
Nell’immediata corsa a decifrare segni, parole, gesti, stralci di biografia, persino sorrisi ed espressioni del nuovo Papa, affacciatosi per la prima volta sull’oceano brulicante di Piazza San Pietro, la scelta del nome pontificale è stata naturalmente tra gli indizi più eloquenti. A sorpresa un Papa americano, statunitense di nascita e per anni missionario nel sud del continente, in particolare in Perù, Robert Francis Prevost è il quattordicesimo pontefice che decide di farsi chiamare “Leone”. Successore dunque di quel Leone XIII che fu l’ultimo Papa dell’800, eletto il 20 febbraio 1878 e morto all’alba del secolo successivo, nel 1903. È a lui che Prevost pensava?
Leone XIII, il Papa della Rerum Novarum
Accostamento naturale, a cui si sono aggiunte ipotesi di contorno, come il riferimento a Fra’ Leone, intimo amico di San Francesco, in continuità con Bergoglio. E invece la risposta più immediata era quella più corretta. Lo ha confermato in queste ore il cardinale Ladislav Nemet, arcivescovo di Belgrado, che nel corso di una cena fra cardinali aveva sentito Prevost evocare proprio la figura di Papa Gioacchino Pecci e il suo impegno su questioni molto concrete: “Oggi come ai tempi di Leone XIII – ha spiegato Nemet – c’è il problema dei posti di lavoro, perché la digitalizzazione porta ad una diminuzione di mano d’opera (…). Se allora era in corso una rivoluzione industriale, adesso è in corso la rivoluzione digitale”. Ulteriormente vicini, i due “Leone”, per la fedeltà a Sant’Agostino e all’ordine degli agostiniani.
Ma chi era Leone XIII? Innanzitutto il Pontefice di una tra le encicliche più note della storia dell’Ecclesia: con la sua Rerum Novarum introdusse un approccio strettamente politico-sociale nell’esercizio del magistero papale, sconfinando dal perimetro solito della fede e della morale e affrontando in chiave esplicitamente antisocialista temi quali la condizione operaia, i diritti dei lavoratori, il diritto alla proprietà privata, il buon uso della ricchezza, il senso della (incancellabile) povertà, la concordia tra le diverse classi sociali, i salari, gli scioperi, l’associazionismo.
Leone XIII e il cinema
La storica bolla leonina rappresenta la più significativa
eredità del 256º vescovo di Roma. E già tra le
prime righe si scorge un’indicazione interessante che molto svela
della sua personalità e delle sua passioni: se il testo inizia
evidenziando “L’ardente brama di novità che da gran tempo ha
cominciato ad agitare i popoli“, tra queste novità egli elenca
subito “i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi
dell’industria“. Non è bizzarro, allora, che a conferirgli un
surplus di notorietà fu la conquista di un singolare primato nella
storia della comunicazione contemporanea.
Gioacchino Pecci fu il primo Papa a venire immortalato da
una cinepresa, per altro all’interno delle sacre mura del
Vaticano. La straordinaria invenzione dei Lumiére e l’entusiasmo
contagioso che in tutta Europa stava facendo del cinema il fenomeno
per eccellenza del secolo nuovo, non trovò il Pontefice distratto o
disinteressato. Tutt’altro. Ne comprese, semmai, il potenziale
comunicativo e non ebbe paura di consegnare la propria immagine a
quella “diavoleria” che imprimeva su nastro il flusso ininterrotto
della vita, in quanto cronaca del quotidiano o costruzione
narrativa. Non si sottrasse, il Pontefice, alla possibilità di
essere uomo tra gli uomini, ripreso come qualunque cittadino e
pronto a rivolgersi al mondo attraverso quel potentissimo
medium.
Un breve filmato, riemerso dagli archivi, veniva proiettato nel
1959 in occasione dell’inaugurazione della Filmoteca
Vaticana, istituita da Papa Giovanni
XXIII e oggi importantissimo fondo con oltre 8000 titoli a
tema religioso ed ecclesiastico, tra lungometraggi, corti,
documentari, film di finzione, video amatoriali girati da padri
missionari, testimonianze del cinema muto.
