
Una tuta da lavoro come un microcosmo. Un rifugio, una casa mobile, un arsenale intimo, una seconda pelle, un guscio, una valigia trovata in soffitta, il mantello che ti rende invisibile, una tenda da campeggio, lo scafandro che ti porta in fondo il mare. Ma soprattutto, un manuale di istruzioni. Normalmente e storicamente pensata per uniformare e irreggimentare, qui, al contrario, è organismo mutante che definisce singolarità e differenze. Indossarla, dunque, per interrogarsi su come affrontare il mestiere di vivere, in mezzo a cumuli di immagini, ricordi, amuleti, reperti antropologici o sentimentali.
Da un laboratorio sociale alla mostra all’Abatellis
Per la sua mostra a Palazzo Abatellis Marzia Migliora elabora un progetto
complesso, la cui forza poetica è pari al suo rigore intellettuale.
Alla base un’immagine nuda e vera, senza orpelli, senza retoriche.
Minuto Mantenimento è il risultato di un’esperienza
comunitaria che ha coinvolto un gruppo di persone in
Esecuzione Penale Esterna dell’UIEPE di Palermo,
attraverso dei workshop tenuti dall’artista nel 2024, in occasione
del progetto a vocazione sociale “Spazio Acrobazie”, a cura di
Elisa Fusco e Antonio Leone. La
restituzione odierna di quel viaggio mostra innanzitutto come si
possano incrociare, con intelligenza e grazia, i processi artistici
e quelli collettivi, lasciando che la sensibilità politica e la
pratica estetica si riflettano l’una nell’altra, potenziandosi a
vicenda: per farne linguaggio, per inventarsi punti d’osservazione,
per costruire forme di resistenza.
A Palermo l’artista torinese ha così affondato le mani tra ritagli
di biografie qualunque, scampoli disordinati di fragilità, di
marginalità, di storie invisibili, sapendone fare materia prima di
un incantesimo. Un teatro dell’umano, congelato in
un’apparizione sola. Ci sono gli attori, i personaggi, la
drammaturgia, gli oggetti di scena. Ci sono i costumi, protagonisti
essi stessi, queste tute-installazioni
accessoriate per avventure del fantastico e dello spirito. E c’è
un’immagine grandiosa che non è fondale ma veduta frontale,
epifania: lo spettacolare Trionfo della Morte del museo di Palazzo Abatellis è l’universo
tragico, costellato di indizi storici e di simbologie universali,
su cui si affaccia questa mostra-racconto, messa in scena
nell’attiguo spazio espositivo, ambiente sottostante al ballatoio
che un tempo ospitava la corale dell’ex chiesa, e che poi, grazie
all’intuizione di Carlo Scarpa, è divenuto punto
panoramico sul mitico affresco quattrocentesco.
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/ 4I laboratori di Marzia Migliora a Palermo
Nel corso dei laboratori preliminari alla mostra le domande
poste da Migliora e le risposte condivise dai partecipanti sono
diventate parole trascritte, appuntate, e poi disegni preparatori
per la produzione delle cinque tute da lavoro oniriche, oggi
raccolte in questa stanza-palcoscenico del museo (solo una si trova
nello spazio accanto, in dialogo diretto con il Trionfo della
Morte).
E nel sobrio allestimento che compone bozzetti, reperti in vetrina,
sculture ispirate ai cani del Trionfo e un ottimo apparato
didattico fatto di glossari, descrizioni, resoconti, si stagliano
contro le pareti cinque monotipi in bianco e nero.
Sono impronte dirette di una tuta da lavoro inchiostrata e pressata
su grandi fogli di carta: pensate come mappe o legende, queste
opere grafiche intrecciano frammenti dei dialoghi emersi e
riferimenti al corredo di ogni tuta-installazione, svelandone
significati e processi generativi.
Che cosa sognavi di fare da piccola/o? Quali mestieri hai fatto
per vivere? Che cosa hai imparato dal lavoro? Hai un oggetto che ti
ha aiutato nei momenti difficili? A cosa sei sopravvisuta/o? Il
lavoro ti ha aiutato? Come immagini una tuta per il mestiere di
vivere? Tra le dieci risposte selezionate si leggono frasi
semplici e dirette, chiavi d’accesso a un arsenale di
strumenti della cura e della compassione,
della comprensione del mondo, della rinascita e della
volontà: Se fai del bene, ricevi il bene; Chi
perdona guadagna; Bisogna essere disposti a perderle le cose e le
persone per rinnovare la vita; Se ti piace quello che fai
serve soltanto competenza e pazienza; Quando l’obiettivo è
alto le cose accadono; Quello che tutti dimentichiamo è
vivere… Fino a un laconico e ironico “Futtitinni”,
versione palermitana di “fregatene”, a proposito di difesa e
resistenza.
