
Nelle dieci precedenti conversazioni, concordando con Hans Hollein, abbiamo sostenuto che tutto è architettura. In questa nota finale vorrei provare a parlare di architettura guardandola come costruzione della mente.
Architettura e struttura
La parola architettura, infatti, non necessariamente ha
a che vedere con gli edifici. Spesso è adoperata in senso
metaforico per indicare insiemi, anche di concetti astratti,
organizzati e strutturati. Parliamo di architettura di una società,
di una concezione filosofica, di un organismo. La parola
architettura indica che le componenti dell’insieme sono relazionate
tra loro, secondo un disegno chiaro, preferibilmente sintattico e
gerarchico. Ma, non sempre e necessariamente: esattamente come
capita per l’architettura moderna, le relazioni possono non essere
sintattiche ma paratattiche. Per esempio, l’architettura della
pagina di un quotidiano in cui gli articoli sono affiancati tra
loro con una certa libertà.
Anche se deboli,
come è il caso di queste ultime, è fondamentale che relazioni ci
siano e siano organizzate secondo un certo disegno che possa essere
individuato.
Il fatto che possiamo tradurre
sistemi diversi con una architettura, cioè un disegno comune, è
della massima importanza. Perché è proprio ciò che ci permette di
comparare strutture tra loro anche apparentemente molto diverse:
l’architettura della mente, per esempio, con quella di un testo
scritto, l’architettura di una organizzazione aziendale con quella
di una società.
Che cos’è l’architettura
È questa traducibilità che ci permette di usare per tutti questi insiemi la parola architettura, che altrimenti dovrebbe essere relegata al semplice campo dell’edilizia. La traducibilità, lo ripetiamo, deriva dal fatto che ogni struttura è facilmente (abbastanza facilmente) riassumibile in un insieme di relazioni che a sua volta può essere tradotto in uno schema geometrico. Per esempio, possiamo pensare alla mente come a una struttura gerarchica oppure rizomatica. Optare per l’uno o l’altro modello comporta un diverso modo di vedere la realtà. La scelta di un modello rispetto a un altro può essere determinato, però, oltre che da complesse questioni gnoseologiche, anche da più prosaiche esigenze pratiche, dal fatto banale che un modello può essere più utile di un altro in vista di un fine. O anche da preferenze estetiche, da un nostro giudizio o pregiudizio di bellezza. Valutando la struttura come se fosse un edificio, infatti, ne apprezziamo o meno la simmetria, oppure il dinamismo, oppure le proporzioni tra le parti (a volte una formula scientifica viene preferita a un’altra solo perché è più elegante). Torneremo su questo punto che, per noi che ci occupiamo di estetica, è della massima importanza.
Architettura e relazioni
Per adesso notiamo che se una struttura qualsiasi -per esempio
quella di una organizzazione aziendale o di un nostro ragionamento-
può essere tradotta in una struttura di tipo geometrico
architettonico, deriva dal fatto che tutte le strutture condividono
la stessa sostanza, cioè l’essere costituite da relazioni.
E, dal punto di vista delle relazioni, non vi
è alcuna differenza sostanziale tra il modo in cui io sto scrivendo
questo articolo e il modo in cui potrei organizzare il carrello
della spesa, o il modo in cui, sempre per esempio, potrei concepire
una associazione culturale. Tanto che esistono alcune semplici
applicazioni, quali per esempio File Maker, che possono essere
utilizzate indifferentemente per gestire i volumi della propria
libreria, una attività commerciale con numerose filiali, una
società immobiliare con proprietà da vendere o affittare in base al
fatto che il sistema relazionale che lega le componenti è
comune.
Proiezioni in architettura
Se volessimo essere un po’ più rigorosi dal punto di vista
scientifico, per effettuare il passaggio da una architettura a
un’altra equivalente dovremmo attivare una
proiezione che conservi inalterate le relazioni e
sia percorribile nei due sensi, come accade con la geometria
descrittiva quando usiamo le proiezioni ortogonali. L’ideale è,
infatti, avere quella che in gergo matematico si chiama una
corrispondenza biunivoca: data una struttura avere una e una sola
sua immagine proiettata e, viceversa, data questa immagine
proiettata poter risalire a una sola struttura, quella che era
all’origine del processo.
Come vedremo, non
sempre questo accade. E per fortuna. Nella vita, non applichiamo
quasi mai le rigide leggi della geometria descrittiva perché spesso
preferiamo usare le proiezioni in modo meno scientifico. Anche se è
chiaro che, in linea generale, più la proiezione diventa vaga e
ambigua e meno sarà utile.
Osserviamo anche
che, quando trasferiamo un sistema di relazioni in un altro, non
sempre c’è bisogno di passare per la geometria. Per esempio, le
relazioni tra le argomentazioni del testo che sto scrivendo
potrebbero diventare uno schema colorato che metta in evidenza
l’efficacia retorica del discorso. Schema che potrebbe essere
visualizzato dal blu dei momenti meno intensi al rosso dei momenti
retoricamente più efficaci. Grazie a questo artificio, che mi fa
vedere attraverso colori ciò che altrimenti sarebbe stato
invisibile, potrei decidere di calibrare meglio l’ordine delle
argomentazioni, in modo da rendere il mio testo più efficace.
