
Mentre il mondo sembra guardare da un’altra parte, con la
forbice tra super ricchi e poveri che si allarga sempre di più, nel
tempio del design milanese si sta per radunare una
comunità internazionale di progettisti, studiosi, artisti e
scienziati pronti a ragionare insieme sulle
disuguaglianze. Un tema che evoca immagini note a
tutti, per esempio quella del muro che in uno scatto di oltre
vent’anni fa del fotografo brasiliano Tuca Vieira separa una favela
di San Paolo da un quartiere di lussuosi condomini con piscine e
campi da tennis, ma è ben lontano da riassumersi in esse.
A pochi giorni dall’apertura dell’Esposizione
Internazionale organizzata da Triennale
Milano, la 24esima nella storia dell’istituzione e
la terza (e ultima, dice lui) della sua presidenza, Stefano
Boeri ci ha spiegato perché le disuguaglianze sono
dappertutto, nel senso che è impossibile interrogarsi
sulle grandi questioni del nostro tempo come il cambiamento
climatico o l’invecchiamento della popolazione senza considerare
gli squilibri di partenza e la distribuzione ineguale delle
risorse, e ci ha dato alcune anticipazioni sui contenuti delle
mostre.
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L’intervista al presidente di Triennale Milano Stefano Boeri
Partiamo dal tema: le disuguaglianze. Perché è
importante parlarne?
Viviamo in un mondo in cui le disuguaglianze non fanno che
accentuarsi: nella politica e nella geopolitica, nell’accesso ai
servizi, nella longevità. All’inizio del Novecento, per esempio,
l’aspettativa di vita media di un abitante della Terra era di 39
anni, oggi sono circa 73. Questo aumento è molto positivo, se
andiamo a vedere nel dettaglio però vediamo che questa aspettativa
raggiunge gli 89 anni a Montecarlo mentre si ferma a 52 anni in
Ciad. A Torino, c’è una differenza di circa 4 anni tra chi vive in
centro e in periferia: praticamente si guadagna o si perde un anno
ogni 600 metri. La questione legata alle disuguaglianze è
importantissima e secondo me sarà al centro di tutte le grandi
sfide dei prossimi anni, per questo è fondamentale analizzarla da
diverse prospettive. Come fa sempre Triennale, abbiamo scelto un
tema non tecnico, non disciplinare, e lo abbiamo guardato dai punti
di vista di diverse discipline tutte più o meno legate al progetto:
l’urbanistica, l’architettura, il design, la grafica, la sociologia
urbana, in alcuni casi anche la politica.
In che modo questa edizione si pone in continuità con le
precedenti?
Questa è la terza Esposizione Internazionale che seguo e l’ultima
del mio mandato. Secondo me esiste una sequenza, una sorta di
trilogia. La prima, nel 2019, si intitolava Broken Nature ed era una riflessione su
come riparare i danni prodotti dall’uomo sull’ambiente. Tre anni
dopo, nel 2022, stavamo uscendo dal Covid e un microorganismo aveva
da poco modificato dall’interno la vita di tutti gli abitanti del
pianeta. Questa circostanza ci ha portati a ragionare sull’ignoto,
su “quello che sappiamo di non sapere” che è una delle traduzioni
possibili di Unknown Unknowns. C’era un discorso sulla
natura che è in noi e può manifestarsi in modo incredibile. Questa
terza esposizione è un passo ulteriore, perché se non guardiamo la
transizione ecologica dal punto di vista delle disuguaglianze
richiamo di fare più danni che passi in avanti.
In che senso?
Sappiamo tutti che il 2 per cento dei gas a effetto serra emessi a
livello globale è prodotto dai paesi poveri, mentre il 10% più
ricco della popolazione mondiale è responsabile quasi della metà
delle emissioni. Se ne è parlato molto nelle ultime COP sui
cambiamenti climatici perché i paesi meno sviluppati, che sono
anche le prime vittime delle catastrofi naturali, hanno chiesto a
quelli più ricchi di assumersi delle responsabilità. Ma c’è anche
la questione legata alla mobilità: se pensiamo di ridurre l’uso
delle automobili, per esempio, dobbiamo pensare alle disuguaglianze
che ci sono sul territorio, al fatto che chi abita accanto a una
fermata della metropolitana avrà meno disagi rispetto a chi vive in
un quartiere periferico poco servito dai mezzi pubblici. Il rischio
è di portare svantaggi a chi ne ha già alimentando nuove
disuguaglianze. E la transizione ecologica deve diventare un
movimento dal basso, una grande cultura diffusa, altrimenti è
destinata al fallimento.
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Una riflessione su Milano nella 24esima Esposizione Internazionale
In questa esposizione, rispetto alle precedenti, ci sarà
molta più Milano. Tutte le università cittadine hanno dato il loro
contributo alla preparazione delle mostre, inoltre ci sarà una
riflessione a più livelli sulla città. Quali sono le “ingiustizie
della porta accanto”?
Con il Social Inclusion Lab della Bocconi, in particolare, e con
Seble Woldeghiorghis (sociologa e consulente sulle politiche
sociali, n.d.r.), abbiamo lavorato sui paradossi milanesi grazie
anche all’intervento di un gruppo di artisti della comunità nera.
Il più importante è che Milano è una città molto attrattiva,
soprattutto per la gioventù internazionale, ma decisamente poco
inclusiva e capace di dare un futuro ai giovani che attrae una
volta che questi hanno finito il loro percorso di studi. C’è una
grande differenza tra capacità di attrazione e capacità di
inclusione.
Il percorso dell’esposizione ruoterà intorno a due
dimensioni principali, la geopolitica e la biopolitica. La seconda
è meno ovvia e più difficile da afferrare, di che cosa si
tratta?
