardi, Circo equestre. Courtesy Pandolfini
Federico Zandomeneghi, L'Attente. Courtesy Pandolfini5 / 8
Federico Zandomeneghi, L'Attente. Courtesy Pandolfini
Filippo Tarchiani, San Giovanni Battista. Courtesy Pandolfini6 / 8
Filippo Tarchiani, San Giovanni Battista. Courtesy Pandolfini
Jacobello del Fiore, Madonna dell'Umiltà7 / 8
Jacobello del Fiore, Madonna dell'Umiltà
Maestro di Fontanarosa, Martirio di San Biagio. Courtesy Pandolfini8 / 8
Maestro di Fontanarosa, Martirio di San Biagio. Courtesy Pandolfini
Artemisia Gentileschi, Cleopatra. Courtesy Pandolfini
Angelo Morbelli, Pinetina a Santa Caterina. Courtesy Pandolfini
Artista fiammingo, Trittico ad ante con Crocifissione di Cristo, Santi e un donatore. Courtesy Pandolfini
Beppe Ciardi, Circo equestre. Courtesy Pandolfini
Federico Zandomeneghi, L'Attente. Courtesy Pandolfini
Filippo Tarchiani, San Giovanni Battista. Courtesy Pandolfini
Jacobello del Fiore, Madonna dell'Umiltà
Maestro di Fontanarosa, Martirio di San Biagio. Courtesy Pandolfini

La Cleopatra di Artemisia in asta da Pandolfini

Seguendo un filo cronologico attraverso i cataloghi approntati da Pandolfini per questa sessione di primavera per rintracciare i lotti di maggior rilievo spiccano, nella sezione da 57 lotti dei Dipinti Antichi, una rara Madonna dell’Umiltà di Jacobello del Fiore (stima €25.000-35.000), il più importante pittore attivo a Venezia nei primi decenni del Quattrocento, prima dell’avvento di Jacopo Bellini, e un trittico ad ante mobili raffigurante la Crocifissione e l’Annunciazione, eseguito da un raffinato artista fiammingo attivo all’inizio del Cinquecento (stima €20.000-30.000). 
Mentre arriva poi sulla scena il Seicento con l’enorme figura di Artemisia Gentileschi, qui rappresentata, al lotto 20, da una Cleopatra con stime di €130.000-150.000. Realizzato probabilmente “intorno agli ultimissimi anni del terzo decennio o principio del quarto decennio del Seicento”, come suggerito in catalogo, il dipinto incarna un corredo valoriale e simbolico di forza e indipendenza femminile che certo risuonava in modo particolarmente intenso e significativo per l’artista, che tornò infatti più volte sull’iconografia della regina d’Egitto.

Filippo Tarchiani, San Giovanni Battista. Courtesy Pandolfini
Filippo Tarchiani, San Giovanni Battista. Courtesy Pandolfini

La pittura del Seicento nei cataloghi di Pandolfini a Firenze 

Appartengono alla pittura religiosa e devozionale il Martirio di San Biagio del Maestro di Fontanarosa, con stime di €30.000-50.000, e, con gli stessi valori preasta, un inedito San Giovanni Battista, immerso in un paesaggio fluviale, di Filippo Tarchiani, protagonista del panorama pittorico del primo Seicento fiorentino. Si torna, invece, a temi più terreni con i Giocatori di carte in un interno dello Pseudo Salini (stima €30.000-50.000) e le due scene allegoriche dipinte da Francesco Corneliani (stima €40.000-60.000).

Angelo Morbelli, Pinetina a Santa Caterina. Courtesy Pandolfini
Angelo Morbelli, Pinetina a Santa Caterina. Courtesy Pandolfini

Zandomeneghi e Morbelli. I protagonisti dell’Ottocento in asta da Pandolfini

Spostandosi, poi, nella seconda sessione della giornata del 14 maggio, guida il catalogo di 42 lotti dedicato ai Dipinti del Secolo XIX Angelo Morbelli con un paesaggio montano inedito da decenni, per il pubblico e per il mercato: Pinetina di Santa Caterina del 1913. Presentato nello stesso anno alla Società Promotrice delle Belle Arti di Torino e, nel 1914, alla Società delle Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano, questo “splendido esempio del divisionismo maturo di Morbelli”, si legge in catalogo, “non risulta essere mai più esposto in pubblico dopo la mostra della Permanente; credibile, quindi, che sia entrato in collezione privata proprio in quell’occasione”. Torna dunque solo ora visibile e arriva in asta con stime di €100.000-120.000.
Tra gli altri protagonisti si attende l’interesse di collezionisti e appassionati per i tre dipinti di Federico Zandomeneghi L’Attente (stima €85.000-100.000), Buste de femme drapée de velours (stima €60.000-80.000) e Pivonies blanches (stima €18.000-25.000), nonché per Circo equestre di Beppe Ciardi (stima €60.000-80.000) e per l’opera di Giovanni Boldini Natura morta con due fagiani (stima €80.000-100.000). 

Cristina Masturzo

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