Da Steven Holl a Peter Eisenman
Non tutte le proiezioni possibili, infine, sono utili. Potrei
per esempio mettere in relazione la retorica di una poesia con le
temperature degli ambienti di un edificio. Credo però che questa
operazione non avrebbe senso. O forse potrebbe averla per un
architetto fuori di testa che vuole che gli utenti sentano
attraverso la sensazione di freddo e caldo di abitare spazi
leopardiani o carducciani. Ma direi che si tratterebbe di
masturbazioni intellettuali. Che tuttavia registriamo nella storia
della disciplina architettonica, per esempio quando si è proiettato
un sistema in un altro per realizzare ibridi concettuali come
architetture musicali, architetture mentali, o architetture
rigorosamente arbitrarie. Esempio di architetture musicali
sono quelle di Steven Holl ottenute proiettando
una struttura musicale in una architettonica. Esempio di
architettura mentale è la casa di Wittgenstein per la sorella.
Esempio di architetture arbitrarie sono i giochi compositivi di
Peter Eisenman quando per esempio utilizza la
logica delle strutture del DNA per dare forma ad alcuni complessi
edilizi da lui progettati. Operazione quest’ultima che, a pensarci
bene, non è molto diversa da quella delle temperature leopardiane e
carducciane che stigmatizzavamo come masturbazione
intellettuale.
In genere, è importante e utile
proiettare un sistema in un altro quando la proiezione può servirci
a meglio capirlo. E non necessariamente con operazioni complesse.
Spesso anzi con attività che sono diventate tanto naturali da farle
senza troppo pensarci. Per esempio, proiettiamo il passare del
tempo, cioè la dimensione temporale, sulle lancette che
incessantemente girano nell’orologio, cioè sulla dimensione
spaziale. Il tempo sarebbe infatti molto difficile da percepire se
non fosse proiettato in un movimento che avviene nello spazio.
Oppure seguiamo il download dell’aggiornamento del software del
nostro computer grazie a un indicatore che cresce progressivamente
sino a raggiungere una posizione, la quale indica che l’operazione
è completata al 100%. Visione questa che ci tranquillizza dicendoci
che tutto sta andando per il suo verso. Le infografiche sono
utilissime, infine, per visualizzare relazioni che altrimenti
correrebbero il rischio di sfuggirci.
Memoria e architettura
È interessante a questo punto rilevare che civiltà del passato,
quali la sumera, l’egiziana, la babilonese, la maya, la greca e la
romana avevano intuito che il cosmo ha una sua architettura e che è
possibile copiarne le relazioni. Anche se, probabilmente, per
fare questo occorreva essere custodi dei segreti della scienza
sacra, cioè essere figure sacerdotali. L’architettura del
microcosmo, diventando l’immagine del macrocosmo, ci aiuta a meglio
comprenderlo e quindi a gestirlo nei momenti drammatici, in
particolare per affrontare la morte, che è il momento critico per
eccellenza. La piramide, per esempio, rappresenta le quattro
direzioni del cosmo e, attraverso l’asse ideale che lega la tomba
del faraone con il vertice, l’albero della vita e l’asse del mondo.
È, insomma, una specie di astronave cosmica, un ascensore verso
l’al di là.
Si potrebbero addurre una infinità di altri esempi: non c’è
edificio importante dell’antichità che non sia carico di
riferimenti simbolici e che non si possa considerare un modello che
rappresenta le relazioni perfette del macrocosmo e quindi un
viatico contro l’angoscia della precarietà dell’esistenza (per
coloro che volessero approfondire esiste una infinita quantità di
studi e di pubblicazioni scientifiche o meno che trattano queste
simbologie a partire dai magnifici testi di René Guénon). Tutto,
infatti, nelle architetture antiche ha un significato simbolico:
l’orientamento del percorso, l’uso dell’edificio, il numero dei
piani, i materiali scelti, i rapporti proporzionali tra le parti,
il modo in cui sono distribuite le funzioni. Non c’è epoca in
cui le simbologie vengano meno. Ma è nel rinascimento che la
corrispondenza tra la struttura del microcosmo terreno e
dell’universo è ripresa, rilanciata, teorizzata attraverso la
filosofia e l’arte, partendo dalla consapevolezza che lo stesso
corpo umano è un sistema di relazioni che riflette principi
universali. E, difatti, l’uomo di Leonardo è proporzionato
attraverso cerchi e quadrati, cioè secondo le stesse regole di
perfezione che si trovano nell’architettura e quindi nell’universo.
Viceversa, un edificio o una città ideale (e non mancano disegni
dell’epoca che lo esplicitano) possono essere disegnati come un
corpo umano. Siamo pronti per il passaggio successivo: che è la
mente stessa, e non solo il corpo, a essere organizzata come una
architettura. E difatti, sempre con maggior frequenza, si
elaboreranno i sistemi filosofici – si pensi per tutti a
Hegel-immaginandoli come architetture del pensiero ben fondate e
strutturate, adoperando così due metafore – la fondazione e la
struttura- riprese dal mondo della costruzione.
Spazializzare i concetti
Se l’architettura spazializza i concetti,
trasformandoli in edifici, lo fa non solo per motivi simbolici e
religiosi ma anche conoscitivi e pratici. La spazializzazione come
abbiamo visto rende, infatti, più visibili e quindi gestibili i
concetti stessi. Permette di vederli concretamente. Trasformandoli
in oggetti tridimensionali.