Al piano terra la grande questione sarà quella della geopolitica.
Si parlerà di città, di paesi, di imperi con un’installazione di
Maurizio Molinari, di alcune situazioni estreme di disagio urbano
con Norman Foster. Salendo al primo piano il tema centrale diventa
il rapporto tra disuguaglianze e differenze. Noi nasciamo tutti
diversi uno dall’altro: per genetica, per identità culturale e
religiosa, per le nostre relazioni familiari e il contesto in cui
veniamo al mondo. Spesso però queste differenze, invece di essere
delle risorse o degli elementi che possiamo cambiare nel corso
della nostra vita, diventano degli ostacoli. In questa sezione
troveremo il lavoro di Telmo Pievani sulla biodiversità, la mostra
curata da Nic Palmarini e Marco Sammicheli sull’invecchiamento, la
straordinaria esplorazione della moltitudine batterica da cui siamo
composti di Mark Wigley e Beatriz Colomina. I batteri ci
caratterizzano e ci differenziano più del DNA ed è ora che
l’archittettura cominci a guardare a loro in maniera diversa, con
la consapevolezza che sono una ricchezza e ci aiutano a vivere
meglio.
La longevità è un tema che ritorna a più riprese. Può
anticiparci qualcosa su “The Republic of Longevity”, la mostra
curata da Sammicheli e Palmarini?
Nic Palmarini è una figura molto interessante, è il responsabile
delle politiche sulla longevity del municipio di Londra ma anche un
giornalista e un divulgatore. La sua idea è stata di creare cinque
stazioni che corrispondono ad altrettanti “ministeri della
longevità” in grado di orientare gli stili di vita verso un
invecchiamento in salute. Uno di questi riguarda il sonno.
Un’anticipazione: stiamo lavorando con fuse*, un gruppo
straordinario di scienziati e artisti che lavora con l’intelligenza
artificiale, alla creazione di una banca dei sogni, il primo passo
verso l’apertura di un museo dei sogni in Triennale.
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La Triennale di Milano e Gaza
Tornando alla geopolitica, affronterete anche uno dei
temi più caldi dell’attualità, cioè il conflitto in corso a
Gaza.
Sì, in due lavori diversi. Il primo, sullo Scalone d’Onore, è
un’installazione di grande impatto curata da
Filippo Teoldi con Midori Hasuike che mette in
scena un diagramma con il numero di vittime stimato in ognuno dei
471 giorni trascorsi dal 7 ottobre 2023 al cessate il fuoco del 19
gennaio 2025, rappresentati attraverso delle strisce di stoffa
rosse che cadono dal soffitto. Ci sarà anche una parte con la
ricostruzione satellitare di una serie di messaggi d’amore inviati
qualche settimana prima dello scoppio del conflitto da luoghi che
sono stati rasi al suolo. Si parla di geopolitica ma in un certo
senso anche di biopolitica perché sono sempre i corpi delle
persone, i loro sogni e i loro desideri a essere compromessi dalla
guerra. E poi ci sarà un cortometraggio realizzato da uni dei più
grandi registi della contemporaneità, Amos Gitai, una ripresa di un
testo biblico del profeta Amos che in qualche modo sembra mettere
in scena la situazione attuale. Si troverà al piano terra, accanto
al racconto del rogo della Grenfell Tower di Londra, una tipica
storia di disuguaglianze visto che i 72 morti nell’incendio erano
rappresentativi di tutte le minoranze londinesi.
Come hanno recepito il tema i Paesi ospiti?
In modo molto variegato. Quasi tutti si sono focalizzati sul tema
delle città: il padiglione cinese, per esempio, che sarà molto
grande, sarà tutto dedicato alle disuguaglianze nelle politiche
urbane e metropolitane. Il Togo ha scelto di costruire una grande
muraglia di jeans sgualciti che ricorda lo sfruttamento della
manodopera dei paesi africani e asiatici da parte delle case di
moda. Il padiglione delle comunità Rom e Sinti lavora sulla
questione dell’isolamento. C’è una grande varietà di sguardi, che è
proprio quello che di solito rende le partecipazioni internazionali
così affascinanti.
Ipotesi e spunti: il lascito della Triennale di Milano
Nelle vostre intenzioni, con che tipo di bagaglio
dovrebbe uscire il visitatore?
Non dovrebbe uscire con delle soluzioni preconfezionate perché
cerchiamo sempre di non darne, semmai con un bagaglio di ipotesi e
di spunti. Soprattutto, con la convinzione che le diseguaglianze
sono un tema ineludibile e che, quando ci occupiamo di transizione
ecologica, di intelligenza artificiale o di cambiare il
determinismo biologico favorendo la scelta di una traiettoria di
genere, dobbiamo guardare il contesto di partenza dal punto di
vista delle differenze sociali e culturali e degli squilibri. Se
non lo facciamo e ci affidiamo a dei linguaggi generici creiamo più
danni che vantaggi.
La vostra operazione sembra essere in controtendenza
rispetto alla piega che sta prendendo il mondo, con l’emergere di
una oligarchia di tecnocrati digitali poco, o nulla, interessati a
colmare le disuguaglianze.
È uno degli scenari possibili, insieme a quello che vede il
delinearsi a livello mondiale di una serie di autarchie e viene
analizzato da Molinari nel suo lavoro sugli imperi. Ce ne sono
altri, però. Io credo che il vero contraltare delle autarchie non
saranno gli Stati ma le città, perché è lì che sono le energie più
positive.
Giulia Marani
L’articolo "La 24esima Triennale di Milano è dedicata alle disuguaglianze. Intervista a Stefano Boeri" è apparso per la prima volta su Artribune®.




















