
Jago conquista un altro palcoscenico di pregio. Un’altra occasione importante per condividere la propria pratica artistica, il proprio immaginario. Stavolta è la Pinacoteca della Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano ad accogliere una sua opera, a partire dall’8 maggio e fino al 4 novembre 2025. E come spesso accade nei suoi progetti, ad andare in scena è il dialogo con un grande artista del passato, con iconografie celebri, con linguaggi della tradizione. Dopo i rimandi diretti a Michelangelo, citato nella sua Pietà e nel suo David – l’una reinventata al maschile, l’altro al femminile, rispettivamente esposti nella Chiesa degli artisti a Roma (2021) e nell’atrio delle Gallerie d’Italia a Napoli (2025) – stavolta è con Caravaggio che l’artista si confronta. Un confronto di quelli che dovrebbero far tremare i polsi e che richiedono la forza di un lavoro complesso, maturo, centrato, non esaurendosi in accostamenti di maniera, sul filo di assonanze vaghe, pretestuose. Jago – al secolo Jacopo Cardillo, classe 1987 – ci prova, immaginando una connessione tra la Canestra di frutta, icona delle collezioni dell’Ambrosiana, e una sua natura morta, fedele al mondo che gli appartiene: il marmo, la figurazione realista, il colore bianco.
La “Canestra di frutta” di Caravaggio
Il capolavoro caravaggesco, dipinto tra il 1597 e il 1600, la
cui presenza è documentata nella collezione del Cardinale
Borromeo già dal 1607, si inseriva in quel clima di
rinnovamento iconografico che dopo il Concilio di Trento attribuì
particolare capacità comunicativa e immediatezza espressiva a temi
non tipicamente devozionali, legati al mondo della natura e carichi
di rimandi allegorici. Era un modo nuovo e incisivo di comunicare
con i fedeli, funzionale alle esigenze di una Chiesa assorbita
dalla missione controriformista. Il genere della natura morta, di
cui la Canestra di frutta è uno dei primi e più
straordinari esempi, si diffuse largamente: in un clima di forte
moralizzazione, persino di censura, mentre si attuava un controllo
scrupoloso della correttezza iconografica delle rappresentazioni
sacre, questa tipologia di soggetti garantiva agli artisti ampia
libertà di ricerca pittorica e stilistica.
Caravaggio restituisce qui, con minuziosa verità e cura del
dettaglio, la perfezione di un’immagine tanto semplice, quanto
portatrice di significati alti, evocazione della caducità
dell’esistenza: un soffio sospeso tra il tutto e il nulla,
tra lo splendore folgorante e il decadimento necessario. Vita,
morte, un palcoscenico tragico e indiviso in cui il sentimento del
sacro brilla in lontananza come orizzonte e speranza ultima.
L’esercizio di realismo è quasi fiammingo, intriso di luce e di
potenza descrittiva, nell’opposta magia di un teatro vuoto,
decontestualizzato, quasi metafisico, senza alcuna connotazione
d’ambiente, senza particolari che possano distrarre dal
protagonista assoluto, emerso dal chiarore di un fondo neutro.
In bilico su un bordo sottile, precario eppure
potentissimo, questo bouquet di frutti variopinti e lucidi, di
foglie bagnate dalla rugiada e sul punto di appassire, è una
perfetta sintesi tra la bellezza nel suo acme e l’attesa della sua
sparizione.
La “Natura morta” di Jago in mostra all’Ambrosiana
Jago sceglie di porvi accanto un’opera inedita, dal titolo
tautologico che non indica e non svela: Natura morta,
semplicemente. Anche qui una rappresentazione di
oggetti inanimati raccolti in un cesto, scolpiti
in un bianco candido che contrasta con la natura controversa del
soggetto. Niente fiori o frutti, per un d’après molto
personale: sono armi, pistole, proiettili,
mitragliatrici, restituiti nel realismo del modellato e
nella preziosità del marmo. Da un lato l’esigenza di replicare un
frammento freddo di realtà, privo di alcun intento narrativo.