È interessante a
proposito ricordare le tecniche che nell’antichità si utilizzavano
per potenziare la memoria. Diversamente da oggi, in cui possiamo
travasare le informazioni che intendiamo conservare in numerosi
supporti, a partire dalla memoria del telefonino (e, difatti, se lo
perdiamo siamo disperati), nel passato, quando la carta non
esisteva o era preziosa, occorreva fare affidamento su se stessi,
cioè sulla propria memoria che andava quindi aiutata.
La tecnica era di organizzare le cose che si volevano
ricordare all’interno di una simulazione spaziale, cioè in un
edificio virtuale composto da un numero adeguato di stanze.
All’interno di ciascuna delle quali venivano riposte delle
informazioni simboleggiate da situazioni o da oggetti.
Ripercorrendo le stanze e riguardando gli oggetti lasciati in esse,
era abbastanza facile ricostruire le informazioni che la memoria
doveva conservare.
Va da sé
che più la memoria doveva ritenere informazioni, più la struttura
spaziale doveva essere articolata sino a formare una costruzione
virtuale di un certa complessità e forse anche di un certo
interesse estetico. E questa potrebbe essere una altra ragione per
la quale, per esprimere concetti astratti tra loro collegati,
utilizziamo il termine di architettura.
Scambiare
La vita è scambio. Come nota Jean Baudrillard, senza
scambio non potremmo fare né conoscere alcunché. Saremmo monadi
isolate e autistiche, Per capire una cosa abbiamo bisogno di
un’altra, per comprendere una parola dobbiamo definirla con altre
parole, per afferrare un concetto lo dobbiamo tradurre in un altro
equivalente. La nostra opera di traduzione del mondo è incessante e
continua.
Alcuni scambi sono arbitrari,
frutto di una convenzione delle cui origini abbiamo perso le
tracce. Non c’è niente, per esempio, che leghi la parola italiana
gatto a quella inglese cat. Altri, invece,
avvengono per somiglianza. Individuiamo, per esempio, che un
animale è un gatto perché condivide con gli altri gatti determinate
caratteristiche. Che gli scienziati hanno codificato. Ma che
noi riscontriamo in maniera semplice, intuitiva e immediata. Se
dobbiamo infatti individuare un gatto non prendiamo certo il
trattato sui felini e analizziamo una per una le caratteristiche
che contraddistinguono l’animale ma lo facciamo sinteticamente
attraverso la nostra innata abilità di vedere il mondo tramite
caratteri comuni. Abilità che ci permette
sempre (quasi sempre) di trovare relazioni tra le cose. Non solo
vediamo subito che quel tal animale è un gatto. Ma a volte vediamo
che anche un asciugamano piegato in un certo modo o una macchia nel
muro rassomiglia a un gatto. Cioè troviamo in un oggetto relazioni
tra le forme simili a quelle che vediamo nell’animale. Grazie a
queste relazioni individuiamo una struttura. Azzardando, potremmo
dire che la figura dell’asciugamano potrebbe essere una proiezione
sufficiente a farci pensare a un gatto. E che quindi il nostro
cervello riconosce il mondo esterno non solo attraverso proiezioni
numerose e ineccepibili, ma anche poche e vaghe. Permettetemi di
chiamare queste proiezioni con il nome di metafore. Anzi, meglio,
di chiamare metafore tutte le proiezioni, includendo anche quelle
scientificamente ineccepibili.
Metafore
Per capire cosa sia la metafora dobbiamo prima sgombrare il
campo da alcuni equivoci. Che la fanno considerare una figura
retorica melensa e poco utile. Ecco, per esempio, la definizione
che il dizionario ci fornisce: Sostituzione di un termine
proprio con uno figurato, in seguito a una trasposizione simbolica
di immagini: le spighe ondeggiano (come se fossero un mare); il
mare mugola (come se fosse un essere vivente); il re della foresta
(come se il leone fosse un uomo).Se la metafora fosse solo
questo, ci servirebbe a poco. In realtà è molto di più di una
semplice e vaga trasposizione di immagini.
Le metafore individuano strutture,
cioè sistemi di relazioni (architetture) comuni. Per esempio, un
albero genealogico mostra che tra i rami di un albero e la
discendenza di una famiglia ci sono forme in comune. Oppure, se
voglio pensare al tempo, ho bisogno di immaginarmi il movimento dei
granelli di una clessidra o, come dicevamo, l’uniforme girare delle
lancette di un orologio. Altro che immagini del leone, delle spighe
o del mare che sono vaghe e di scarso interesse. Il mondo è
popolato da metafore più utili e interessanti, attraverso le quali
avviene lo scambio e cioè la continua traduzione del reale con se
stesso, di cui parlava Baudrillard. Sintetizziamo: lo strumento per
individuare le forme del mondo traducendole tra loro è la metafora.