Ph. fausto Brigantino
Marzia Migliora e il Trionfo della Morte
Ma cosa c’entra l’immagine della morte con queste meditazioni
sul lavoro e sui suoi equipaggiamenti? L’anonimo Trionfo
di Palermo è una tra le rappresentazioni più ipnotiche,
coinvolgenti, originali che la cultura figurativa europea ci abbia
consegnato. Opera riconducibile a un genere diffuso e storicamente
inquadrabile, ma che resta esempio unico di un sincretismo
culturale felicissimo. Un’orchestrazione perfetta.
Uno squillare di timbri e un dilatarsi dinamico di forme
ravvicinate, ripiegate su sé stesse, schiacciate contro il campo
visivo breve, organizzate intorno al fulcro mostruoso della morte
ossuta a cavallo, armata di spada e di cinismo, metafora
ischeletrita del nulla che avanza colpendo chiunque incroci sulla
via. Borghesi, aristocratici, popolani, mendicanti, notabili, papi
e alti prelati, uomini e donne disarmati dinanzi alla
brutalità del destino che tutto mastica e divora. La vita
sul bordo della fine, oltre ogni certezza di salvezza e di
redenzione.
I dettagli delle figure, la girandola di vesti, volti, panneggi,
copricapi, gesti, è danza macabra di un’umanità aggrappata
all’esistenza, alla sua mondanità, bellezza, avidità, passione ed
incoscienza, sorpresa dalla più assurda delle verità
rimosse: l’ombra della falciatrice nera, compagna di
strada verso cui smettere di volgere il capo, per non
impazzire.
La morte, la vita, il lavoro. La mostra a Palazzo Abatellis
Il lavoro dunque. Che qui si mostra nella sua natura di
strumento produttivo, in un senso tutto umano e non consumistico:
spazio di libertà, di riscatto e di partecipazione, di conoscenza
dell’altro e di sé; spazio concreto in cui la creazione di
senso è creazione di appartenenza a una comunità. Lavoro
che, nei casi gestiti dagli Uffici in Esecuzione Penale Esterna”
(UIEPE), è “parte integrante e obbligatoria” dei programmi
alternativi alla detenzione rivolti a coloro che usufruiscono della
“sospensione del procedimento e messa alla prova”. Il valore
sociale di tutto questo, per un ordinamento che intende sempre la
pena come riabilitativa e non punitiva, si estende
e si proietta qui, per mezzo dell’arte, su un piano linguistico,
relazionale e introspettivo, stimolando riflessioni insieme intime
e universali.
Dinanzi al flagello della morte, che l’affresco dell’Abatellis
traduce in spettacolare racconto, tutto questo diventa
attaccamento alla vita e dunque desiderio, lotta,
costruzione, affrancamento dalla paura, bisogno di ancorarsi a ciò
che custodisce significato. Urgenza di presente e di futuro. Un
fatto che accomuna o dovrebbe accomunare tutti, proprio come la più
democratica e spaventosa delle leggi: quell’imperativo della fine,
di cui non conosciamo tempi, modi, soglie, metafisiche.
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/ 11Cinque tute per il mestiere di vivere
Le cinque tute che abitano lo spazio espositivo rivelano
ulteriori connessioni con il territorio. Alla loro
realizzazione hanno infatti contribuito il Museo Internazionale
delle Marionette, la sartoria del Teatro Massimo, l’azienda storica
Ferrino e la sartoria sociale Al Revés.