Dall’altro il riferimento a una morte intesa non come dimensione
esistenziale, ma come aggressione, sopraffazione. La lettura non
può che spaziare dai più recenti ed efferati casi di cronaca, al
tema dei grandi conflitti bellici in corso. Il tentativo è di
toccare corde sensibili, puntando su quel contatto emozionale con
lo spettatore, tipico dei lavori dell’artista.
“Una natura morta è una natura morta”, ha spiegato Jago
all’ANSA.“Sono talmente disgustato e afflitto da quello che mi
arriva in questa era di comunicazione che non sono in grado di
produrre un racconto (…) Nella Canestra di Caravaggio quasi
possiamo sentire il sapore di quella mela, è qualcosa che abbiamo
nella memoria, c’è una prospettiva di caducità ma anche di vita che
resiste“. E ancora: “Questi oggetti non li ho inventati,
io non ho fatto niente, ho fatto una composizione per dire qualcosa
che è indicibile. I veri creatori sono i criminali di guerra che
ogni giorno fanno migliaia di vittime. Io non ho creato quegli
strumenti di morte, li ho atteggiati in una composizione. Noi
partecipiamo e viviamo di cose non raccontabili, cosa
oscene“.
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Significati e rischi del dialogo tra Jago e Caravaggio
La scultura è sì inedita, ma non è nata come riflessione sul
capolavoro caravaggesco: non si tratta di un progetto
site-specific. Una pratica, quella dell’accostamento a posteriori
tra opere contemporanee e opere antiche, per certi versi insidiosa,
ma che può derivare da intuizioni assai interessanti. Lo ricorda lo
stesso Jago, allontanando l’idea che l’audace confronto fosse
voluto, cercato: “Non avrei osato avere una conversazione di
questo tipo”. Avendo raccontato dell’opera alla società
Arthemisia, questa, che era in comunicazione con la Biblioteca
Ambrosiana, ne colse l’interesse: “Ne abbiamo parlato con i
responsabili ed è nata la mostra“.
L’accostamento riporta dunque al tema della fine delle cose e della
fragilità, in una chiave cruda e attualizzata, che fa leva sullo
shock della violenza e sui suoi simboli più
convenzionali. È la ricerca dell’effetto forte, di un
contrasto che sappia stupire, in forza di quelle retoriche emotive
a cui l’artista è avvezzo. L’evento si colloca all’interno di un
lodevole progetto di apertura al contemporaneo con
cui l’Ambrosiana si sta cimentando, testando nuove strade e nuovi
target di pubblico (a novembre è attesa una personale di
Nicola Samorì, mostra congiunta con il Museo di
Capodimonte, a cura di Demetrio Paparoni con Eike Schmidt e
Federico Gallo, direttori delle due istituzioni). La
responsabilità di un simile confronto avrebbe però
richiesto una cautela maggiore, con la scelta di linguaggi meno
facili e di grandi autori avvezzi a sfide così alte, al netto del
successo mediatico che un nome popolare come quello di Jago può
assicurare. Forse un po’ di foga da parte di un’istituzione di
pregio, impegnatissima a svecchiare la propria immagine (l’abbiamo anche
premiata per questo), che ha optato in questo caso per la
scorciatoia dell’artista con un grande seguito sui
social.
Tecnicamente ben eseguita, l’opera porta con sé un messaggio
chiaro, che arriva a tutti. Ma il carico visivo,
con questi giocattoli di marmo che parlano di criminalità e di
guerra, rischia di fare a pugni con un’opera dalla straordinaria
presenza iconografica, con la sua profondità poetica, simbolica,
concettuale. Un capolavoro che chiede enorme delicatezza: più un
sussurro che un grido, più una nota meditativa che un’invasione di
campo.
Helga Marsala
Natura Morta. Jago e Caravaggio: due sguardi sulla caducità
della vita
Pinacoteca Ambrosiana
Piazza Pio XI 2, Milano
L’articolo "A Milano Jago dialoga con Caravaggio. L’insolito duetto alla Pinacoteca Ambrosiana" è apparso per la prima volta su Artribune®.