È tramite l’immediatezza della metafora che gli uomini individuano
relazioni, proiettandole da un oggetto a un altro. Come dicevamo,
vi sono metafore molto banali: hai un viso di pesca indica
una relazione vaga che ci dà poche informazioni sul viso
dell’amata. L’ albero genealogico di cui parlavamo è già una
metafora più utile che ci può aiutare a capire come si è articolata
una storia familiare nel tempo. La finestra di un computer è
una metafora operativa che serve a farci organizzare razionalmente
il lavoro, osservandolo come se fosse un paesaggio nel cui interno
gli oggetti si relazionano. La cartella nelle quali conserviamo i
file sono metafore utili per spingerci a fare ordine, attraverso la
logica della cassettiera (ordinare le cose per cassetti cioè
attraverso una logica paratattica). Metafora è la mela che cade
sulla testa di Newton, perché se no la avrebbe mangiata e invece ci
ha scritto una teoria. Metafora è l’immagine del serpente Uroboro
che si morde la coda e che rappresenta per Nietzsche la struttura
ciclica del tempo e del mondo, e il fatto che ogni fine costituisce
sempre un nuovo inizio. Le leggi matematiche sono metafore che
trasformano in rapporti tra numeri le relazioni che esistono tra le
cose.
Metaforica è una TAC che trasforma le
parti del corpo in colori che a loro volta ci danno indicazione
delle eventuali patologie in atto. E metaforiche sono le
radiografie delle facciate che ricorrendo ad accorgimenti
sostanzialmente simili a quelli di una TAC, ci mostrano i ponti
termici. Insomma, e per farla breve: tutto è metafora. Che poi è un
modo poetico e quindi metaforico per dire che tutto si può
relazionare, e quindi scambiare, con tutto.
Poesia
Secondo Benedetto Croce, che aveva ripreso il
concetto da Giambattista Vico, sono proprio le
immagini che hanno permesso agli uomini di conoscere il mondo e che
ci consentono di farlo ancora oggi, attraverso il linguaggio.Gli
uomini, infatti, adoperano il linguaggio poeticamente cioè
metaforicamente. Quello che tutti noi parliamo è, infatti, fondato
su questa capacità primigenia di esprimerci, di farci essere
creatori di immagini. Un passato al quale ritorniamo quando ci
muoviamo in campo artistico. Per Croce è questo ritorno l’aspetto
primario. mentre è secondario il mezzo e cioè se, per
esprimerci, ricorriamo a una pittura, a una architettura o a un
poema.
Importante è che l’intuizione poetica sia ben formulata e generi
una immagine compiuta ed efficace. Una intuizione non chiara,
infatti, non è una intuizione ma un guazzabuglio, e un pensiero non
è tale sino a che non è ben articolato. Il bello è il pienamente
formulato e il brutto è il non raggiungere questa compiutezza.
Pertanto, un contenuto senza forma non esiste perché è la forma
stessa che è il contenuto. Tutte le discipline, comprese quelle
considerate non artistiche, condividono di essere il prodotto della
intuizione e della fantasia, cioè della capacità esclusivamente
umana di raccontare il reale attraverso l’immaginazione. Anche se
Benedetto Croce evita di farlo, la logica conclusione del suo
discorso è che tutto è metafora. Solo attraverso le metafore, vaghe
o scientifiche che siano, possiamo infatti rifornire di immagini il
nostro linguaggio.
Platone
La metafora è finalizzata, dicevamo, a una traduzione. Ma ogni traduzione avviene grazie a una proiezione. Che le proiezioni stiano a fondamento della nostra conoscenza lo racconta Platone. È il mito della caverna. Gli schiavi rinchiusi nella grotta, leggono il reale attraverso le ombre che il mondo esterno proietta all’interno. L’uomo non può vedere la verità senza filtri e può solo farlo attraverso le ombre, cioè le immagini, che mediano il suo rapporto con il mondo. Queste, per quanto siano per alcuni versi figure non definite, “non chiare”, sono tuttavia proiezioni in senso matematico: dati un corpo e una sorgente di luce, esiste una sola ombra. Quindi possiamo immaginare che gli schiavi dentro la caverna abbiano un resoconto abbastanza preciso, se non altro dal punto di vista geometrico,della realtà che si svolge all’esterno. È interessante notare che, per raccontare che il mondo è fatto di metafore, Platone ricorra a una immagine e cioè a una ulteriore metafora. Insomma, il messaggio è chiaro: possiamo conoscere solo attraverso queste. D’altra parte, se osservate come è costruito anche questo scritto che state leggendo, vi accorgerete che per parlare dell’importanza della metafora siamo partiti da una metafora: quella dell’architettura del pensiero. Dalle immagini non si esce. Esattamente come non si esce dal linguaggio dove per spiegare una parola dobbiamo ricorrere ad altre parole attivando un perenne girare in tondo o, se preferite quest’altra metafora, una spirale senza fine. Anche il termine proiezione, del resto, è una metafora, Ovviamente una metafora più stringente, meno vaga di quella che ci fa dire che la nostra amata ha un viso di pesca.
La costruzione del doppio
Il digitale, attraverso un incessante gioco di proiezioni,
traduce la realtà in relazioni pure, in informazione. Cioè in byte,
ovvero in sequenze di sì e no che, proprio perché si comportano
come gli elettroni nei circuiti elettrici (i circuiti elettrici
sono circuiti logici fondati sulla logica binaria vero-falso,
aperto-chiuso, acceso-spento che operano come macchine
tautologiche) possono viaggiare alla velocità della luce e, quindi,
come si suol dire, avvenire in tempo reale. Possiamo vedere i
computer come macchine tautologiche e proiettive sempre più potenti
in grado di svolgere questo lavoro di smaterializzazione della
realtà, simulandola attraverso modelli sempre più sofisticati. Il
lavoro di traduzione è reso più facile dal fatto che gli strumenti
che adoperiamo per smaterializzare e ricostruire la realtà
in bit di informazione sono anch’essi metaforici.