Sono abiti come archivi o architetture effimere, ognuno
dedicato a un tema, con il proprio taglio sartoriale che
fa del classico capo da lavoro uno spunto aperto a elaborazioni
surreali e destrutturazioni. E ognuno con il proprio kit di
sopravvivenza, in cui si leggono anche richiami più o meno diretti
al Trionfo della Morte: certi cappelli dalla forgia
fantastica, l’idea del sacro che sopravvive in una bibbia infilata
in una tasca, il guanto del falconiere (tra i personaggi del
dipinto), e ancora le piantine di fragola, i ricorrenti elementi
vegetali o i guanti da giardino dipinti con motivi floreali, tutte
citazioni dell’infernale hortus conclusus in cui si
scovano “Il giusquiamo nero, pianta funebre per definizione, il
cardo mariano, simbolo del peccato originale, forse il tossico
narciso e l’infido mughetto, cui si oppongono solo debolmente
piante salvifiche come la fragola, la lisca e l’asplenio”,
come spiega Michele Cometa nella sua nota lettura
iconografica dell’opera.
E se la Tuta #1, Casa ovunque, è riparo, tenda che
accoglie e si radica al suolo per mezzo di picchetti e zavorre, la
Tuta #2, Voce di paesaggio, tra memorie di terre e di mari
cuce insieme un cappuccio in cuoio da saldatore, un
guanto-marionetta a forma di pesce e le silhouette di Monte
Pellegrino e dell’Isola delle Femmine; la Tuta #3, Cura per
terrestri, ha maniche-tentacoli per un abbraccio plurale, una
testa da polipo, manicotti e guanti di protezione, mentre la
Tuta #4, Teatro del non detto, è un abito-teatrino con
sipario, fondale e 5 marionette vestite con le stesse 5 tute del
progetto. Infine la Tuta #5, Scrittura per non sparire,
grazie a una fornitura speciale – un bracciale, una polsiera e un
gambale con lunghe matite da carpentiere – invita a tracciare segni
sulla parete, riappropriandosi dello spazio attraverso il disegno e
la scrittura.
Dentro e oltre il senso della fine
Se il progetto di Marzia Migliora per Abatellis ci porta dentro
l’urgenza del fare, del dire, del costruire,
mettendo in piedi un’officina di testi, dialoghi, simboli,
mestieri, legami, per contrasto il panorama di fronte è
incarnazione pittorica del sentimento della fine:
il Trionfo di una morte che porta con sé il flagello della
peste, nemico di un’Europa messa in ginocchio troppo a lungo,
secoli fa. E così aleggiano l’ombra del peccato, la violenza, la
vertigine dell’abisso, l’assenza di Dio (nel dolore) ma anche la
sua essenza (nelle oscure leggi del mondo e nella promessa di
resurrezione).
Il catalogo di espressioni e di reazioni leggibile nei personaggi
dell’affresco palermitano racconta tutta la complessità dell’umana
percezione della morte stessa, spesso ingiusta, crudele, certamente
imperscrutabile. Ci sono la rabbia, lo sdegno, la malinconia, la
resa, la paura, l’attesa, lo sbigottimento, la cura
dell’altro che spira al nostro fianco.
Spiega Cometa in un passaggio del suo libro: “I religiosi
nell’affresco sono devoti alla Morte che non li ascolta, i laici
sanno prendersi cura dei morenti. Fino all’ultimo respiro. Il Dio
che il giovane morente in primo piano cerca con gli occhi è ormai
definitivamente absconditus”. Un Dio
nascosto, nell’illogica furia
dell’orrore. Ma quel mistero, quell’assenza, è in fondo
condizione d’esistenza, è il buio di cui necessita il sole per
definire i contorni delle cose.
Da qui viene, in chiave mistica, lo “stupore abbagliante della
fine”, per dirla con Michel De Certeau:
“Una luce senza limite, senza differenza, in qualche modo
neutra e continua. Non è possibile parlarne che relativamente alle
nostre care attività, che vi si annullano. Non c’è più lettura là
dove i segni non sono più allontanati e deprivati da ciò che
designano”. La visione ultima, al cospetto dell’assoluto,
racconta la sospensione di ogni visibilità e di ogni nascondimento,
laddove, sparendo il segreto delle cose, sono le cose stesse a
dissolversi come pulviscolo aurorale.
Proprio quei “segni” e quelle “care attività”, nel teatro
dell’umano, costituiscono un approdo ed un appiglio, il
cui suono vivace è tutt’uno con il controcanto di una morte
necessaria, di un mistero che pungola il pensiero, di una pena che
genera l’immagine ed il verso. A partire da quel vuoto fondativo,
miracolosamente, il senso continua a venire.
Helga Marsala
L’articolo "Il progetto sociale di Marzia Migliora a Palermo. In dialogo con il Trionfo della Morte" è apparso per la prima volta su Artribune®.
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