Nelle immagini sgranate di quel primitivo frammento di celluloide
si vede Leone XIII spostarsi tra alcuni ambienti del Vaticano, con
l’arrivo in carrozza, l’accesso al giardino e un momento di sosta
su una panchina, circondato da guardie e prelati. Lì, guardando
dritto in camera, con un gesto forse programmato, forse spontaneo,
accompagnato da un sorriso compiaciuto, regalerà al mondo
la prima benedizione mediatica della storia. Urbi
et orbi, attraverso l’occhio miracoloso e vorace del cinematografo.
Uno dei filmati – allora detti “vedute” – che documentano gli
albori del cinema, con tutte le implicazioni storiche, sociali e di
costume che certe immagini sono in grado di restituire.
Papa Pecci e la celebrazione della fotografia
Ma l’amore di Papa Leone per le nuove tecnologie dell’immagine ebbe ulteriori e intriganti testimonianze. Come quel particolare nascosto tra i soffitti delle sale vaticane: era il 1883 quando il Pontefice commissionava ad Annibale Angelini il rinnovamento delle decorazioni della Galleria dei Candelabri, settecentesca sala dei Musei Vaticani concepita per accogliere statue e reperti egizi. Giuseppe Rinaldi e Luigi Medici si occuparono delle tarsie marmoree, mentre Ludwig Seitz e Domenico Torti delle pitture. L’affresco sulla volta è dedicato all’Allegoria delle Arti, che insieme alla Pittura, alla Scultura e all’Architettura – le cosiddette “arti maggiori” – celebrava anche dei linguaggi “minori”, al servizio della rappresentazione del sacro: l’arte tessile, l’intaglio e addirittura la “Sancta Photographia”, progenitrice del cinema, nata poco meno di 50 anni prima e ancora in bilico tra lo statuto di nuova forma artistica e quello di pratica scientifica.
Nell’affresco si scorge così una figura femminile, rappresentazione della Fede con la croce fra le braccia e il leone accucciato accanto, nell’atto di benedire le arti, ognuna delle quali le rende omaggio con un oggetto simbolico: una camera a soffietto viene portata in dono dalla personificazione della fotografia, aiutata da un putto che la sorregge. Per l’anziano Papa una dimostrazione di curiosità e di sensibilità per tutti i campi della creatività e per le ultime frontiere della ricerca visiva.
Il giallo sulla prima “veduta” di Papa Leone
Tornando al cinema, c’è un giallo che ha aleggiato intorno a
quelle prime riprese che rubarono l’immagine del Papa quasi
novantenne. Un equivoco definitivamente sciolto solo nel 2023,
grazie agli studi di Gianluca della Maggiore,
autore del volume Le vedute delle origini su Leone
XIII. Vaticano, Biograph e Lumière.
Per errore, quando nel ’59 venne recuperata quella registrazione,
la si collocò nel 1896 e si individuò l’autore nel torinese
Vittorio Calcina, rappresentante dei Lumiére in
Italia. Con quella data e con quel nome il filmato venne diffuso
ovunque, senza che mai a nessuno venisse in mente di approfondire,
incrociando documenti e rovistando negli archivi. A rimettere in
ordine le carte ci ha pensato dunque della Maggiore, ristabilendo
la verità: la storica “veduta” tra i giardini vaticani sarebbe
datata 1898 e porterebbe la firma di un certo
Dickson, della ditta statunitense
Biograph.
Il rapporto con gli americani si interruppe bruscamente, poco
dopo, per via di una serie di incomprensioni rispetto all’uso di
queste prime immagini del Papa, diffuse in contesti poco opportuni,
assolutamente profani e di puro intrattenimento, in anni in cui
mancavano luoghi di fruizione deputati e norme sui diritti
d’immagine. Fu allora che entrarono in scena i
Lumière, con Vittorio Calcina che li rappresentava
in Italia dal 1896. Un rapporto, quello dei Lumière con il
Vaticano, durato negli anni: erano i francesi, ad esempio, a
fornire alla Specola Vaticana le lastre per le
carte fotografiche del cielo.
Altri spunti interessanti arrivano dal libro di della Maggiore, tra
cui dettagli sul ruolo del fotografo pontificio Francesco
De Federicis, che tra il 1899 e il 1903 realizzò una
decina di filmati con Papa Leone XIII, il quale ci aveva
evidentemente preso gusto. La maggior parte di questo prezioso
materiale è andato purtroppo perduto.
Helga Marsala
L’articolo "La passione per il cinematografo di Leone XIII, il Papa che ha ispirato Robert Prevost" è apparso per la prima volta su Artribune®.
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