A cominciare dall’ interfaccia dei computer che ricorre alla
metafora delle finestre e delle cartelle. Metafora che- vi
ricordate il DOS? – ha permesso di abbandonare sistemi operativi
altrimenti astrusi e utilizzabili solo da specialisti. Con
l’elettronica assistiamo al gioco della matrioska: una
metafora facile da manipolare traduce una più difficile, che a sua
volta traduce una più astratta che a sua volta traduce relazioni
pure, cioè si o no che possono essere processati come byte di
informazione, i quali corrono con la velocità della luce nella
corrente elettrica. Da qui il progressivo ridimensionamento
dell’hardware a favore del software, e cioè della costruzione di un
sistema sempre più volatile e astratto di relazioni. E difatti le
macchine di un tempo erano piene di ingranaggi, i computer di oggi
sono pieni di applicazioni.
Notiamo,
per inciso, che la digitalizzazione ha avuto una notevole ricaduta
nel nostro modo di vivere lo spazio. Infatti, lo ha
smaterializzato trasformandolo in un mondo di pure essenze
platoniche. Potremmo con una battuta, dire che ci ha fatto scoprire
che è più facile operare con le ombre della caverna che con i corpi
reali, o quantomeno che ci ha insegnato a utilizzare le prime per
manipolare i secondi. Le chiavi di casa sono diventate numeri e
password. Il denaro pure. Gli individui codici identificativi:
identità digitali, spid. Gli uffici si sono trasferiti negli
schermi dei laptop. Le nostre attività si sono domiciliate nel
telefono e perderlo è come smarrire metà del nostro cervello.
I luoghi in cui viviamo la maggior parte del tempo non sono più gli
spazi reali ma quelli virtuali della mente. Il risultato è che
frequentiamo un universo sempre più evanescente fatto da alias, di
doppi più facili da gestire. Cioè metafore che non pesano, che non
occupano spazio fisico, che non hanno corpo, che si possono
manipolare e inviare in tempo reale in ogni capo del mondo.
Frequentare i mondi paralleli della virtualità ha infiniti
vantaggi. Aiutandosi con un buon modello sono possibili interventi
complessi, per esempio operazioni chirurgiche che prima sarebbero
state molto più difficili e pericolose. E, ai tecnici che
progettano, permette di sperimentare a basso costo soluzioni
alternative, con modelli che gli utenti possono verificare
attraverso simulazioni sempre più verosimili. Si possono produrre
infinite copie e ricostruire ciò che si è perduto. Ma, soprattutto,
si possono realizzare figure artificiali che hanno le
caratteristiche umane perché ne riproducono l’architettura: gli
automi.
Automi
Per creare un automa servono due ingredienti: l’intelligenza e
un corpo. Abbiamo entrambi, anzi di più perché sia l’intelligenza
che il corpo artificiale che possiamo produrre, emulano e superano
quelli umani. L’intelligenza artificiale, in particolare,
progredisce a passi di gigante. Si chiama
AI. Come funzioni esattamente, credo che non lo sappia
nessuno. La si è ottenuta e basta. Procede per metafore attraverso
accostamenti relazionali, esattamente come quelli che facciamo noi.
Ma, con una facilità e velocità che a noi è vietata. Molti
accostamenti sono inutili, erronei, inefficaci. Questo poco
importa. D’altronde, nel mondo biologico, tra milioni di
spermatozoi solo uno raggiunge l’ovulo. L’importante nel nostro
caso è che si ottenga una alta natalità delle idee e che si generi
e sviluppi un certo numero di metafore che funzionano. E in questo,
come dicevamo, la AI è imbattibile.
Il secondo
ingrediente è il corpo. Ormai di automi ce ne sono molti e
perfettamente funzionanti tanto che prima o poi li confonderemo con
gli umani, come accadeva negli androidi nei film di fantascienza.
Tra qualche anno saranno milioni se non miliardi, come noi. Ogni
famiglia, accade già con gli elettrodomestici, ne avrà almeno un
paio. Forse, come gli elettrodomestici avranno specializzazioni
diverse. Che vanno dall’automa che imita le forme umane con le sue
fattezze e movimenti e che terrà compagnia alle persone sole,
all’automa volante che sostituirà i droni e avrà la possibilità di
trasportare passeggeri o di andare in guerra. O, forse, come i
computer saranno versatili: lo stesso automa potrà fare cose
diverse cambiando l’app e qualche terminale. Cosa succederà quando
delegheremo loro la gran parte delle attività che attualmente
svolgiamo noi? Per esempio, il lavoro in fabbrica o in ufficio? La
domanda non ha solo ricadute pratiche. Se fosse così, la risposta
sarebbe semplice: avremmo più tempo libero, rivaluteremo l’ozio
creativo, daremo più attenzione al corpo. Ma
cosa succederà quando questi automi acquisteranno coscienza di sé,
rivendicando la propria autonomia? Si potrà dire che questo è uno
scenario fantascientifico e irrealistico. Non è detto che la AI usi
il suo sempre più immenso potere di calcolo per generare una nuova
specie più intelligente della nostra che abbia la volontà di
sostituirci. Ma non è detto neanche che non lo faccia.
Backup
Il rischio, in ogni caso, viene da noi stessi, non è limitato a quella che potrà essere la volontà di potenza degli automi. Viene dagli umani che, per sfuggire all’ansia della morte, creeranno incessantemente dei doppi nei quali cercheranno di trasferire la propria identità, cioè la memoria del nostro essere stati. Copie di noi stessi, riproducibili all’infinito e così potenzialmente eterne. Occorre però correre più veloci del tempo: solo se si riescono a duplicare le nostre tracce prima che vengano cancellate, si resiste al flusso dell’esistenza e quindi al destino della morte. E, così, mentre prima le metafore di noi stessi erano scolpite sulla pietra e quindi erano statiche e sostanzialmente inefficaci (la piramide, il tempio, la città ideale), oggi sono byte immateriali in grado di muoversi autonomamente nell’infospazio, di mutare e anche di auto riprodursi, come accade con i backup programmati. Nel tentativo di conservarci ad alta definizione, alla massima definizione possibile, i doppi saranno sempre più sofisticati. E numerosi perché di ogni originale, per paura di perderlo, faremo diversi backup. Così ognuno di noi genererà molte genealogie e noi, cioè le nostre copie digitali, saremo i molteplici figli di noi stessi. Moltiplicheremo il mondo, creando realtà parallele le quali, nonostante il nostro desiderio di possederle, aspireranno a sfuggire e alla fine, rendendosi autonome, ci sfuggiranno.
Architettura parametrica
Il destino di ogni proiezione è la simulazione (ogni metafora
infatti simula la realtà, come per esempio accade con la
prospettiva, con le proiezioni ortogonali o con le ombre della
caverna di Platone). Ma ogni proiezione è una mutazione di un
oggetto stesso in un altro, verrebbe da dire, una anamorfosi.
Prendiamo adesso un albero disegnato con un
programma di modellazione avanzato. Possiamo riprodurlo talmente
bene da dare l’impressione, guardandolo attraverso un visore, che
sia vero e che lo possiamo toccare.A questo punto l’oggetto è anche
pronto per essere manipolato e mutato. Infatti, ogni struttura la
si può mutare in un’altra struttura: una volta che ne conosciamo i
principali parametri, possiamo farlo a piacimento, dando nuovi
valori ai parametri stessi. E così questo albero virtuale in un
attimo lo possiamo far invecchiare o lo possiamo sollecitare con la
luce di un sole altrettanto virtuale, facendolo crescere verso un
lato piuttosto che un altro. Non c’è realtà che non possa essere
prima riprodotta e poi manipolata.Ecco in estrema sintesi
l’architettura parametrica: una mutazione descrivibile attraverso
una formula matematica.
Un potere, a ben
pensarci, immenso di manipolazione che ci consente una sempre
maggiore capacità di previsione e di controllo, e che fa gravare su
di noi tremende responsabilità.
Cosa succede
se applichiamo la logica parametrica al nostro codice genetico? E
cosa succede, in generale, se lavoriamo sui codici che regolano la
nostra vita mutandone le relazioni? Se per esempio aggiungiamo
potenza di calcolo al cervello o potenziamo il corpo attraverso
accorgimenti che gli permettano, per esempio, di volare?
Per un uomo del rinascimento non ci
sarebbero dubbi. Direbbe che stiamo creando dei mostri, cioè figure
che si pongono fuori dall’armonia del mondo. Che non rientrano più
nel cerchio e nel quadrato tracciati da Leonardo.
Sette novità
Torniamo all’architettura. Le nuove tecnologie l’hanno
trasformata ridefinendola e dematerializzandola. Pensiamo per
esempio alla progettazione di spazi nei quali studiare. Questa
attività poteva avvenire quasi esclusivamente in una stanza
appositamente attrezzata con libri e altri strumenti di conoscenza:
lo studiolo rinascimentale, la sala lettura di una biblioteca
oppure la stanza di casa fornita di un tavolo e di una libreria.
Oggi si può benissimo studiare in un parco o in un luogo destinato
a altro, per esempio un bar, portandosi il proprio personal
computer e consultando via internet i libri che ci servono.
Inoltre, le nuove tecnologie hanno reso obsoleti i vecchi concetti
di ordine. Pensiamo all’autonoleggio. Per prendere una
vettura in affitto, dovevamo recarci in luoghi ben precisi della
città collocati in base a studiati criteri logistici. La macchina
la troviamo direttamente in strada. Anzi, possiamo dire che più le
automobili sono distribuite casualmente più sarà facile per
l’utente trovarne una da noleggiare. Lo stesso accade alle
librerie: prima dovevano essere ben ordinate. Oggi la ricerca ce la
garantisce una app che i libri ce li fa trovare in un attimo
mostrandoci una mappa con la individuazione dello scaffale con il
volume cercato e, per evitare di farci perdere tempo, con un
riassunto degli argomenti trattati. Si può quindi progettare senza
mettere in discussione il caos, anzi utilizzandolo, basta porsi in
un livello astratto e superiore di ordine: quello del
software.
La terza novità imposta dalle nuove
tecnologie riguarda la perdita dell’hic et nunc dello
spazio. Siamo fisicamente in un luogo ma allo stesso tempo connessi
a un database localizzato in una nuvola e in contatto telefonico o
videotelefonico con persone che si trovano altrove. Per molte
attività -lo ha dimostrato il telelavoro- il luogo è
insignificante. Mentre sono sempre più indispensabili wi-fi e
antenne.
La quarta novità è la nuova
dimensione del controllo. Che avviene a distanza e spesso
all’insaputa, come per esempio accade con i telefonini che
registrano i nostri comportamenti e le parole che pronunciamo per
poi mandarci la pubblicità di prodotti correlati. Nel caso
degli edifici è oramai banale monitorare il funzionamento degli
impianti comandandoli a distanza. E, anche, spiare e origliare le
persone che utilizzano in presenza o a distanza la struttura.
Registrandone i comportamenti come se stessero all’interno di un
panottico.
La quinta novità è il tempo reale
che si contrappone al tempo umano dell’architettura tradizionale.
Con feed back immediati che ci fanno vivere in una realtà
stereofonica. La ha ben descritta da Paulo Virilio con l’esempio di
un pilota che vive in diretta la propria morte perché può vedere su
un video in tempo reale le immagini del disastro aereo mandate da
una telecamera posta a terra. Viviamo, insomma, la vita e
nello stesso tempo ci vediamo mentre la viviamo. Cioè viviamo
costantemente nella dimensione del pensiero che è quella di
riflettersi, guardarsi allo specchio.
La sesta
caratteristica del digitale è la moltiplicazione delle immagini.
Non è un caso che l’architettura sia diventata sempre più
metaforica, perché senza l’aiuto delle immagini ci risulterebbe
difficile individuare, percepire e manipolare ciò che sta
diventando sempre più immateriale. Ecco perché, per esempio, il
nostro portatile non funziona più con il DOS ma con Windows un
sistema operativo molto meno astratto (user friendly) che ci fa
aprire finestre dentro le quali i nostri file hanno forma di
cartelle.
La settima caratteristica è la
realtà aumentata. Possiamo vedere da vicino, da lontano, da tutte
le prospettive nello stesso istante. Amplificare suoni prima
impercettibili, toccare materie inaccessibili. Guardare con
infiniti occhi, compresi quelli degli altri. Pensate per esempio
alle gare automobilistiche: le possiamo seguire da molteplici
telecamere poste nei punti più svariati del circuito, confrontando
dati oggettivi rilevati da numerosi sensori e anche con gli occhi
degli stessi piloti grazie alle microcamere poste sui loro caschi.
Il mondo delle ombre che prima gli schiavi della caverna di Platone
vedevano come altro da sé e oggi può trasformarsi nella meta di un
viaggio virtuale.
Equivoci
Le sette caratteristiche che abbiamo esaminato nel capitolo
precedente confermano l’ipotesi che l’architettura stia cambiando e
se ne stia sostituendo un’altra, l’HyperArchitettura, che è
l’architettura dell’età dell’elettronica.
Ma,
attenzione. Se l’HyperArchitettura fosse solo tener conto delle
possibilità tecniche del digitale, sarebbe ben poca cosa. Sarebbe
come pensare che l’architettura dell’età dell’automobile si riduca
agli schemi di Alexander Klein o agli studi tipologici del secondo
CIAM o alla cucina di Francoforte di Margarete
Schütte-Lihotzky.
La storia ci insegna,
invece, che i cambiamenti tecnologici agiscono con profondità sul
versante della ricerca estetica. Per rimanere al nostro esempio, la
nuova civiltà della catena di montaggio, del fordismo, della
velocità dell’automobile, dello standard, hanno avuto una così
importante ricaduta nella storia dell’architettura perché hanno
modificato l’intero quadro problematico della ricerca artistica,
presentando non solo opportunità ma soprattutto problemi che
richiedevano nuove soluzioni. Infatti, le migliori opere di quel
periodo furono progettate da coloro che i principi del meccanicismo
li intesero in tutta la loro carica emblematica e contraddittoria.
Penso per esempio agli architetti espressionisti o organici che
lavorarono con registri poetici più complessi di quelli
immediatamente funzionalisti. Ma anche agli stessi maestri, quali
le Corbusier
o Mies che il
nuovo mito della macchina lo seppero interrogare, per esempio alla
luce della tradizione classica, con risposte sorprendenti.
Occorre sfatare due equivoci. Il primo è che
l’HyperArchitettura possa essere limitata al fatto di essere la
nuova arte che dà forma all’immateriale.
Quindi, per parlare di architettura dell’età
dell’elettronica, non basta far suonare un allarme se entro in una
zona virtualmente recintata oppure materializzare i flussi,
altrimenti invisibili, con forme e colori facilmente percepibili,
per esempio realizzando una struttura che cambia aspetto in
relazione agli input ambientali. Il secondo
equivoco è che l’HyperArchitettura si esaurisca nella
parametrizzazione dei suoi volumi. Sia quindi soggetta ad essere
trasformata in effetto speciale, cioè in un insieme di forme
inconsuete e a volte artatamente cerebrali. Forme che alla fine,
possono essere inutili, concettualmente statiche e che non si
differenziano granché da quelle tradizionali se non per il fatto di
essere molto più complicate.
HyperArchitettura
L’HyperArchitettura, insomma, non è l’esaltazione della nuova
tecnologia, ma il confronto con la nostra contemporaneità, segnata
dal digitale.E questo anche a costo di mettere in gioco l’intero
sistema metaforico nel quale adesso ci riconosciamo.
Il problema principale per il prossimo futuro, a mio
avviso, sarà disegnare spazi dove i diversi mondi, gli infiniti
doppi che creiamo dovranno in qualche modo cercare di coesisterete
tra loro e con noi stessi. Uno scontro che già sperimentiamo nelle
apparecchiature di una automobile o di un elettrodomestico di
ultima generazione. Si pensi per esempio alla Tesla, concepita come
se fosse un computer e che, grazie a un sistema di sensori, nelle
situazioni di pericolo entra in gioco automaticamente, cioè a
prescindere dalla volontà del conducente. Chi comanda, a questo
punto? Chi comanda in una casa dove ogni funzione è regolamentata e
monitorata? Si tratta di una questione, a mio avviso, ben più
rilevante di quella del decidere se i nuovi edifici saranno
decostruttivisti o bloboidaili, neogotici o High Tech.
Il problema, più in generale, è lo stress di
vivere in una architettura, anzi una HyperArchitettura, dove tutto
si proietta, si duplica e si trasforma in informazione. Dove i
confini, anche quelli del nostro corpo, diventano trasparenti. E le
nostre scelte irrilevanti. Prendiamo, per proporre un esempio
paradossale, il diritto di spegnere l’aria condizionata. Nessuno ce
lo toglierà mai, spero. Ma a che serve se poi non posso aprire le
finestre per non scompensare l’intero edificio? E chi mi salverà
dalle ire dell’amministratore di sistema, forse una Intelligenza
Artificiale, che scoprirà che il giorno di Ferragosto ho aperto le
finestre per tre ore? l’HyperArchitettura, se intesa nella sua
accezione negativa, rende, infatti, ogni azione trasparente, uccide
la privacy. E quindi può darsi nel prossimo futuro cercheremo più
protezioni che nuovi stimoli, certezze invece che dispositivi
sempre più sfuggenti, relazioni materiali più che spericolati
duplicati digitali. Anzi, tutto ci fa
pensare che la prossima architettura tenderà al vernacolare o
comunque al regionalismo, si relazionerà sempre più con il
contesto, adopererà materiali empatici, favorirà il contatto con la
natura, cercherà di recintare zone di protezione che ci facciano da
scudo contro i flussi di dati che dilagano nell’infosfera. Si
genererà allo stesso tempo molta retorica: Boschi verticali, finte
Disneyland, bei presepi. E, come sempre accade, qualche opera
indimenticabile. Per tornare all’argomento precedente: è la Casa
sulla cascata la risposta migliore che gli architetti del Novecento
danno al mito del meccanicismo e non certo i pur utili schemi del
Klein. È la leggerezza poetica dell’Asilo sant’Elia di Terragni e
non le razionali siedlung disegnate da Gropius in base ai principi
della perfetta insolazione. È la poesia danzante della Maison de
Verre di Pierre Chareau e Bernard Bijvoet non la ingessata casa
sperimentale unifamiliare Haus am Horn di Georg
Muche e del dipartimento di architettura del Bauhaus. Vivere la
contemporaneità non vuol dire, infatti, ammalarsi di
contemporaneità né vestirsi con la tuta da operaio, nel Novecento.
o con la tuta spaziale, oggi.
The end
A questo punto abbiamo quasi chiuso il cerchio. Nel primo
paragrafo notavamo che usiamo la parola architettura per parlare di
sistemi non propriamente architettonici, come per esempio
l’organizzazione della mente. In questi ultimi paragrafi arriviamo
alla conclusione che viviamo nell’ HyperArchitettura dove vale la
legge che tutto è architettura, anche i sistemi della mente. E dove
l’intelligenza artificiale cambierà il modo di fruire lo spazio e
quindi di rapportarci con il mondo. Tutto fa pensare che questo
cambiamento sarà di forte impatto. Non tanto per l’invenzione di un
nuovo stile – già viviamo in una dimensione eclettica e di massima
libertà linguistica- quanto per le modalità inaspettate in cui
nello spazio reale e virtuale si intrecceranno materiali e
immateriali, umano e postumano, artificiale e naturale, pubblico e
privato, linguaggio colto e linguaggi della comunicazione. E, se è
pur vero che tutto è architettura, non è affatto detto che tutto
sarà buona architettura. Per dire che toccherà, comunque, a noi
scegliere come organizzare e valorizzare i pezzi di questo mondo
sempre più ibrido che verrà. Ecco, in sintesi, il progetto della
HyperArchitettura oramai alla versione 2.0 o, come mi suggeriva un
amico, alla versione 4.0 oppure 5.0 per dire che si tratta di un
nuovo paradigma con una lunga storia che parte almeno dalla seconda
metà Anni Cinquanta.
Luigi Prestinenza
Puglisi
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L’articolo "Conversazioni di architettura. Il progetto come costruzione della mente e l’HyperArchitettura" è apparso per la prima volta su Artribune®.
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